Il primo nemico? La baldanza degli ignoranti

Matteo Salvini e Matteo Renzi

L'editoriale: Buona domenica. La baldanza degli ignoranti si fonde con l’indifferenza, stanca e crea assuefazione, allontana dal dibattito, cercare di contrastarli vuol dire ricominciare a spiegare che uno più uno fa due e non fermarsi di fronte al loro «questo lo dice lei, potrebbe fare tre»

Siamo circondati da ignoranza e indifferenza. E non sono due nemici da poco. Dovremmo saperlo, Pericle oltre 2.400 anni fa aveva già ben descritto lo scenario: «L’ignoranza provoca baldanza, la riflessione apporta esitazione». E in questo periodo piuttosto complesso, le parole pronunciate ad Atene, nella culla della civiltà, riemergono prepotentemente. La baldanza degli ignoranti la incontriamo ogni giorno, a partire dai no-vax che progettano attentati ai camion delle tv che trasmettono vere informazioni, quelle che mettono in crisi il loro festival della bugia. E prosegue con quella parte del mondo della politica che sull’ignoranza, sul parlare alla pancia dei peggiori, fonda una folle ricerca del consenso contrario alla ragione.

La baldanza degli ignoranti si fonde con l’indifferenza, stanca e crea assuefazione, allontana dal dibattito, cercare di contrastarli vuol dire ricominciare a spiegare che uno più uno fa due e non fermarsi di fronte al loro «questo lo dice lei, potrebbe fare tre».

In considerazione di questo andazzo, cominciano a lasciarci immuni da emozioni anche il disastro economico creato dalla pandemia, il divaricarsi della forbice fra grandi ricchi e quelli che hanno poco o niente. E non ci accorgiamo più neanche dei diritti negati a chi rischia ogni giorno perché considerato “diverso”: perché crede in un altro dio, perché in dio non ci crede, perché è disabile, perché è un uomo che ama un altro uomo o una donna che ama un’altra donna.

E su tutti questi aspetti specula, fa baldanza, quella politica che cerca di far leva sulle paure, che strizza l’occhio al potente, che paragona il reddito di cittadinanza al metadone che si dà ai tossicodipendenti. Come se la povertà fosse un problema di dipendenza, di scelta, di convenienza.

Abbiamo più di un problema di consapevolezza. In fondo si potrebbe dire che è un gigantesco deficit di cultura. 

Certo, anche la mala-istruzione degli ultimi trent’anni ha fatto la sua parte. Non che a scuola non ci siano stati bravi insegnanti, ma quando si è cominciato a smantellare il sistema pubblico, quando si è teorizzato che bastasse avere internet per essere sapienti, quando tutto ruotava intorno ai tg di Emilio Fede o alle televendite di Giorgio Mastrota, si è intrapresa una via senza ritorno. La morsa disinformatija-malatv ha scavato un solco profondo nella coscienza culturale del Paese. Sarebbe cosa buona e giusta mandare in scena un processo di Norimberga con tutti i colpevoli dello sfascio televisivo e della formazione della coscienza civile del Paese. Nell’attesa, temo vana, non possiamo però rinunciare ad arginare tutto questo.

Giovedì e venerdì ho partecipato a due iniziative pubbliche, con lodevole ampia partecipazione, per discutere di temi che in troppi tengono a nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza.

Il primo, a Livorno, con l’onorevole Alessandro Zan, promotore di una legge anti-odio che sta scatenando i peggiori balletti politici per non approvarla. Il tutto per assecondare i pensieri di pancia della parte peggiore del Paese. E anche per prendere posizioni pensando alla tattica politica e non al bene comune.

Il secondo a Carrara, con don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità di Milano, struttura che al tempo stesso è luogo di accoglienza e ospitalità per persone in difficoltà ma anche centro di elaborazione culturale, formazione e studio.

