Sant'Anna di Stazzema, un omaggio alle vittime e alla libertà

EDITORIALE - Il 12 agosto 1944 a Sant'Anna di Stazzema i soldati nazisti uccisero brutalmente 560 persone, secondo la stima ufficiale. La battaglia per la giustizia, "l'armadio della vergogna", gli ergastoli e il gesto di un presidente tedesco. I molti significati di una data e di un luogo

Almeno una volta nella vita bisognerebbe andarci a Sant’Anna di Stazzema, un teatro oggi finalmente di pace in un luogo di morte e di orrore, dove il 12 agosto 1944, 77 anni fa, soldati nazisti uccisero 560 persone. In realtà furono molte di più, quella cifra rappresenta solo una stima ufficiale. Uccise e poi bruciate, in gran parte erano donne e bambini, la cui unica “colpa” era quella di cercare rifugio dalla guerra. Quella di Sant’Anna era “zona bianca”, al riparo da operazioni militari, quindi ritenuta sicura per le popolazioni.

Poi arrivarono quelle iene con le uniformi delle Ss in ritirata, nazisti feroci come e più di animali incarogniti. Accompagnati da fascisti italiani, alcuni con la divisa tedesca, altri in abiti civili con il volto coperto ma traditi dalle parole pronunciate in italiano, anzi in versiliese. Italiani che sparavano agli italiani o guardavano compiaciuti quei tedeschi dagli occhi spiritati che sventravano donne e lanciavano feti in aria da usare per un macabro tiro al piattello. Lo fecero anche con un bambino di tre anni, ridendo compiaciuti.

I racconti dei superstiti – anziani allora bambini con ancora il terrore negli occhi rimasti a quelle scene terribili – sono qualcosa che supera ogni immaginazione. Non si resiste alle lacrime quando un signore ormai al tramonto dell’esistenza racconta che per tutta la vita gli è mancata la carezza della mamma vista morire e bruciare, prima con una pistola e poi con un lanciafiamme.

E non si resiste a un sentimento che va oltre l’indignazione ripercorrendo gli anni più bui, dopo quelli dell’orrore, quando i sindaci di questo paesino dell’Alta Versilia sono stati lasciati praticamente soli nella richiesta di verità e di giustizia. Per oltre sessant’anni è stato come se quei colpi di pistola e di mitragliatrice riecheggiassero ogni giorno, se il crepitio di quegli incendi alimentati dalla carne umana martellasse le orecchie di quelli che c’erano e anche di chi se lo era sentito raccontare ogni giorno.

Quei morti sono morti ogni giorno, di nuovo, perché il paese è finito dentro un gioco di biechi equilibri internazionali. Così come è accaduto per Forno, Fivizzano, Montemagno, Mezzano, Bergiola, Cavriglia, Niccioleta, per il Padule di Fucecchio, teatri di altre stragi in Toscana. E anche per Marzabotto (Bologna), Cervarolo (Reggio Emilia), Pietransieri (L’Aquila) e decine di altri luoghi. Come e peggio delle Fosse Ardeatine, la strage più conosciuta, per la quale i nazisti chiamati a risponderne hanno mascherato l’orrore chiamandolo rappresaglia: dieci italiani presi a caso da uccidere per ogni morto tedesco.

In questi paesi no, fu una furia omicida senza alcuna logica se di logica si può parlare mentre ci sono di mezzo le armi. Nel silenzio che seguì negli anni del dopo-mattanza pesarono gli equilibri della guerra fredda, con l’ex nemico Germania diventato utile nella sfida all’ex alleato sovietico. E anche le atrocità addebitabili ai soldati italiani delle truppe del regime fascista in Grecia, Albania, Slovenia e Croazia in qualche modo impedirono di esercitare pressioni: come potevamo chiedere conto agli altri quando anche i nostri soldati avevano fatto cose simili?

Le truppe americane, al loro arrivo a Sant’Anna, poche settimane dopo l’orrore, raccolsero testimonianze e documenti che consegnarono tempestivamente alle autorità italiane. Volendo, l’opera di ricerca della giustizia e dei colpevoli sarebbe potuta partire subito. E invece si è dovuto attendere il 1994, quando il giornalista americano Sam Donaldson (di Abc News) intercettò per le strade di Bariloche in Argentina il criminale di guerra Erich Priebke e gli fece confessare anche le responsabilità dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. In qualche modo la Procura militare di Roma fu “costretta” a occuparsene dopo anni di oblio. E nel corso di quelle indagini, un giovane magistrato della Procura militare, Antonello Infelisano, si imbatté in quello che fu poi definito “L’Armadio della vergogna”. Era in uno sgabuzzino della cancelleria di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, chiuso con due lucchetti e con le ante rivolte verso il muro, dentro c’erano 695 documenti con le diciture “secret” e “archiviazione provvisoria”. Fra questi faldoni, anche l’ampia documentazione sulle atrocità di Sant’Anna di Stazzema.

All’inizio quei fascicoli rimasero chiusi, anche perché la politica aveva sempre voltato gli occhi da un’altra parte. Il primo presidente della Repubblica che ruppe questo muro vergognoso di indifferenza fu il livornese Carlo Azeglio Ciampi, che decise di trascorrere il primo 25 aprile del suo mandato proprio a Sant’Anna di Stazzema. Era il 2000 e dall’orrore erano trascorsi quasi 56 anni: «Mantenere la memoria è il migliore degli insegnamenti che si può trasmettere a figli e nipoti». E fu anche una grande spinta alle indagini. Questi fascicoli arriveranno alle Procure militari dopo una grande inchiesta del settimanale L’Espresso, firmata dall’inviato Franco Giustolisi. La definizione “L’armadio della vergogna” si deve a lui. C’è molto lodevole giornalismo in questa ricerca di verità, senza non si sarebbe mai arrivati a un minimo di giustizia.

I fascicoli su Sant’Anna arrivarono alla Procura militare della Spezia e furono affidati al procuratore Marco De Paolis. Pur senza una polizia giudiziaria all’altezza di un’indagine complicatissima, in dieci anni riuscì a portare a processo dieci fra ufficiali e sottufficiali nazisti. Prima di lui nessuno aveva mai pensato di indagare. Quella di limitare a dieci gli imputati fu una scelta, lasciare fuori gli oltre cento soldati presenti negli atti evitò di allargare un processo a dimensioni che lo avrebbero reso impossibile. Il 22 giugno del 2005, quasi 61 anni dopo la strage, arrivarono dieci ergastoli che nessuno ha mai scontato, vista l’età avanzata dei condannati. Quel giorno in aula c’erano anche molti fra i superstiti e furono lacrime e applausi. Quel che è stato tolto nessuno potrà mai restituirlo ma almeno un senso di giustizia si è potuto respirare. E il cerchio si è chiuso il 24 marzo 2013, quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha accompagnato a Sant’Anna il suo omologo tedesco, Joachim Gauck. «Non è semplice per un tedesco essere qui», disse a capo chino. Fu commozione vera, un grande gesto di pace nel teatro dell’orrore. Dove oggi si torna a ricordare. Perché Sant’Anna non è solo il passato, è un monito, un argine per respingere ogni tentativo di restaurazione o di semplice riabilitazione del fascismo che non può essere considerato un’idea, perché è la promozione dell’odio, è l’oppressione delle fedi altrui.

Bisognerebbe andarci a Sant’Anna, almeno una volta nella vita. Non è solo un omaggio alle vittime, è un abbraccio alla libertà.

twitter: @s_tamburini

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