Unicredit-Mps, la trincea della Toscana. Giani: vendita inaccettabile

Da sinistra a destra, tutti a difesa dell’autonomia della banca. Critiche al governo Letta e le tre priorità: «Lavoro, marchio, no allo spezzatino». Il Pd: Franco riferisca

Parla di rischio di «frettolosa cessione». Cita operazioni “etero-dirette” come «quella malaugurata dell’acquisto di Antonveneta». Usa il termine «inghiottire» per definire la scalata di Unicredit a Monte dei Paschi di Siena. Il presidente della Regione, Eugenio Giani, rompe il silenzio del primo giorno sul “caso Mps” derogando allo stile moderato. Del resto, sa che c’è da fare presto per bloccare un’operazione che in poche settimane può far scomparire la più antica banca del mondo, cancellare fino a cinquemila posti di lavoro, ipotecare il risultato elettorale delle politiche di ottobre a Siena, con Enrico Letta candidato del centrosinistra e di un’alleanza (traballante con Italia Viva) allargata a M5s.

Giani sa bene che l’acquisizione di Mps – solo la parte “sana” (gli sportelli del centro-nord) da parte di Unicredit – si abbatte sulla Toscana in un momento di crisi economica e occupazionale drammatica: l’acciaio a Piombino che non riparte, la chiusura improvvisa di Gkn, fabbrica dei componenti dell’industria automobilistica. Un’emorragia di lavoro in tutta la regione: al sud, sulla costa, nel Fiorentino. Per questo sollecita il ministero delle Finanze ad aprire un “tavolo Toscana”: «Vedere Mps inghiottito da Unicredit – scrive Giani – con una trattativa che salta il territorio e non considera il patrimonio di un istituto capillarmente radicato nel Centro Italia, ma presente nell’intero Paese, non è accettabile. Si impone un tavolo di confronto con le forze sociali, i sindacati dei lavoratori, la Regione, il Comune e la Provincia di Siena. Regione ed enti locali – aggiunge – devono essere messi, con tempestività, a conoscenza degli elementi concreti di una proposta che potrebbe portare alla perdita di migliaia di posti di lavoro e di un marchio storico unico».


Anche il segretario del Pd, Letta, prova a dettare la linea ai suoi, consapevole che molto del successo della sua campagna elettorale, potrà dipendere proprio dalle vicende Mps. Così, dopo la comunicazione della trattativa tra ministero del Tesoro e Unicredit, fa l’elenco delle priorità: «Lavoro; no allo “spezzatino” della banca e tutela del marchio: queste le garanzie che chiediamo al governo». Riprende, di fatto, quello che reclama da mesi Siena. E che è stato inserito anche in una risoluzione approvata in consiglio regionale a marzo. Nell’atto si dava mandato a Giani di portare le istanze del territorio al governo «per la tutela del marchio, dei posti di lavoro e del mantenimento della governance della banca a Siena». Il documento fu approvato a larga maggioranza con i voti di Pd, Italia Viva, M5s, Lega e Forza Italia e l’astensione di Fratelli d’Italia. Partito, invece, che oggi ritiene «necessario realizzare una deroga in sede comunitaria, funzionale a superare il termine di uscita dello Stato da Mps, fissato al 31 dicembre 2021». Dal 2017, infatti, il Tesoro è dentro Mps grazie al prestito che ha evitato il crac della banca. Ma ora proprio gli alti funzionari del ministero spingono per la dismissione della partecipazione. A conferma che le decisioni sul destino di Mps, ormai, si prendono fuori Toscana. E se almeno fino a marzo, sembrava che ancora Siena e Firenze la partita la potessero giocare, oggi, la sensazione, è che la governance sulla banca, nei fatti, sia già stata persa. E che il destino del Monte, rischia di essere deciso sull’asse Roma-Milano.

Non a caso il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri torna a chiedere che della questione venga investito il Parlamento: «Bisogna intervenire in aula sul mostruoso conflitto di interessi Unicredit-Pd-Mps. Al vertice di Unicredit è stato collocato Pier Carlo Padoan, già ministro dell’Economia e poi parlamentare del Pd eletto a Siena. Ora al suo posto si candida Letta. Ora si realizza questo ulteriore intreccio. Quanto costerà a Unicredit questa ulteriore manovra?». Anche se da prospettive diverse, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi a nome dei gruppi Pd di Camera e Senato chiedono una discussione parlamentare: «Auspichiamo che il ministro delle Finanze Franco venga a riferire alle commissioni competenti di Camera e Senato su operazioni riguardanti Mps, come previsto dalla legge di Bilancio per il 2021». Addirittura Stefano Fassina (Leu) ricorda come sulla vicenda «il Governo sia già in “violazione della legge di bilancio ” perché il capo del governo Mario Draghi e il ministro Franco avrebbero dovuto “riferire preventivamente” alle Camere su eventuali operazioni di aggregazione societaria o di variazione della partecipazione detenuta dal Tesoro in Mps. Oltretutto si rischiano, attraverso aumenti di capitale per la banca senese, esuberi caricati sui contribuenti e regali miliardari agli azionisti di UniCredit». Il senatore del Psi, Riccardo Nencini definisce «peggio di una bestemmia» l’operazione di Unicredit che «acquista solo la rete commerciale di Mps». Mentre il ministro Renato Brunetta ribadisce che dell’operazione Mps «se ne deve parlare in consiglio dei ministri, anche se sto tranquillo, perché abbiamo il migliore banchiere centrale: Mario Draghi». Meno convinti i sindacati, confederali preoccupati per i 5mila esuberi. —

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