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L'esperto dell'Irpet: «L’export toscano decolla a +14%». Male i dati sull'occupazione

Nicola Sciclone: «La recessione è stata veramente forte, per sanarla ci vorrà tempo. La Toscana, nel corso del 2020, ha perso per strada 10/11 punti percentuali di Prodotto interno lordo»

Ci vorrà ancora un po’di tempo prima che torni il sereno sull’economia toscana. «Se si risolvesse del tutto il problema sanitario, che è la variabile più difficilmente controllabile, secondo le nostre previsioni nell’ultima parte del 2023 potremo tornare ai livelli del 2019», dice Nicola Sciclone, da due mesi direttore dell’Irpet, l’Istituto regionale di programmazione economica.

«Il 2021 – aggiunge – è segnato sempre dall’incertezza. E servono almeno tre anni per lasciarsi alle spalle una pandemia che ha colpito consumi, produttività e occupazione. Adesso per gli operatori economici è necessario resettare tutto per poi ripartire».


Direttore, qual è la situazione attuale dell’economia in Toscana?

«Siamo in un periodo di sospensione, in una fase di passaggio tra la recessione profonda del 2020 e una sostanziale ripresa, ancora però non così vigorosa. La ripresa insomma comincia a manifestarsi ma non è compiuta, Covid permettendo».

Assistiamo dunque a un risveglio del mondo produttivo.

«Tutti i settori mostrano un segno più, ma è anche vero che lo scorso anno erano caduti moltissimo. Come crescita, siamo infatti ancora 5 punti percentuali in meno rispetto al 2019, anno che dobbiamo prendere a riferimento per le nostre valutazioni».

Ci sono comparti che viaggiano meglio di altri?

«Sicuramente la farmaceutica, per ovvie ragione. Poi su tutti i servizi tecnologici e l’agroalimentare, trainato dal boom dei supermercati».

E quali sono quelli che fanno più fatica?

«Per esempio il sottosettore dei filati e tessuti, che trascina con sé in un cattivo andamento tutto il comparto della moda toscana. Che comprende cuoio, pelletteria, calzature, maglieria».

Altri settori hanno problemi a scrollarsi di dosso le pesanti scorie degli ultimi tempi?

«Le tendenze negative si avvertono anche su carta e cartone, nel commercio e nel turismo. E nell’automobile: lo dimostrano la recente chiusura della linea produttiva e il licenziamento di 422 persone della Gkn Driveline di Campi Bisenzio e i 139 posti di lavoro a rischio alla Vitesco di Fauglia. La crisi dell’automotive ha ripercussioni soprattutto nella zona costiera della Toscana».

Si torna comunque a respirare un clima di maggior fiducia. Ci sono elementi che contraddistinguono la nostra regione?

«Sicuramente il dato dell’export, che si assesta su un più 14 per cento. L’Italia è ferma al più 6 per cento. La Toscana ha la performance migliore del Paese. Poteva andare ancora meglio, se non fosse per l’aumento dei prezzi e le difficoltà a reperire diverse materie prime».

Questi segnali di ripresa hanno ricadute positive sul mercato del lavoro?

«Non del tutto. Per quanto riguarda i dipendenti diretti nel periodo gennaio-maggio 2021, sono sì 2. 500 in più del 2020, ma ancora mancano 11.000 occupati rispetto al 2019. Lo stesso discorso vale per i primi contratti, i cosiddetti avviamenti al lavoro. Sono 31.000 in più del 2020, ma sempre 67.000 in meno del 2019, e tra questi mancano all’appello 15.000 contratti a tempo indeterminato. C’è stata però una riduzione di 18 milioni di ore di cassa integrazione».

È una lenta ripartenza.

«La recessione è stata veramente forte, per sanarla ci vorrà tempo. La Toscana, nel corso del 2020, ha perso per strada 10/11 punti percentuali di Prodotto interno lordo».

Come si riflette questo dato nell’economia reale?

«Significa 3.400 euro di Pil in meno per abitante della Toscana, in tutto quasi 12 miliardi e mezzo (i residenti totali sono oltre 3 milioni e 600.000, nda). In sostanza, sono andati in fumo 730 euro di reddito disponibile per ogni residente, 1.600 euro in media a nucleo familiare».

In pratica un dramma sociale.

«Il nostro sistema di welfare ha retto anche grazie ai vari sussidi messi in campo dal Governo, come il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza. Tutte misure che hanno tamponato le già ingenti perdite. C’è poi un altro elemento da tenere presente».

Vada avanti.

«Nell’anno della pandemia c’è stata certamente una riduzione di risorse delle famiglie, ma anche una forte contrazione dei consumi che ha portato in diversi casi all’accumulo di risparmi. Se il clima di fiducia tornasse a essere positivo, si potrebbe pensare a una ripresa dei consumi come risarcimento a quello che non è stato fatto durante il 2020».

I soldi in arrivo del Recovery Fund (per la Toscana dovrebbero essere circa 10 miliardi di euro), in che modo aiuteranno la ripresa dell’economia nella nostra regione?

«Con questi fondi, prevediamo il recupero di quasi il 4 per cento di Pil perso nel 2020. È dunque un elemento estremamente positivo dopo un periodo di forte compressione sugli investimenti. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza nel medio e lungo periodo porterà molto lavoro e reddito come effetto diretto, e una crescita della produttività come effetto indiretto. Per esempio avremo trasporti e comunicazione più efficienti con il miglioramento delle infrastrutture».

A proposito di questo. Quali sono gli elementi che frenano lo sviluppo della Toscana?

«Innanzitutto c’è da dire che la Toscana è dentro un sistema Paese: quello cioè che non funziona in Italia si ripercuote anche nella nostra regione. Vale anche il contrario: ciò che funziona, funziona anche in Toscana. Per sintetizzare: il modello toscano può fare qualcosa, ma non certo tutto».

E cosa può fare la Toscana per dare slancio alla sua economia?

«Dobbiamo ridurre il disequilibrio e rendere omogenei i vari territori, è un problema di proporzioni. Ci sono settori vitali e fruttuosi che funzionano alla grande, a volte a passo superiore di regioni come Lombardia o Emilia Romagna, addirittura a operosi land della Germania. Altri invece funzionano meno bene e limitano la velocità di rilancio».

Oltre a questo aspetto?

«Rispetto ad altre realtà anche vicine, stiamo assistendo a un processo di deindustrializzazione. Ovvero, chiudono le manifatture e si sviluppano il terziario e i servizi».

Quali sono le conseguenze?

«Basti pensare che, nel manifatturiero, l’85 per cento delle persone impiegate ha un contratto a tempo indeterminato. E gli stipendi sono più alti. Nel commercio, l’indeterminato scende al 75 per cento. Nei servizi e nel turismo al 47 per cento».

Il lavoro è sempre più precario.

«Dobbiamo lavorare per contrastare questa tendenza in difesa della nostra manifattura, creando le condizioni per l’apertura di imprese di livello intermedio, a media e alta tecnologia. Realtà industriali che stiano nel mezzo tra gli artigiani e le Pmi, e le grandi aziende multinazionali».

E da dove è possibile partire?

«È necessaria una grande politica concentrata sulla crescita del capitale umano e sul potenziamento della formazione. Gli investimenti vanno rivolti per esempio agli istituti tecnici superiori, per avviare i giovani al mercato del lavoro». –

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