L’Aurelia, i rave e l’Italia della ceralacca

L'editoriale. No, non è stata una bella settimana. E non possiamo prendercela con una congiunzione astrale o con il destino cinico e baro. Tutto quel che di poco piacevole è accaduto ha più di un colpevole, spesso ben individuabile, e un minimo comune denominatore: la politica del rimando e quella che perpetua gli errori

No, non è stata una bella settimana. E non possiamo prendercela con una congiunzione astrale o con il destino cinico e baro. Tutto quel che di poco piacevole è accaduto ha più di un colpevole, spesso ben individuabile, e un minimo comune denominatore: la politica del rimando e quella che perpetua gli errori.

Sulla prima pagina della scorsa domenica uno dei titoli più evidenti era “Senza autostrada si muore”. La storia è quella del tratto dell’Aurelia rimasto a due corsie in prossimità di Capalbio: una vittima e quattro feriti. Questa strada ha fatto più morti del crollo del ponte Morandi a Genova, solo che non si vedono perché è uno stillicidio nel tempo, con incidenti sempre uguali: un’invasione di corsia, lo scontro, le ambulanze per i più fortunati, i carri funebri per gli altri. Di fatto sono vittime dello Stato, di un’ingiustizia che si ripropone anno dopo anno dal 21 ottobre 1968, quando il presidente del Consiglio era Aldo Moro e furono gettate le basi per la realizzazione dell’autostrada Livorno-Civitavecchia. Dopo c’è stato un vero e proprio muro di gomma in ogni schieramento politico, una serie di errori, omissioni e atti ostili verso questo territorio. Resta un buco da Vada a Tarquinia di 187 chilometri, un festival delle promesse e delle prese in giro. Con tanti colpevoli, anche (e non solo) una lobby radical chic che a lungo ha preso in ostaggio Capalbio e da lì ha provato a condizionare la vita di chi qui vive e lavora. Il simbolo di questa supponenza è un articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 19 luglio 2013.

Lo firma Enrico Deaglio, uno della lobby, che a un certo punto, riferendosi orgogliosamente all’attività del gruppo, scrive: «Per esempio, si è finora impedito la costruzione di una stupida autostrada». Ecco, la stupida autostrada è quella che non essendoci uccide, quella promessa da tutti e che nessuno ha fatto. Siamo arrivati al punto che ben che vada quell’autostrada sarà un’autostradina, senza corsia di emergenza, con la sola eliminazione degli attraversamenti a raso. Di fatto un riadattamento dell’attuale variante o del tracciato del film “Il sorpasso”. Il Tirreno ha fatto diventare tema identitario quello della carenza di infrastrutture e la battaglia ha ripreso vigore.

A Capalbio la lobby finalmente tace e parlano i cittadini. Dal Comune è partita una lettera per il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, dove si dice che «mettere in sicurezza questa strada è un obbligo morale».

Purtroppo, il ministro non ha brillato. Ha cercato di far ripartire da capo il processo che deve portare alla nomina del commissario incaricato di gestire l’opera, opponendo cavilli burocratici per il passaggio di progetti e titolarità dalla Sat all’Anas. Due parlamentari hanno dovuto aggirare l’ostacolo spostando la decisione nelle commissioni di Camera e Senato e c’è l’impegno della nomina per settembre. Ma, nel caso, sarebbe solo un piccolo passo, perché anche dove ci sono commissario, soldi e progetti può capitare che i lavori siano al palo. Accade per la Grosseto-Siena e non è una coincidenza che ci sia di mezzo un’altra strada basilare per lo sviluppo dell’area costiera. Siamo di fronte a una strategia della disattenzione, a un sottosviluppo voluto.

In particolare, l’Aurelia a sud di Grosseto è una roulette russa, e per ogni vittima ci sono precisi mandanti morali. Non realizzare quella strada è come tenere il ponte Morandi nelle condizioni in cui è arrivato al crollo. Qui invece di morire tutte insieme, le persone sono morte e muoiono un po’ alla volta. E sono tante di più. Inoltre, scompaiono (o non nascono) imprese, attività che potrebbero far crescere il benessere e la qualità della vita in tutta l’area.

