Violenza di Livorno, la senatrice Valente: "La sentenza intrisa di pregiudizi sessisti"

La senatrice Valeria Valente

Sesso orale mai costrizione? La senatrice Valeria Valente: "Così si mette in dubbio la credibilità della vittima"

Lei gestisce un centro massaggi in provincia di Livorno. Lui è un carabiniere. Lei sostiene di aver subito violenza. Lo Stato crede a lui. «La sentenza è intrisa di stereotipi e di pregiudizi sessisti», dice la presidente della commissione parlamentare di inchiesta Valeria Valente (Pd). Altre la pensano così. Si riuniscono oggi pomeriggio alle 17, davanti al tribunale di Livorno, per protestare non tanto contro l’assoluzione del carabiniere. Contro le motivazioni dell’assoluzione: il militare non ha commesso violenza, stabilisce la sentenza pubblicata pochi giorni fa, perché un rapporto orale non si può avere senza la “partecipazione attiva” della donna. Ancora qualche passo e si torna a giustificare il delitto d’onore, declinato solo al maschile: lei l’ha tradito e lui l’ha ammazzata. Fino al 1981 in Italia era così, per legge.

Un reato minore. Come mandare lettere di minacce alla moglie secondo lo Stato: il giudice lo vieta, ma i direttori dei penitenziari lasciano fare. Tanto le parole mica ammazzano, pensa lo Stato. Non Cristina, la donna di Massa che continua a denunciare l’ex marito impunito. Senza risultati.

Senatrice Valente, in Toscana abbiamo una donna vittima di violenza che vive nel terrore delle minacce del marito carcerato. A chi spetterebbe difenderla?

«Al sistema che abbiamo. Non è un problema di mancanza di leggi, in questo caso. Deve intervenire il direttore del carcere, il tribunale di sorveglianza, deve essere attivato il percorso di recupero dell’uomo maltrattante in carcere perché una volta uscito non continui ad agire violenza e si devono attivare le misure di prevenzione da far scattare al termine della pena».

Bene: non accade nulla di tutto questo. Sa spiegare perché?

«Perché serve che il sistema sia consapevole, formato e specializzato».

Per arrivare ad averlo, occorrono tempi lunghi. Nel frattempo che cosa devono fare le vittime di violenza?

«In assenza non abbiamo una scorciatoia. Bisogna investire nella formazione e anche attraverso una adeguata organizzazione degli uffici giudiziari. Dobbiamo formare le nostre forze dell’ordine, la nostra magistratura, ma anche gli avvocati: tutta la filiera che si approccia al fenomeno della violenza di genere, deve conoscere le leggi, certo, ma deve possere le corrette modalità di approccio. Poi, non si può prescindere dal recupero degli uomini autori di violenza».

Il recupero dei maltrattanti è un tema affrontato anche nel Codice rosso. I percorsi di recupero sono previsti, ma con molte lacune: costi a carico dei maltrattanti (e chi non se li può permettere?); nessuna indicazione sulla valutazione del percorso; obbligatorietà, collegamento alla sospensione della pena.

«Questi temi sono tutti in fase di valutazione. Proprio in questi giorni stiamo producendo la prima relazione della commissione di inchiesta sull’efficacia del sistema di recupero degli uomini autori di violenza, sulle criticità e anche sui punti di forza. Il tasso di recidiva è altissimo: ecco perché ribadisco che non possiamo prescindere dai percorsi di recupero dei maltrattanti per la riduzione del fenomeno della violenza di genere. Nella sostanza, abbiamo già visto che il successo di questi percorsi è più alta quando l’adesione avviene su base volontaria e non è legata a uno sconto o alla sospensione della pena. Dobbiamo introdurre meccanismi diversi per la valutazione dell’efficacia dei percorsi, dobbiamo risolvere la questione della gratuità: ma è la strada da percorrere per completare la filiera della formazione».

Filiera nella quale fa rientrare anche gli avvocati.

«Certo. Prendiamo il caso di Massa: anche l’avvocato di parte può sollecitare che siano adottati provvedimenti a tutela della donna minacciata dall’ex. Lo può fare il pubblico ministero».

La vigilanza immediata, però, competerebbe a chi ha in custodia il detenuto.

«Il tribunale di sorveglianza e il direttore dell’istituto penitenziario devono intervenire e impedire che la corrispondenza esca dal carcere. Inoltre una volta che il detenuto avrà scontato la pensa, dovranno essere adottate misure efficaci di prevenzione, a tutela della vittima: ad esempio, un giudice potrebbe, in relazione a un’attenta valutazione del grado di pericolosità sociale della persona, imporre la residenza all’ex marito a una distanza di sicurezza, a centinaia di chilometri».

Sulle valutazioni dei giudici in questo momento grava un certo scetticismo. La sentenza del tribunale di Livorno di assoluzione di un carabiniere dalle accuse di violenza sessuale sta suscitando indignazione.

«Si tratta di una sentenza intrisa di stereotipi e pregiudizi sessisti. Intanto si mette in dubbio la credibilità della donna solo per il suo profilo sociale, perché è la titolare di un centro massaggi. E perché sarebbe indagata in un altro procedimento (per sfruttamento della prostituzione, ndr). Trovo inaccettabile mettere in discussione la credibilità di una donna, anche nel caso in cui possa essersi resa responsabile di un altro reato. Se anche svolgesse una certa professione, cosa le vieterebbe di essere vittima di violenza?».

A questa sua osservazione, la sentenza risponde in modo esplicito: non c’è violenza perché un rapporto orale comporta la partecipazione attiva della donna. Insomma, se lei non vuole, non si consuma quel tipo di rapporto.

«Ecco la sintesi degli stereotipi sessisti. E non solo. Intanto si presuppone che un ufficiale di polizia giudiziaria non possa compiere un atto di violenza e dica sempre la verità, mentre una donna che ha un centro massaggi mente per forza. Inoltre, si liquida come se non fosse di alcuna importanza il fatto che questo ufficiale tenti di baciarla, mentre già questo di per sé è un atto di violenza (di cui il tribunale e la magistrata che scrive la sentenza dovrebbero essere coscienti, ndr). Al di là della formazione legale, c’è un problema di formazione culturale carente in questo approccio che non tiene conto di un aspetto fondamentale: la violenza nei confronti di questa donna viene agita perché chi le si presenta davanti è in uniforme. Lui è in una posizione “sovraordinata”, di potere: lei è in una situazione di soggezione, di vulnerabilità, di ricattabilità».

In sostanza, lei non poteva dire no?

«In un condizione del genere, la donna si sente quasi costretta ad accettare un rapporto sessuale che non vuole. Sia per la condizione di timore immediato, sia per la condizione di “subordinazione” e di timore anche rispetto all’altro procedimento penale aperto. Non capisco come i giudici non abbiano contemplato che la condizione nella quale la donna ha agito non l’ha resa meno credibile, ma semmai più vulnerabile, più esposta alla violenza».

Questo ci riporta anche alla formulazione incompleta del reato di violenza sessuale nel nostro codice penale. Non prevede l’assenza di consenso come elemento di reato. Insomma se una donna non dice no, non c’è violenza.

«Il reato deve essere modificato e allineato al testo adottato già in molti Paesi dell’Unione Europea. Senza consenso esplicito, senza un sì chiaro, siamo in presenza di violenza. Senza consenso c’è violenza».