Minacce alla ex dal carcere, l'ex ciclista: «Sono uscito e potrei...»

Una delle lettere inviate dal carcere di Verona

Lettere vietate dalla cella alla moglie maltrattata, violando il divieto. Versiliese ma cresciuto a Massa (ha corso nella squadra di Pantani), esce in permesso e neanche la questura viene avvertita. Lei: «Ho paura»

Cristina prova a tenere la voce ferma. Le mani, però, tremano. Tradiscono paura, rabbia e impotenza mentre agita la lettera. Chi riceve ancora lettere, al tempo delle mail e whatsapp? Una donna vittima di violenza, con un ex marito in galera per il tentato omicidio di un vicino. È stato anche condannato per maltrattamenti in famiglia, ma la pena è risibile fra riti abbreviati e sconti. Luca De Angeli, versiliese di nascita, massese di crescita, ex ciclista della squadra di Pantani, in appello a Genova, si è visto ridurre la condanna per la violenza agita su Cristina (nome di fantasia, per tutelare la sicurezza della vittima), ma non le misure che deve rispettare. Ha il divieto di scrivere e telefonare a casa. Eppure continua a farlo. L’ultima volta, pochi giorni fa. Da Verona. La lettera arriva il 25 agosto. E contiene un messaggio che atterrisce Cristina: “Sono venuto in permesso premio a Massa. Cinque ore”. Nessuno l’ha avvertita. La questura sostiene di non essere stata informata. «È la conferma: appena esce, viene a cercarmi e mi uccide. Nessuno mi può proteggere».

«NON SAPPIAMO COSA FARE»


Non sbaglia di molto Cristina. Le forze dell’ordine glielo hanno detto pochi giorni fa in questura, subito prima di sporgere l’ennesima denuncia, contro l’ex marito che, in verità, ancora ex non è per la legge: lui si oppone alla separazione consensuale e il diritto civile costringe una donna riconosciuta vittima di violenza (da una sentenza) a passare attraverso una causa di separazione conflittuale, per potersi affrancare da un uomo che l’ha maltrattata per anni. Le forze dell’ordine l’hanno avvertita: quando lui uscirà «non la potremo sorvegliare 24 ore al giorno. Dovremo capire come fare». Ancora non si sa.

LETTERE DAL CARCERE

Si sa, però, che il 3 agosto 2021 De Angeli, dal carcere di Verona invia una lettera a casa della ex moglie. Non è la prima volta. Le ha già inviato minacce di morte dal carcere di Massa, da dove è stato spostato (dopo aver aggredito anche fisicamente Cristina); le ha scritto dal carcere di Pisa (dove è ricorso anche a una volontaria per mandare corrispondenza minacciosa alla ex e dove si è servito del cappellano del penitenziario per telefonare alla moglie). Le aveva già scritto da Verona dove si è pure procurato in modo illegale un cellulare per chiamare. Proprio per questo il tribunale di Massa, che il 20 luglio 2020 lo condanna a tre anni e quattro mesi per maltrattamenti, gli impone anche il «divieto assoluto di avvicinarsi e contattare in qualunque modo» la ex compagna.

Il divieto viene ignorato anche dopo la sentenza di condanna. A settembre 2020, infatti arrivano nuove lettere; a dicembre messaggi whatsapp. Il carcere di Verona non risponde dell’incapacità controllare il detenuto, di far rispettare le misure a protezione della vittima. L’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis, chiede al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di avviare un’indagine. Ma tutto è purtroppo inutile.

«SONO VENUTO A CASA»

Il 3 agosto di nuovo una lettera. Questa volta con il messaggio che Cristina non avrebbe mai voluto leggere: «... Ieri (2 agosto, ndr) mi hanno dato un permesso premio di cinque ore per venire a trovare ... che non gode di ottima salute... In quel viaggio mi passavano 2000 pensieri in testa mia!!! Sono consapevole che solo il tempo darà i suoi risultati. Nella mia testa solo io so cosa c’è».

Quando il postino lascia la lettera, a Cristina si ferma il sangue. In un primo momento non ha neppure il coraggio di aprirla. Riconosce subito la grafia. E anche il mittente: è scritto sulla busta, con l’indirizzo. Nome, cognome e carcere di provenienza. La prima domanda: «Ma come hanno potuto far uscire la lettera, visto che sulla busta c’è scritto l’indirizzo di casa mia?». Non c’è risposta. Non solo la lettera non è stata bloccata prima di partire. Nessuno ha applicato il visto di censura. «La lettera – formalizza Cristina nella denuncia – contiene frasi in apparenza non minacciose. Ma è minacciosa nel contesto, considerati i fatti che ho subito e che ho già denunciato: è palese l’intenzione di vendicarsi in qualche modo. In particolare lui si firma in questa lettera nello stesso modo usato in altre lettere con le quali mi ha minacciata di morte». La firma usata è “Cicci il guerriero”. Potrebbe anche far ridere. A chi si è stata minacciata – “ti brucio, ti ammazzo” – suona solo sinistra.

IL TERRORE ADDOSSO

«Non riesco a far capire – continua a insistere Cristina – il senso di pericolo con il quale convinco. Questa lettera, per me, è ancora più grave delle altre. Non è solo perché lui riesce a contattarmi quando vuole dal carcere, senza che nessuno lo possa fermare, neppure i divieti messi dalla magistratura. Il fatto è che mi fa sapere che è venuto qui, a pochi chilometri da me. È venuto senza che io sia stata avvertita, senza che le forze dell’ordine siano state avvertite. La questura mi dice di non aver ricevuto la notifica della sua visita sul territorio».

PENA SCONTATA PER LA VIOLENZA

Ma c’è un fatto ancora più grave, che Cristina scopre per caso, cercando di capire se l’ex marito abbia ancora il divieto di scriverle: «Sia la questura sia il mio avvocato mi hanno confermato che non può contattarmi, anche se la pena per i maltrattamenti è considerata scontata. Per quello che ha fatto a me, insomma, lui è scarcerato. Resta in galera solo per il tentato omicidio. Ma di nuovo nessuno mi ha avvisato: invece la legge impone di informare la vittima se il suo maltrattante ha scontato la pena. A maggior ragione temo che non mi avvertiranno quando potrà uscire definitivamente dal carcere. So che me lo troverò davanti da un momento all’altro, a mia insaputa».

E questo – accusa Cristina – è grazie anche alla Corte d’Appello di Genova che gli ha ridotto la pena. «Lo ha fatto ricorrendo a un procedimento molto utilizzato, per sveltire i processi e ridurre gli arretrati: il “concordato” (che impone accordi fra le parti). Se il procuratore generale ritiene che ci siano le condizioni, si riduce la pena all’imputato. Io ero contraria. Solo che la mia voce non ha pesato per nulla».

Così, però, vuole la legge. Ma allora se c’erano le condizioni per ridurre la pena al marito violento (dichiarato parzialmente incapace di intendere e di volere), perché tenere in piedi le misure di protezione della ex? «Un’altra domanda senza risposta» conclude Cristina. Ora decisa a darsi risposte. La prima: «Perché il carcere di Verona fa uscire le lettere del mio ex? Presenterò una denuncia per ottenere una spiegazione».

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