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Minacce alla ex moglie dal carcere, riceve l’ennesima lettera: "Appena esce mi ammazza" - l'audio choc

ESCLUSIVO/ Luca De Angeli, ex ciclista professionista detenuto per tentato omicidio, è riuscito ancora una volta a far recapitare all'ex moglie messaggi minatori, anche da un cellulare. Ecco l'audio con la drammatica testimonianza della donna. Una storia già denunciata dal Tirreno, ma dopo essere stato trasferito di prigione in prigione, lui gode ancora della complicità di qualcuno nel sistema penitenziario. Una vergognosa voragine nel sistema di protezione che dovrebbe assicurare l'autorità giudiziaria. Ma la direttrice della prigione si rifiuta di dare spiegazioni

"Appena esce mi ammazza": l'audio choc della donna minacciata dall'ex in carcere

MASSA. «Io sono fuori, ma sono prigioniera. Poi sarò un numero, un’altra vittima. Il suo scopo, appena esce, è di ammazzarmi. Ci riuscirà». Cristina (il nome è di fantasia) è oltre la paura. È arrivata alla rassegnazione. «Non ho più voglia di combattere. La mia voce è inascoltata. Con me la legge ha fallito». Le frasi escono smozzicate fra le lacrime. Tre anni di battaglie inutili – dice – contro l’ex marito violento. Ha il divieto di contattarla e di scriverle, perché anche dal carcere le ha mandato minacce di morte. Infatti ieri le è arrivata un’altra lettera dal penitenziario di Verona, la seconda in dieci giorni. Così le dimostra che non lo ferma nessuno. Che la può raggiungere quando vuole. Che le sbarre, i controlli, il visto di censura, i divieti dei magistrati non servono a niente.

Finora ha avuto ragione Luca De Angeli, ex ciclista professionista versiliese, cresciuto a Massa, con una carriera nella squadra di Pantani, stroncata nel 2005 dal doping. In carcere c’è finito per tentato omicidio. La condanna a tre anni e quattro mesi per maltrattamenti (ridotta in appello) l’ha scontata mentre era dentro per l’altro reato, quello più grave, secondo lo Stato. Sia prima sia dopo la condanna per maltrattamenti, l’ex atleta minaccia la moglie. Prima dal carcere di Massa: deve convincerla a ritirare le denunce. Lo trasferiscono, non tanto per le minacce alla ex moglie ma per motivi collegati ad altri reati di cui lo accusano. Da Pisa è la stessa storia: ancora minacce. Una volta utilizza perfino una volontaria del carcere per far uscire i suoi “messaggi”; un’altra volta convince il cappellano del penitenziario a telefonare a casa e a farsi passare la moglie. Il filo diretto con la persecuzione. Nuovo trasferimento: a Verona. Nel frattempo c’è la condanna per maltrattamenti e il divieto espresso di contattare la moglie e i familiari per lettera o qualunque altro mezzo. È luglio 2020. A settembre arrivano altre lettere. La risposta di De Angeli al sistema: di voi me ne fotto. Anzi di più: perché in carcere a Verona si procura cellulari (in modo illegittimo) e manda anche messaggi vocali via whatsapp. Nuova denuncia, nessun provvedimento. L’impunità ai massimi livelli.

IL SILENZIO DEI DIRETTORI DELLE CARCERI

Il Tirreno contatta le carceri: la direttrice del carcere di Massa non si fa trovare. Il direttore del carcere don Bosco di Pisa dice che non ha nulla da dire; la direttrice del carcere di Verona, per mail, declina l’invito a spiegare come sia possibile che nel suo penitenziario i detenuti si possano procurare cellulari in modo illegale o spedire lettere a indirizzi interdetti, violando un divieto di un magistrato. Prova ad avviare un’indagine attraverso il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis (Pd), poi c’è il rimpasto di governo e tutto si ferma.

LA PENA RIDOTTA

Ci sono alcuni mesi di quiete: in attesa del processo di appello, a Genova, per l’accusa di maltrattamenti. Poi arriva la sentenza: rapida, grazie al “concordato”, una procedura che dimezza discussioni, esibizioni di prove e che lascia al procuratore generale la decisione di valutare se ci siano le condizioni per accettare una richiesta (a senso unico) di riduzione della pena. La chiede l’imputato e la ottiene anche se la vittima o la parte lesa non è d’accordo. Cristina non è d’accordo. Il suo legale non è d’accordo. Non importa a nessuno: la pena al marito violento viene ridotta a due anni e due mesi. Del resto gli era stata riconosciuta la semi-infermità mentale. Che non aveva, però, quando ha tentato di ammazzare il vicino di casa. Una sindrome legata solo alla violenza contro la moglie.

LE NUOVE LETTERE

Comunque, dopo la riduzione di pena, ripartono anche le lettere. L’ultima, appunto, ieri mattina. All’indirizzo di casa. Il mittente è il carcere di Verona. La prima, è del 3 agosto: De Angeli fa presente di essere tornato a Massa, in giorno prima, in permesso premio, cinque ore, scortato. Nessuno era informato. Né la ex moglie - che lo apprende dalla lettera - né la questura. Ancora una conferma che l’uomo si può avvicinare a piacere a casa sua, senza che la vittima sia informata. La seconda lettera ieri mattina. Con parole con frasi come “non ho bisogno di petizioni come certi infami”... “non sono uno stupratore”, “sono in galera solo per aver protetto quello che era la mia famiglia ... e i ringraziamenti sono i manifesti sui giornali... e se è vero che la legge è uguale per tutti pagheranno le diffamazioni, le truffe e le bugie".

IO SONO LA VERA PRIGIONIERA

Questa lettera riesce quasi a spezzare Cristina. La settimana scorsa ha presentato l’ennesima denuncia contro l’ex marito. «Ora mi sento persa perché capisco che neppure le misure adottate finora possono farmi vivere questo periodo di pausa serenamente». Cristina chiama la carcerazione dell’ex marito “periodo di pausa”, già rassegnata a vedere ricominciare le persecuzioni. O peggio: «Io lo so che il suo unico scopo quando uscirà è di ammazzarmi. Ho chiesto protezione e mi hanno detto che al momento non ci sono misure da adottare. Quando uscirà si vedrà quali provvedimenti adottare». Sempre che Cristina sia avvertita per tempo del “fine pena” dell’ex marito. «La verità è che io sono fuori, ma sono la vera prigioniera perché lui riesce sempre a contattarmi. Sono passati tre anni dalle denunce e quasi due dalle sentenze, ma non ho mai avuto un giorno di respiro. Ho sempre denunciato, non mi sono mai tirata indietro. Ma non ho mai avuto risposte». E anche questa volta Cristina denuncerà. Ma con meno fiducia. «Sono al limite delle forze. Non ho più voglia di combattere – ammette – perché con me la legge ha fallito. Ha fatto anche di peggio. La giustizia mi ha uccisa la seconda volta. Con le sentenze che ha emesso, con la sua incapacità di proteggermi, mi ha uccisa dentro».