L'esperto viareggino: «Monte dei Paschi, la fusione ormai è decisa. Salviamo i dipendenti bravi»

Gianfranco Antognoli

Gianfranco Antognoli è stato vicedirettore generale di Banca Toscana e direttore generale di Mps Leasing & Factoring. Ecco cosa dice

Indietro, purtroppo, non si torna. La strada che porterà lo Stato a svestirsi del ruolo di azionista di maggioranza del Monte dei Paschi è tracciata e controllata da vicino da Unione europea e Banca centrale di Francoforte. Ma per Gianfranco Antognoli, viareggino che conosce i meandri del mondo del credito toscano (è stato vicedirettore generale di Banca Toscana e direttore generale di Mps Leasing & Factoring) c’è ancora spazio per tutelare marchio, sportelli e personale di Rocca Salimbeni, almeno nel centro Italia.

Il matrimonio (d’interesse) con Unicredit è inevitabile?

«Sì. C’è un impegno formale e sostanziale non prorogabile preso nel 2017 dall’allora governo Gentiloni per poter salvare il Monte. L’Unione europea non intende transigere. Unicredit ha motivazioni precise: vuole essere competitivo in Europa e per farlo deve crescere. E deve crescere per fare utili e attrarre clienti, ma anche eccellenze dal punto di vista dei dipendenti».

Parliamo di un colosso bancario che ha come presidente Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia al tempo del salvataggio di Mps e che poi è stato eletto in parlamento a Siena, prima di lasciare per guidare Unicredit. E ora il segretario del Pd Enrico Letta si candida in quel collegio. C’è conflitto di interessi?
«Il problema, se c’è un problema, è di Padoan, non certo del Monte dei Paschi. Credo si tratti solo di beghe politiche, e questo vale anche per la candidatura di Letta, che non è condizionante per l’operazione. Dobbiamo ricordare che il piano di ricapitalizzazione di Mps fallì perché, dopo il referendum del 2016 e la caduta del governo Renzi, il rating dell’Italia fu abbassato. Questo fece scappare il fondo sovrano del Qatar che aveva prenotato il 10 per cento delle azioni. Solo che Mps non poteva fallire, perché ha in pancia 20-22 miliardi di debito pubblico italiano: se cade il Monte, cade lo Stato».

Si torna sempre allo stesso punto: il ruolo dello Stato. Perché il pubblico deve uscire dalla porta principale per far entrare Unicredit e poi rientrare dalla finestra con Mediocredito centrale (partecipata di Invitalia) che si dovrebbe accollare le filiali del sud?
«Si tratta di due progetti differenti. Quella del 2017 fu un’operazione di salvataggio alla quale l’Europa mise paletti stringenti. Quella di Mediocredito è invece un’operazione di sviluppo di una banca nel Sud, che ha bisogno di infrastrutture finanziarie. L’acquisizione degli sportelli di Mps va in questa direzione, non è un aiuto di Stato. E potrebbe aiutare a salvaguardare storia, marchio e asset di Mps».

In che modo?
«Credo che ci sia un possibile punto di caduta interessante dell’operazione. Amco, la partecipata di Cassa depositi e prestiti si accollerebbe gli otto miliardi di sofferenze e i sei miliardi di rischi di soccombenza in tribunale per cause passive. Dopo la ricapitalizzazione, Unicredit si prenderebbe volentieri le mille filiali del Nord, così “ripulite”. Potrebbe poi nascere una banca interregionale di Toscana e centro Italia, a marchio Mps, con 500-600 filiali, con Unicredit al 60 per cento e il resto a Mediocredito, che acquisirebbe gli sportelli del Sud».

In che modo questo aiuterebbe a limitare gli esuberi?
«Rimarrebbero in Toscana le “banche prodotto”, come Leasing & Factoring, oltre al centro servizi, dove lavora il grosso del personale a rischio. Queste strutture lavorerebbero come “service” per la banca del centro Italia e per Mediocredito».

Lei ha una lunga esperienza in Mps. Dov’è che colloca il punto di svolta, in negativo, per la banca?
«Nel 2000, con l’arrivo dell’ingegner Vincenzo De Bustis e l’acquisizione della banca 121 del Salento, che da De Bustis era guidata. Fu il primo colpo a Mps, dal punto di vista economico, dei conti, della reputazione: pensi al caso dei prodotti “My Way” e “4 You”. Dopo arrivò Giuseppe Mussari che assestò il colpo definitivo con Antonveneta: duemila sportelli che valevano quattro miliardi e che furono pagati 16».

Dopo questi vent’anni disastrosi rimane qualcosa di buono in Mps?
«Il personale, il suo “attaccamento alla squadra”. Dei 21mila dipendenti vanno valorizzati quelli che meritano, prima che vadano altrove».

© RIPRODUZIONE RISERVATA