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Testa o croce per Jsw, siamo all’ennesimo bivio

Verso l'incontro al ministero per capire se per Piombino c'è ancora un futuro. C’è chi è in cassa integrazione da sette anni

Mai come adesso il polo siderurgico di Piombino si trova di fronte a un bivio. Il mercato dell’acciaio, dopo anni di grandi difficoltà, ha ripreso la sua marcia.

Il prezzo del rottame e delle materie prime sale, così come aumenta il numero delle commesse sia nel mercato dei prodotti lunghi sia in quello dei piani. Eppure le due principali fabbriche di Piombino, la città che fino a qualche anno fa era una delle contee dell’acciaio italiano, arrancano.


E rischiano concretamente di veder sfilare sotto al loro naso il treno della ripresa che potrebbe passare una sola volta. Stiamo parlando, nell’ordine, dell’ex stabilimento Lucchini di proprietà del gruppo indiano Jsw Italy, nel quale lavorano circa 1700 addetti, e la fabbrica Liberty Magona, anche questa di proprietà indiana (Liberty Steel) e con 740 lavoratori. Se Jsw è ormai a tutti gli effetti un gigante addormentato della siderurgia italiana, sprofondato in una vertenza senza fine dopo anni di cambi di proprietà, annunci e piani industriali mancati, la crisi di Liberty Magona è arrivata all’improvviso, in seguito ai guai finanziari del gruppo indiano che niente hanno a che vedere con lo stabilimento piombinese che fino alla scorsa primavera viaggiava a pieno ritmo, con ordini e commesse.

JSW, ORA O MAI PIÙ

È il 2014. L’altoforno viene spento. Il ciclo integrale della produzione di acciaio si interrompe per sempre. Da allora sul destino dell’ex stabilimento Lucchini di Piombino è calata una nebbia densa. Nebbia che pareva essersi diradata nel 2018 quando, dopo l’infruttuosa parentesi algerina di Aferpi, il sito piombinese è passato nelle mani di Jindal, colosso indiano dell’acciaio mondiale. Ma, dopo tre anni dall’acquisizione della fabbrica, la crisi piombinese non si è arrestata. I progetti sono rimasti sulla carta, la realizzazione del nuovo forno elettrico non ha una data certa, gli impianti sono fermi da mesi e la quasi totalità dei lavoratori sono in cassa integrazione. Per accendere i riflettori sulla vertenza Jsw i sindacati hanno messo in piedi un presidio permanente alla portineria della fabbrica per oltre settanta giorni. Solo per richiamare l’attenzione del ministero dello Sviluppo economico e per ottenere la riapertura del tavolo. Anche perché i tempi sono stretti: basti pensare che a settembre scadranno gli ammortizzatori sociali per i lavoratori di Piombino Logistics, l’azienda del gruppo che si occupa degli impianti portuali.

Alla fine la convocazione è arrivata: domani i sindacati, le istituzioni locali, i rappresentanti del gruppo siderurgico indiano si riuniranno (non è ancora chiaro se in presenza o a distanza) con il ministro allo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e con la sottosegretaria Alessandra Todde. Nel frattempo, in questi mesi nei quali gli impianti sono rimasti fermi, non sono mancate le ipotesi, le speculazioni e le voci sul futuro del sito produttivo di Piombino.

PRE RIDOTTO E ROTAIE

I primi a lanciare una mina su Jsw, lo scorso mese di giugno, sono stati gli industriali del nord. Nello specifico è stato il presidente del Gruppo Danieli di Udine, Gianpietro Benedetti, a tirare in ballo “ufficialmente” Piombino come potenziale polo nazionale di produzione Dri (preridotto di acciaio utilizzato per alimentare forni elettrici).

L’impianto servirebbe per la produzione di preridotto, ricavato dal minerale di ferro lavorato ad alte temperature con il gas, che verrebbe poi utilizzato per alimentare forni elettrici.

L’acciaio ottenuto con il preridotto garantirebbe una qualità anche maggiore rispetto a quella ottenuta con l’uso di rottame. Ma a Piombino un impianto del genere potrebbe essere accettato solo se funzionale al rilancio della produzione locale e non come strumento per calmierare il mercato a favore delle industrie del nord. Non è l’unica ipotesi emersa in questi giorni. Un altro scenario vedrebbe invece Piombino inserito in un polo europeo delle rotaie, in collaborazione con Invitalia e con lo stabilimento francese di Hayange. Le voci corrono, i fatti meno. Nel frattempo la maxi commessa per la produzione delle rotaie per Rfi non è stata assegnata integralmente, con Jsw che spinge per ottenerla, ma con i sindacati che chiedono che l’assegnazione, decisiva per garantire un futuro al gruppo, sia vincolata a un piano sostenibile per la produzione dell’acciaio a Piombino, così come previsto peraltro negli accordi di programma firmati anche dallo stesso governo.

IL COLPO DI CODA DI JINDAL

Le voci e le speculazioni degli ultimi mesi almeno un risultato lo hanno prodotto. Hanno fatto in modo che il gruppo Jsw battesse un colpo.

Con una lettera inviata da Jsw Steel Italy al ministro Giancarlo Giorgetti, il magnate indiano Saijan Jindal ha chiarito di non aver alcuna intenzione di lasciare lo stabilimento di Piombino. E si è detto pronto a investire 75 milioni per i laminatoi, con l’intenzione - ancora viva – di realizzare un forno elettrico da 1,2 milioni, con l’apporto di un’agenzia governativa e di nuovi soci privati (mantenendo però la maggioranza). I propositi sono stati confermati dall’industriale indiano durante l’incontro che i dirigenti del gruppo Jsw hanno avuto con il ministro Giorgetti e la sottosegretaria Alessandra Todde, pochi giorni dopo.

Un incontro al quale hanno fatto seguito poche righe di comunicato da parte del ministero, secondo cui «il governo e Jindal hanno condiviso le linee guida di un piano industriale realistico e sostenibile per un progressivo, concreto rilancio e sviluppo del sito di Piombino. Sono stati inoltre concordati approfondimenti sul dossier, su un coinvolgimento di Invitalia per un eventuale ingresso nella società».

LA PROVA DEL NOVE

Il contatto tra la proprietà indiana e il ministero dello Sviluppo economico ha visto i sindacati come spettatori esterni. I rappresentanti dei lavoratori non hanno nascosto in questi giorni lo scetticismo riguardo al piano paventato per Piombino. Hanno fatto notare come l’ ingresso di Invitalia, dato per eventuale nella nota del ministero, fosse dato per certo dal ministro del governo precedente Patuanelli.

Gli stessi sindacati hanno posto in evidenza come la necessità di approfondimento del dossier di Piombino da parte di Invitalia riporti, di fatto, la situazione al settembre dello scorso anno. Insomma, siamo sempre lì: si attende che agli innumerevoli annunci facciano seguito i fatti.

È quello che in primo luogo si aspettano i lavoratori della fabbrica di Piombino, alcuni dei quali sono in cassa integrazione fin dallo spegnimento dell’altoforno, ovvero dal 2014.

Domani, nell’incontro romano al ministero dello Sviluppo economico, si capirà una volta per tutte, a meno di ulteriori tatticismi non richiesti, se per lo stabilimento ex Lucchini vi saranno delle pagine da scrivere in futuro. O se, al contrario, il cuore di acciaio che ha battuto per anni in città sarà destinato a fermarsi per sempre. —

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