Minacce dal carcere all'ex moglie: se a tradire è chi dovrebbe proteggere

L'editoriale / La storia di Cristina (nome di fantasia) è quella che più di ogni altra riesce a diventare l’esempio di quanto possa essere devastante l’inefficienza di chi dovrebbe fare qualcosa

Non capitano per caso, cose come queste. Non capita per caso che in sette giorni sette donne muoiano per mano del marito o dell’ex. Non capita per caso che tante, troppe, donne vivano nell’incubo di essere colpite. La storia di Cristina (nome di fantasia) è quella che più di ogni altra riesce a diventare l’esempio di quanto possa essere devastante l’inefficienza di chi dovrebbe fare qualcosa. Era il 6 gennaio, quando Il Tirreno rivelò questa storia di minacce partite dal carcere, dal carnefice alla vittima. Luca De Angeli, ex ciclista della squadra di Pantani, sconta una condanna per tentato omicidio ma da più penitenziari (Massa, Pisa e Verona) ha potuto impunemente scrivere lettere di minacce di morte alla moglie.

L’odissea di questa donna è ventennale, lei è convinta di essere "morta", perché costretta in una prigione invisibile, quella dei propri incubi. Teme, e come darle torto, che quell’uomo quando tornerà libero andrà a bussare alla sua porta per ucciderla. Ed è certa di essere sola e indifesa.

In questa storia, lo scrissi già a gennaio, in tanti, troppi, hanno visto e capito e si sono fatti più in là. Magistratura, alti dirigenti delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria, organismi ispettivi del ministero della Giustizia non hanno ancora dato quelle risposte che avrebbero potuto sgombrare almeno in parte le ombre delle complicità.

Quest’uomo che minaccia la moglie dal carcere continua a spedire lettere che non potrebbe spedire, fa ancora telefonate che non potrebbe fare. Esce in permesso per andare a trovare il padre ammalato in ospedale e subito fa sapere alla donna di essere arrivato a pochi chilometri da lei. Il questore di quella città non viene informato di quella "visita" e si infuria solo per questo aspetto e non per i pericoli che questa donna continua a correre. Lei va a presentare denunce e spesso trova ostacoli, personale poco preparato e poco collaborativo. Ieri, in un’intervista sul nostro giornale, la criminologa Giovanna Bellini ha offerto una lettura illuminante. Fino a ora si è agito sull’inasprimento delle pene e si è visto che non è servito a niente: «Fra le forze dell’ordine molti sottovalutano le denunce di chi subisce violenza». Ovviamente, non bisogna generalizzare ma è indubbio che talvolta pesi la mancata formazione del personale che dovrebbe raccogliere le denunce. E il rischio che le richieste di aiuto siano sottovalutate è altissimo. E così il maresciallo o l’ispettore talvolta minimizzano e chiudono con un «ma queste cose è meglio che le risolviate in famiglia».

Cristina racconta anche di aver avuto qualche difficoltà a essere ascoltata dalle istituzioni. E quando questo giornale ha chiesto conto di telefonate e lettere uscite dalla cella, i dirigenti di quelle strutture penitenziarie o non si sono fatti trovare o non hanno voluto rispondere.

L’allora ministro Alfonso Bonafede ha rifiutato di occuparsene e il suo portavoce ha testualmente riferito che non voleva farsi dettare l’agenda dai giornali. Chi è arrivato dopo, Marta Cartabia, per fortuna ha sensibilità diverse ma non ha ancora questo fascicolo sulla scrivania.

C’è bisogno di uno scatto di qualità da parte di investigatori, inquirenti e magistrati giudicanti, anche di quelli di sorveglianza. Si spera solo che la vicenda di Cristina non finisca in mano a una giudice come quella di Livorno che ha mandato assolto un carabiniere accusato da una donna di averla costretta a praticargli sesso orale. Per la giudice quell’atto «richiede una partecipazione attiva della donna». Siamo alla preistoria, alla giustizia delle caverne. Il giudizio d’appello potrebbe ancora evitare lo scempio ribaltando tutto. Nel frattempo, il danno è enorme, perché fa crollare la fiducia in chi dovrebbe proteggere i più fragili. Adesso alla paura di chi rischia si aggiunge lo scempio della ragione: un cocktail veramente esplosivo.

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