Veltroni alla Versiliana: così il terrorismo ha condizionato la politica

Walter Veltroni con il direttore del Tirreno, Stefano Tamburini

L’ex segretario del Pd analizza il caso Moro e i nemici dell’asse con Berlinguer: «Draghi è il numero uno, ma gli elettori devono votare e scegliere chi governa»

PIETRASANTA. Scordate il Walter Veltroni del “ma anche”. Le idee dell’ex segretario del Pd (anzi, del primo segretario dei democratici), oggi scrittore e giornalista sui mali dell’Italia e sui possibili rimedi sono nette. E affondano in un’analisi di un passato che non è ancora storia, ma che dispiega i suoi effetti in mezzo a noi: «Bisogna accettare che una democrazia moderna funziona se ha una coerenza interna: i cittadini votano e scelgono una delle coalizioni, con un programma e una leadership. Chi vince governa cinque anni, chi perde sta all’opposizione e si prepara a governare. Quello che non succede in Italia». Una diagnosi affilata, consegnata ieri al pubblico del Caffè della Versiliana di Marina di Pietrasanta, dove Veltroni, intervistato dal direttore del Tirreno Stefano Tamburini, ha presentato il suo libro “Il caso Moro e la Prima repubblica” (QUI L'INTERVISTA-VIDEO INTEGRALE).

Platea affollata, per seguire il filo rosso tracciato da Veltroni, che parte a metà degli anni Settanta e arriva a oggi.


Perché – dice l’ex vicepresidente del primo governo Prodi – «non siamo nella Seconda repubblica, ma nei cascami della prima. Le repubbliche cambiano quando cambiano le Costituzioni, noi abbiamo cambiato al massimo decine di leggi elettorali, secondo la convenienza di chi si trovava al governo in quel momento».

L’esempio è scodellato facilmente sul tavolo: «Nell’ultima legislatura abbiamo avuto prima un governo tra 5 Stelle e Lega, che fino a poco prima giuravano di non allearsi fra di loro. Poi tra 5Stelle e Pd: idem come sopra. Ora abbiamo un esecutivo con tutti e tre: Lega, 5 Stelle e Pd».

Un’anomalia, che almeno in parte, per Veltroni, affonda le proprie radici negli anni Settanta e in particolare nel “Caso Moro”: «Sono convinto – ha detto – che quello che successe nel 1978 ha cambiato il corso della storia italiana». Non si tratta dell’esercizio, sempre pericolosissimo del “cosa sarebbe successo se...”. Piuttosto, di mettere in fila quello che è successo negli anni precedenti: la crisi del centrosinistra storico (quello di Dc e Psi), l’avanzata del Pci e la tenuta della Balena bianca. In mezzo a un contesto di terrorismo, crisi economica e guerra fredda.

Dunque, due protagonisti – Aldo Moro ed Enrico Berlinguer – che disegnano, in passi successivi, l’ingresso del Pci in quella che Pietro Nenni chiamava “la stanza dei bottoni”. Una visione (come la chiama Veltroni), che piaceva poco o nulla sia negli Stati Uniti (per i comunisti al governo) che all’Urss (per l’idea stessa di un partito fratello che abbraccia i principi della democrazia liberale). Berlinguer e Moro, insomma hanno molti nemici. Comprese le Brigate Rosse, che arrivano almeno in parte dalla “famiglia” comunista: quella dell’appartamento di Reggio Emilia, della continuazione della Resistenza come lotta armata. «Sono convinto che Moro facesse più comodo da morto che da vivo», dice Veltroni, che ricorda poi le «pressioni americane» sul governo italiano e in particolare sul Viminale retto da Francesco Cossiga.

Un filo, quello tra Moro e Berlinguer, che in molti volevano spezzare e che alla fine fu rotto. «Le Br – sintetizza Veltroni – furono all’origine del pentapartito e dei governi che fecero esplodere il debito pubblico». Una situazione che ora è in mano a Mario Draghi: «È il numero uno per competenza, rapporti internazionali e modo di essere. Garantisce una transizione mentre tutti si azzuffano. Ma noi abbiamo bisogno di una democrazia in cui gli elettori votano e scelgono chi governa».

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