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Reddito di cittadinanza, i numeri in Toscana. Solo in 500 prendono l’assegno pieno

Quasi 50.000 famiglie hanno ricevuto almeno una mensilità nei primi sette mesi del 2021: sono il 3 per cento della popolazione residente

FIRENZE. Quasi 50.000 famiglie toscane (e oltre 108.000 cittadini) hanno ricevuto almeno una mensilità di reddito di cittadinanza nei primi sette mesi del 2021. Come se una città poco più grande di Arezzo vivesse con il sussidio. Rappresentano circa il tre per cento della popolazione residente nella nostra regione, che conta in totale poco meno di 3 milioni e 700.000 residenti.

La ricerca del lavoro è un rebus

Una piccola parte trova poi un lavoro tramite i Centri per l’impiego: appena 7.500 persone, il 15 per cento di chi sottoscrive i cosiddetti “Patti per il lavoro” (una platea di 50.000 soggetti, altri sono esonerati). Sul fallimento delle politiche occupazionali è aperto il dibattito politico. «È comprensibile questa sorta di “tagliando” al reddito di cittadinanza – dice l’assessora al lavoro della Regione Toscana, Alessandra Nardini – c’è sicuramente qualcosa da migliorare. Ma trovo stucchevoli e fuori luogo le critiche rivolte alla misura. Se non ci fosse stata, soprattutto durante la pandemia, la crisi avrebbe assunto contorni ben peggiori e il numero di famiglie in stato di povertà sarebbe cresciuto».

Assegno pieno solo per 500
L’assegno medio mensile dei beneficiari è di 502,30 euro. Sono circa 500 le famiglie in Toscana che ricevono l’importo massimo previsto, che supera i 1.200 euro: nella maggior parte sono nuclei numerosi (quattro componenti in su) con presenza di minori e disabili. Vanno poi considerati i percettori della pensione di cittadinanza – rivolta ai nuclei familiari composti esclusivamente da uno o più componenti di età non inferiore a 67 anni – che quest’anno sono 7.664 per 6.928 famiglie (soprattutto anziani soli). In questo caso l’assegno medio scende a 237,52 euro al mese.

I dati sono forniti da Inps e Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. È proprio l’avviamento alle professioni il nodo della materia. I Centri per l’impiego della Toscana – secondo le rilevazioni della Regione – hanno preso in carico 231.793 utenti, erogando 571.384 “politiche attive”, tra proposte di lavoro e corsi di formazione. Il 60 per cento degli utenti (circa 139.000) ha poi effettivamente trovato un’occupazione. Nel numero sono compresi i percettori del reddito di cittadinanza. Che, per una serie di motivi, hanno più difficoltà ad essere ricollocati. Per esempio il basso livello di istruzione (il 70 per cento ha la licenza media), la difficoltà nell’accesso alle tecnologie dell’informazione (il cosiddetto digital divide), l’assenza prolungata dal mercato del lavoro, che li espone al rischio di marginalizzazione ed esclusione sociale. «Dobbiamo riqualificare le persone con precisi percorsi di formazione e l’acquisizione di nuove competenze, è l’unico modo per aumentarne la possibilità di reinserimento – riprende l’assessora Nardini – il piano Gol, Garanzia occupabilità lavoratori, punta a questo. E a un modello di cooperazione con le agenzie private di reclutamento».

«Dai dati in nostro possesso – spiega Daniele Mercati, responsabile dei Caf per la Cgil Toscana – il 44 per cento dei richiedenti sono compresi tra i 45 e i 60 anni, il 30 per cento tra i 30 e i 45 anni. Il 75 per cento sono italiani, seguono i cittadini originari della Romania (5 per cento)». Prosegue: «La maggior parte delle famiglie sono di 3 o 4 componenti, con figli minori e non di rado componenti con disabilità. Subito dietro ci sono le persone sole, soprattutto anziani, che rappresentano il 40 per cento delle domande. Oltre la metà dei casi si trova a pagare l’affitto, il 5 per cento ha un mutuo».

Se l’offerta è impossibile

Per i percettori del reddito di cittadinanza – secondo il decreto legge del 2019 che lo ha istituito – le offerte di lavoro devono essere congrue. Tra i requisiti, tetto minimo di stipendio di 858 euro e contratto di almeno tre mesi. Le proposte non congrue possono essere rifiutate senza il rischio di perdere il sostegno al reddito dopo tre no nell’arco di 18 mesi. Vale per i part-time, i contratti da apprendista o a chiamata. E anche per gli impieghi stagionali, questione che ha alimentato il dibattito durante l’estate, tra albergatori e ristoratori che lamentavano l’assenza di camerieri e cuochi, e i sindacati (e gli stessi percettori del reddito di cittadinanza) che accusavano gli imprenditori di proporre contratti da fame, senza tutele, e con molto fuori busta. Alla fine i numeri sembrano smentire le teorie che legavano l’eccesso di reddito di solidarietà alle adesioni poco numerose alla ricerche di lavoratori, specialmente nel comparto turistico.

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