Parto dall’ultimo incontro, al festival Con-vivere. Abbiamo discusso – insieme con la sociologa Paola Bonizzoni – di un tema complesso: la povertà. Alla fine, siamo rimasti tutti incantati nell’ascoltare un uomo che respira ogni giorno la povertà, che la vede negli occhi di chi ha perso la dignità. Da persone come don Virginio c’è molto da imparare, sia per la cultura che esprimono sia per la ricchezza di argomenti.

Bisognerebbe portarlo in giro, nelle scuole e anche fra i diffusori di ignoranza. Bisognerebbe fargli spiegare cosa vede ogni giorno. Io posso mandare in giro le sue parole, quelle relative al ripensamento degli stili di vita, al modo di definire le cose (salute al posto di sanità). E quelle rivolte a quelli che si preoccupano di dover esibire il Green pass per entrare al ristorante senza sapere che ci sono milioni di persone che in un ristorante non sono mai potute entrare perché non hanno soldi.

Ecco, la consapevolezza. Si parte da qui. Manca la consapevolezza e manca la capacità di rispondere punto per punto alle sciocchezze di quelli che, ad esempio, vorrebbero ospitare solo donne e bambini afghani e non gli uomini, «perché fra gli uomini ci sono i terroristi». Al bar, una volta, sarebbe stato detto loro di posare il fiasco, oggi chi dice questo siede in Parlamento e strizza l’occhio ai peggiori anche a dispetto del proprio elettorato che ovviamente non è tutto così sciocco da bersi anche questo cocktail di follia, che ieri ha visto esibire l’ultima esilarante bugia spacciata per verità: le varianti nascono come reazione ai vaccini. Siamo oltre gli asini che volano, molto oltre.

Poi c’è chi definisce metadone il reddito di cittadinanza e chi vuole abolirlo per dare quei soldi agli imprenditori teorizzando la bellezza della sofferenza.

Le parole di don Colmegna, alle quali dedichiamo un ampio servizio, riconciliano con la ragione. Fanno venire in mente l’esitazione della riflessione contrapposta alla baldanza dell’ignoranza. Certo, il reddito di cittadinanza non è uno strumento perfetto. È stato partorito sulla base di una visione utopica di abolizione rapida della povertà e ha prodotto storture, anche qualche assist al lavoro in nero. Ma certo non si può dar la colpa al reddito di cittadinanza se non si trovano persone disposte a spendersi per prestazioni mal retribuite. Se non si ragionerà su un salario minimo, che faccia uscire dalla soglia di povertà, non avremo mai i risultati sperati.

Nel periodo della pandemia il reddito di cittadinanza ha evitato enormi drammi sociali. Riformiamolo pure ma non sia la scusa per regalare soldi a pioggia alle imprese, magari alle solite che prendono prestiti di Stato e poi scappano altrove. Piuttosto agiamo sulla riduzione del cuneo fiscale, eterna promessa mai mantenuta, sulla defiscalizzazione per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. Ma non spargiamo demagogia per mettere come al solito gli ultimi contro i penultimi e i terzultimi.

Lo stanno facendo anche per la legge Zan, quella che vuole estendere gli effetti della legge Mancino agli atti di discriminazione e violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Matteo Renzi, di fatto, l’ha sostenuta e arricchita nel percorso di approvazione alla Camera. Poi, al Senato, sta tentando di affossarla per mero calcolo politico: un favore all’altro Matteo per avere una linea di credito. I due vogliono fare ancora peggio: depotenziare, attraverso una legge Zan ritoccata, anche gli atti di odio già “protetti” dalla legge Mancino, quella che colpisce frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio, l’incitamento alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. L’obiettivo di Salvini (in cinque minuti) e di Renzi (in 48 ore) è di riportare tutto all’aggravante dei “futili motivi”, che è più leggera, bilanciabile con le attenuanti. L’omofobia di Giorgia Meloni fa il resto, perché non riesce a pensare che anche a destra i tempi sono maturi per recuperare un rapporto sano con i diritti civili di tutti e archiviare per sempre il “me ne frego” spacciato per libertà.

Ecco bisogna davvero smettere di fregarsene, perché se vinceranno indifferenti e ignoranti, la loro baldanza potrebbe farci male, molto male.

Twitter: @s_tamburini

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