Le vite sospese fra realtà e propaganda

L'ingresso dello stabilimento Gkn a Campi Bisenzio

Buona domenica: l'editoriale. Ecco tre esempi, tre storie molto diverse fra loro, che purtroppo evidenziano quanto il potere finanziario ormai eserciti una pressione che va oltre la libertà d’impresa, legittima e sacrosanta

Ci trovi un po’ di tutto in quegli occhi un po’ stanchi ma non spenti. Sono occhi fieri di quel coraggio della paura proprio di chi ormai sa che non può far altro che puntarli dritti al cuore del mondo, perché non ha altro che quelli. Sono sguardi che trovi in tutti i posti dove ci sono donne e uomini che vedono minacciata la dignità ancor prima del posto di lavoro. Negli ultimi tempi di sguardi così, purtroppo, se ne incrociano tanti, da queste parti. Ci sono quelli dei 422 dipendenti della multinazionale proprietaria della Gkn, licenziati via mail. Ci sono, da un paio di giorni, quelli dei dipendenti del Monte dei Paschi che temono una mattanza sociale: 5.000, forse 6.000 posti da tagliare su 21.000. In pratica uno su quattro, una roulette russa. Ci sono tante situazioni di crisi mai risolte, come quella dei lavoratori delle Acciaierie di Piombino, presi in giro per lustri da chi non ha il coraggio di dire che forse la siderurgia è un capitolo chiuso e confida di drenare consensi grazie al rubinetto dei sussidi e delle pensioni dei nonni. È il nascondere la polvere sotto il tappeto applicato alla gestione delle crisi.

Sono tre esempi, tre storie molto diverse fra loro, che purtroppo evidenziano quanto il potere finanziario ormai eserciti una pressione che va oltre la libertà d’impresa, legittima e sacrosanta. Qui però siamo di fronte a storie dove l’uomo, prima che il lavoratore, è meno che un numero. È carne da profitto finché serve e dopo ben che vada c’è l’elemosina della cassa integrazione e dei sussidi.

Qui siamo di fronte al doppio binario: capitalisti quando ci sono i profitti, socialisti quando ci sono le perdite. Atteggiamento che danneggia anche l’imprenditoria sana. Siamo allo spregio dell’articolo 41 della Costituzione: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Nel caso della Gkn di Campi Bisenzio siamo in presenza di una società di investimenti che pensa ai profitti di chi investe e guadagna stando in salotto ad aspettare i dividendi. I lavoratori sono stati licenziati pur in presenza di bilanci in attivo, perché c’è bisogno di andare dove il lavoro costa meno. Adesso l’azienda, senza mai palesarsi fisicamente davanti ai cancelli della fabbrica, pretende lo sgombero da parte dei lavoratori, la resa, l’umiliazione estrema. Formalmente potrebbe anche essere tutto in regola ma non è certo accettabile scoprirlo oggi rendendosi conto che questo sistema non ha saputo creare anticorpi per evitare lo scempio della dignità. È il frutto della politica del “dopo”, dell’intervento di emergenza. Presto potrebbe capitare anche a una parte dei dipendenti del Monte dei Paschi che temono una vera e propria mattanza: più o meno un posto di lavoro da tagliare ogni quattro. Certo, qui la situazione dei conti è pesante e i guai partono da lontano, da altre gestioni rispetto a quella attuale che sta cercando di salvare un istituto che per la Toscana rappresenta molto più che una semplice banca.

Queste sono storie incancrenite, che si sarebbero vissute lo stesso anche senza l’emergenza Covid. Ma è chiaro che il momento amplifica le preoccupazioni, permette di mescolare le percezioni e spostare il punto di messa a fuoco del problema, peraltro in un momento di ripresa complessivo dell’economia. Sono vicende che rappresentano la parte emergente di un iceberg che potrebbe infrangersi su realtà fragili, indebolite dalla crisi e da una politica balbuziente.

