Mps, braccio di ferro Milano-Siena: forse slitta la fusione con Unicredit

La prima scadenza dell’accordo fissata per giovedì, ma incombe la tornata elettorale del 4 ottobre

SIENA. Mentre proseguono le attività della due diligence (la verifica dei conti del bilancio) e si avvicina sempre più velocemente la prima scadenza dell’accordo in esclusiva tra Unicredit e Mps fissata per giovedì, 9 settembre, prosegue il braccio di ferro tra Milano e Siena. Una partita che, almeno in questa fase, si gioca per gran parte sui crediti in mano a Mps.

Il perimetro della trattativa vedrebbe l’istituto di piazza Gae Aulenti, come già più volte rimarcato per voce del suo ammministratore delegato Andrea Orcel, andare a prendere solo quegli asset che non impattano sul capitale. Ecco perché Unicredit sarebbe disposta a rilevare solo la parte più sicura dei finanziamenti e cioè quelli riferibili alle garanzie e prestiti statali inseriti anche nel Decreto Liquidità e che ammontano a circa 80 miliardi. Il ministero del Tesoro, invece, si farebbe carico di quei crediti più difficili da smaltire, circa 10 miliardi di finanziamenti Stage 2 (a rischio deterioramento perché legati a settori in difficoltà) e circa 4 miliardi di crediti ormai insolvibili che andrebbero a carico della cosidetta “bad bank” pubblica del Tesoro, Amco. Proprio per questo, nelle scorse settimane, è stata predisposta una data room (una sala dati) focalizzata sui crediti deteriorati e crediti classificati come Stage 2, cui ha avuto accesso Amco.


Che Amco potesse entrare nella partita Mps era atteso. Già lo scorso dicembre 2020, con l’operazione Hydra, la banca si era alleggerita di circa 8,1 miliardi di euro di crediti deteriorati lordi, portando a fine anno lo stock sui libri del gruppo a soli 4 miliardi di euro dagli 11,4 miliardi di fine settembre 2020. Un’operazione considerata un passo cruciale perché il Tesoro potesse iniziare a cercare un compratore per la banca, che il Tesoro controlla al 68% dal 2017, dopo l’operazione di salvataggio dell’istituto. Allo stesso tempo Mps ha annunciato anche di aver consentito l’accesso a una partizione della data room a Mediocredito Centrale, per valutare l’eventuale acquisizione di sportelli bancari. L’istituto controllato al 100% di Invitalia, già controllante della Popolare di Bari, è a sua volta entrato nella dataroom senese con l’obiettivo di verificare circa 150 filiali del Centro Sud che non interessano a Unicredit, ma non solo. A Mcc potrebbero interessare anche le attività corporate della banca, cioé Mps Capital Services, il leasing, il centro informatico e altre attività accessorie, che occupano personale e che Unicredit svolge già. Al centro della definizione del perimetro rimane anche la questione del marchio Mps. Sia Unicredit, per il Centro Italia, sia Mcc per il Centro Sud potrebbero essere interessate a rilevarlo come insegna sotto la quale collocare le nuove attività ed operare.

Intanto sul futuro di Mps continua a incombere come una spada di Damocle anche la scadenza elettorale del 4 ottobre, quando conosceremo il successore di Pier Carlo Padoan alla Camera dei deputati per il seggio lasciato libero nel collegio Toscana 12, dopo essere salito alla presidenza di Unicredit. E chissà che proprio la campagna elettorale, che si è accesa quanto mai sulla banca più antica del mondo, non possa indurre, oltre a questioni tecniche, allo slittamento della conclusione della trattiva. Una decisione che potrebbe essere vista come un “favore” al segretario del Partito democratico Enrico Letta, tra i sette candidati al seggio e che, sulle sorti di Mps, potrebbe costruire la sua incoronazione o la sua sconfitta. Ieri, intanto, a Siena è stata la volta del leader della Lega Matteo Salvini, arrivato a sostenere il candidato del centrodestra Tommaso Marrochesi Marzi.

«Sono qui in difesa di ogni singolo posto di lavoro legato a Mps – ha detto in piazza Salimbeni, davanti alla sede di Mps –: raccoglieremo le firme che porterò personalmente al presidente Draghi perché Mps diventi insieme con altre banche il terzo polo bancario di questo paese». E ha avvertito: «Non accettiamo svendite». Un altro segnale a Roma e a Milano.

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