Purtroppo, non finirà qui, rischia di non finire mai questa storia. Ma val la pena di lottare, perché è questione di dignità reclamare un riequilibrio di opportunità di sviluppo (e piena sicurezza) per un’area tenuta sotto scacco anche grazie a gruppi di potere della Toscana interna.

E, volendo, sarebbe una battaglia di dignità e di difesa dei diritti anche quella di non vedersi minacciati da chi vive all’insegna del “me ne frego”, da quelli che scambiano il concetto di libertà con quello del fare ciò che si vuole. Vale per i no-Vax, vale per quei medici e quegli infermieri che vogliono continuare a operare nelle corsie degli ospedali e negli ambulatori senza vaccinarsi. Il loro è un potenziale contagio consapevole, è molto peggio di un atto incosciente od ostile. Andrebbe perseguito con ben più di una sospensione. Chi è in quelle condizioni e resta in corsia dovrebbe rispondere di ogni contagio, penalmente e civilmente. Non sarebbe limitare la libertà, sarebbe semplice tutela della salute collettiva.

E vale anche per chi organizza i maxi-rave all’insegna della droga libera. Una calata di barbari che invadono proprietà, saccheggiano e danneggiano, commerciano e consumano stupefacenti, seminano morte e contagi. E, mal che vada, se la cavano con una denuncia per invasione abusiva di terreni e edifici e per l’organizzazione di manifestazione non autorizzata. Poca cosa rispetto alla gravità di questi atti che – nella migliore delle ipotesi – creano vere e proprie aree dove la legge è sospesa. Come e peggio di ciò che accade in quegli stadi dove valgono le regole tribali degli ultrà.

Ma non ci sono solo le leggi. C’è il segno dell’impotenza di uno Stato che non riesce a fare lo Stato. Sembrerebbe impossibile poter spostare tir carichi di impianti di amplificazione, gruppi elettrogeni, camioncini carichi di droga da vendere, colonne di auto, senza che nessun servizio di intelligence riesca a intercettare i messaggi di preparazione, senza che queste strane presenze ai caselli autostradali possano far scattare i dovuti livelli di allarme. No, qui le questure e i comandi dei carabinieri arrivano con un ritardo da peggior treno dei pendolari. Di fatto intervengono quando già ci sono migliaia e migliaia di persone ammassate in posti solitamente deserti. Non è accaduto solo questa settimana al confine fra le province di Grosseto e Viterbo o a luglio nel Pisano. In vent’anni solo in Toscana ci sono stati 19 raduni del genere, con cinque morti. E solo tre volte le feste clandestine sono state fermate in tempo.

Vien da chiedersi che razza di apparati di intelligence abbiamo e cosa potrebbero (non) fare se invece che i raduni per sballarsi qualcuno decidesse di farli per cose ben peggiori.

Abbiamo uno Stato con linee di comando antiquate, con il ministro dell’Interno che è di fatto il capo politico di una sola forza di polizia e non di tutte quante. Abbiamo modelli organizzativi rimasti ai tempi delle diligenze. E, quel che è peggio, tutto questo viene accettato supinamente. Ancora ieri c’erano reduci del rave che vagavano per la Maremma continuando a sballarsi e, potenzialmente, anche a contagiare. Mentre gli organizzatori se ne erano già andati gonfi di soldi guadagnati illegalmente e pure al riparo dalle tasse.

Così, tutti quelli che rispettano le regole – doveroso equilibrio fra diritti e doveri – hanno l’impressione di essere sudditi in un Paese dove la legge non è uguale per tutti. Queste persone, per fortuna, continueranno a stare dalla parte giusta. Ma tutto ciò non può impedire di pretendere un diverso approccio. Non possiamo accettare che il Paese continui a viaggiare con i tempi dei timbri di ceralacca. Perché è come se mandassimo Francesco Baracca a combattere contro un F-16.

Certo, non tutto in Italia è così. Ma sono ancora troppe le cose che sembrano sponsorizzate dalla Brembo, l’azienda italiana leader nella produzione dei freni.

twitter: @s_tamburini