Mps, Unicredit punta solo alle filiali in attivo

Il gruppo non vuole neppure il marchio: 10mila dipendenti a rischio. De Mossi a Draghi: cerca gruppi alternativi ai milanesi

SIENA. Mentre si profila un sempre più probabile rinvio al 7 ottobre, ma ancora manca l’ufficialità, la trattativa in esclusiva tra Unicredit e Mps prosegue, dopo 40 giorni, a ritmi serrati. Oltre mille i tecnici impegnati dall’istituto di piazza Gae Aulenti, al lavoro per rimuovere ogni possibile ostacolo ad un negoziato il cui perimetro ormai è stato definito.

Unicredit ha più volte sottolineato l’interesse solo alla “parte buona di Mps” e su questo piano le parti si stanno confrontando. Nessuna ipotesi al momento viene esclusa, da quella della fusione o incorporazione fino alla cessione del ramo d’azienda. Sulla bilancia l’interesse di Unicredit a circa 1.100 filiali delle 1.400 attive di Mps con circa 50 miliardi di euro di attivi. Mentre 150 filiali del Centro-Sud sembrano ormai sempre più destinate a Medio Credito Centrale entrata nella trattativa insieme ad Amco, la controllata dal Mef che potrebbe rilevare i crediti deteriorati e quelli a rischio deterioramento, classificati Stage 2 di Mps. Unicredit è concentrata sulle filiali del Nord e del Centro Italia e sulla banca online Widiba. A rischio sovrapposizione, invece, il Consorzio Operativo, che gestisce le attività informatiche, Mps Capital Services, Mps Leasing e Factoring e Monte Paschi Fiduciaria.


Così come sull’acquisizione del marchio Mps, valutato 500 milioni di euro, ci sarebbe stata una frenata nelle ultime ore da parte del Ceo Andrea Orcel. Tanti ancora i nodi da sciogliere nei prossimi trenta giorni mentre sullo sfondo, rimane tutto il peso della questione esuberi.

Un totale di circa 7mila quelli considerati “necessari”, secondo Unicredit, per allinearsi alla media degli altri sportelli di mercato. Ma i timori dei sindacati, che per il 24 settembre hanno indetto lo sciopero generale, convocando le assemblee territoriali, rimangono alti con i numeri che potrebbero salire addirittura a 10mila.

E intanto, Siena che in questa fase assiste da spettatore alla trattativa, prova a rilanciare con il sindaco Luigi De Mossi, che in queste ore frenetiche prova a fare sintesi tra le varie voci della città. E con un appello al presidente Mario Draghi chiede di andare oltre Unicredit e di vedere se ci sono le condizioni per valutare altri possibili partner, andando oltre la scadenza fissata dal Tesoro del 2021 per uscire dal capitale della banca. «Il governo guardi oltre Unicredit per il futuro di Mps» l’appello del primo cittadino. «Il governo ha il dovere, non solo l’obbligo, di valutare opzioni diverse, che fra l’altro potrebbero essere meno impattanti in termini di costi per lo Stato; in nessuna azienda si tratta con un unico fornitore o offerente» sottolinea De Mossi, che poi si chiede se non ci siano alternative a Unicredit. «Il termine ultimo per la cessione della quota del Mef in Mps è a primavera 2022, volendo c’è tutto il tempo, anche senza chiedere proroghe, per aprire una competizione a livello internazionale ed esplorare alternative in piena trasparenza». Del resto anche Enrico Letta, in corsa per il collegio alla Camera, aveva avvertito: «Unicredit? Non a tutti i costi»

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