Prendiamo altri sguardi, quelli smarriti di chi dovrebbe contrapporsi. Ci sono ministri e viceministri che fanno fatica ad avere contatti con presidenti e amministratori delegati di queste e di altre aziende che rischiano di mettere in ginocchio migliaia di famiglie e intere economie locali. C’è ancora troppa politica da cappello in mano, che si presenta prona al cospetto di queste prepotenze. Per carità, le tre situazioni a mo’ di esempio non sono omologabili. Gkn è un caso di prepotenza pura (un’azienda che non riconosce lavoratori e sindacati ma ancor prima le istituzioni), per le Acciaierie siamo al cospetto di una serie di intrecci fra incapacità industriale, speculazione politica di chi gioca sulle difficoltà dei lavoratori e debole lungimiranza di sviluppo. Per Monte dei Paschi si tratta di una bomba a orologeria che prima o poi doveva esplodere ma si è scelto il momento più complesso, che arriva dopo epoche di sperperi. Con un’ulteriore complicazione. Da anni la concentrazione estrema degli istituti bancari rischia di porci di fronte anche un problema di “democrazia del credito”, la mancanza di alternative potrebbe portare nelle mani di pochi le decisioni su chi può fare impresa e chi no.

Intanto la Toscana rischia di trovarsi con 3.500 di quei 5.000-6.000 esuberi di Monte dei Paschi e – in prospettiva – migliaia di altri posti di lavoro a rischio in altri comparti salvati momentaneamente dalla proroga del blocco dei licenziamenti. Quel che è più grave va oltre il rischio in sé, è rappresentato dalla politica dell’accapigliamento, degli slogan. Così spicca, in fatto di sano realismo, quel «si sta materializzando un incubo per l’economia toscana» del senatore dem Andrea Marcucci. Incubo è la parola giusta, che in pochi hanno il coraggio di usare. La piena consapevolezza sarebbe già un’ottima base per cominciare a capire cosa fare se questo piano di acquisizione della banca dovesse portare a tagli a organici, sportelli e finanziamenti per il territorio.

È sciocco pensare che la crisi di Mps è solo un problema della banca e di chi ci lavora. Siamo di fronte al rischio di un impoverimento complessivo del territorio, al caricare sulla collettività l’assistenza di chi resterà senza lavoro. Alla possibilità di rendere vana, o meno efficace, anche la pioggia di finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. In un territorio penalizzato da carenza di infrastrutture e di sviluppo, tutto questo potrebbe essere letale.

E allora bisogna aggrapparsi a quegli sguardi fieri e a ciò che di buono comunque riesce a emergere oltre la litigiosità e le speculazioni di quella parte della politica a caccia di consensi fra disperazione e ignoranza. Quella di no-vax e no-Green pass, favorisce la disinformatija per destabilizzare. Senza pensare che un altro inverno di chiusure anche parziali non possiamo permettercelo. Perché a quel punto i casi Monte dei Paschi, Gkn o Acciaierie saranno la regola.

Mercoledì, nei giardini del Quirinale, ho avuto modo di ascoltare le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a proposito della deriva del “me ne frego”: «La libertà è condizione irrinunziabile ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo. (...) La vaccinazione è un dovere morale e civico». «Senza attenzione – aveva premesso – e senso di responsabilità rischiamo una nuova paralisi della vita sociale ed economica; nuove, diffuse chiusure; ulteriori, pesanti conseguenze per le famiglie e per le imprese».

Meglio non si potrebbe dire. Quello che stiamo vedendo in questi giorni potrebbe essere solo l’antipasto di un vero e proprio tsunami. Evitare di caricare nuova emergenza in autunno dovrebbe essere la preoccupazione condivisa, al riparo da bieche speculazioni negazioniste. Basterebbe frequentare piazze diverse, andare a parlare con quelle lavoratrici e quei lavoratori. E incrociare quegli sguardi. Potrebbe finalmente aiutare a capire la differenza che c’è tra il palco della propaganda social e la realtà di tante vite sospese. —

Twitter: @s_tamburini

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