Lo “spezzatino” Mps fa paura a tutti. Almeno 5.000 rischiano il posto

Guido Bastianini (Mps)

Dopo l’annuncio di Unicredit il sindacato lancia l’allarme, possibili turbative sulla campagna elettorale

Non ci stanno i 21mila dipendenti di Mps a correre il rischio di vedere la quarta banca italiana smembrata. Ridotta a uno “spezzatino”, con Unicredit pronta ad accorpare la parte “sana” dell’istituto, e Mediocredito (Banca del Mezzogiorno) a prendere quello che avanza, gli sportelli del Sud. Non ci stanno perché l’operazione significa a 5-6mila esuberi, come denunciano i sindacato interni che ieri hanno incontrato l’amministratore delegato della banca, Guido Bastianini: «L'ipotesi di acquisizione solo parziale di Mps e non della banca nella sua interezza, tra l’altro al netto dei rischi di contenziosi straordinari e dei crediti deteriorati, non risponde all’esigenza di massima salvaguardia dei livelli occupazionali».



Ma Bastianini non si smuove. Ai dipendenti, incontrati a distanza, dice: «Solo nelle prossime settimane, al termine di un accurato processo di due diligence (verifica dei dati di bilancio, ndr) ... sarà possibile conoscere i dettagli di una potenziale acquisizione. Nel frattempo sono certo che ciascuno di noi contribuirà a dimostrare quanto sono ben riposte le aspettative su di noi, continuando ad operare con impegno, determinazione e dedizione nelle nostre attività». Parole al miele, quelle pronunciate dal dirigente, per cercare di stemperare la tensione dopo l’accelerazione improvvisa tra Unicredit e ministero del Tesoro, azionista di maggioranza con il 64% del capitale, e l’avvio della manifestazione d’interesse in esclusiva per l’acquisizione della banca, malgrado i risultati degli stress test resi noti ieri da Eba (l’Autorità bancaria europea) che rilevano la «fragilità della banca»: possibilità di perdite fino a 2,7 miliardi in tre anni e riduzione di sei miliardi di capitale. Questo risultato (il peggiore delle banche sottoposte a stress test) giustificherebbe la fretta del ministero di velocizzare lo “spezzatino” Mps, anche se a Roma descrivono questa operazione come la messa in sicurezza dell’istituto. Anche se questo significa tagliare migliaia di posti, in Toscana 3.500, circa un migliaio nella sola direzione generale di Siena. Questo scenario mette in fibrillazione non solo Siena che rischia di perdere, e questa volta definitivamente, la sua banca. Mps ha circa 3,9 milioni di clienti, 80 miliardi di crediti alla clientela, 87 miliardi di depositi della clientela. L'operazione, prospettata, qualora andasse in porto, permetterebbe a Unicredit di rafforzare il posizionamento competitivo in Italia e in particolare nel Centro-Nord, dove si trova il 77% degli sportelli di Mps contribuendo fra l’altro a una crescita della quota di mercato in Toscana di 17 punti percentuali, in Lombardia e in Emilia-Romagna di 4 punti percentuali e in Veneto di 8 punti percentuali. Unicredit, come riferito dall’aministratore delegato Andrea Orcel, sembrerebbe intenzionata a mantenere il perimetro della rete commerciale di banca Mps, su cui tuttavia, potrebbe abbattersi dopo l’acquisizione, la scure dello smembramento di parte della rete. I primi a essere sacrificati, oltre alla direzione generale, potrebbero essere proprio un centinaio di sportelli nel sud Italia con la confluenza in Mediocredito Centrale per consolidare quello che, dopo l’acquisto della Popolare di Bari, è diventato il polo bancario del Mezzogiorno. Un’ipotesi che i sindacati non hanno particolarmente gradito. «L’avvio della trattativa tra Unicredit e il ministero dell’Economia su Mps sembra andare in direzione dello smembramento della banca, una soluzione che riteniamo del tutto sbagliata» insiste il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra che ha poi chiesto la convocazione di un tavolo con le categorie.

«Ci vuole una credibile soluzione di sistema che, escludendo la sciagurata scorciatoia dello “spezzatino”, salvaguardi i livelli occupazionali, metta a valore il prestigio del marchio Mps e non disperda le ottime risorse professionali esistenti» gli fa eco il segretario della Fisac Cgil, Nino Baseotto. L’operazione allo studio sarà subordinata all’esclusione di contenziosi straordinari non attinenti all’attività di ordinaria gestione bancaria e di tutti i relativi rischi legali, attuali o potenziali. E anche l’esclusione dei crediti deteriorati. La paura a Siena è che il territorio finisca per ritrovarsi con una “banca cattiva”: un marchio svuotato dell’attività commerciale e riempita di zavorre da smaltire. Unicredit, intanto, è uscita allo scoperto ma il quadro e i termini della partita sono ancora tutti da definire. Già, perché nella sfida, si è inserita prepotentemente anche la campagna elettorale per il seggio lasciato vacante alla Camera da Pier Carlo Padoan che oggi siede alla presidenza di Unicredit. E la candidatura del segretario del Pd Enrico Letta, dopo un mese di tentennamenti, ha provocato l’effetto domino sul risiko bancario. La trattativa tra ministero del Tesoro e Unicredit è solo l’ultimo tassello di una matassa che entro fine anno, termine ultimo per l’uscita del Tesoro dal capitale della banca, dovrà essere sbrogliata. In mezzo, a ottobre, le elezioni. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA