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Moda in Toscana, i grandi marchi pronti a sbarcare nel tessile

Bernard Arnault di Lvmh, colosso del lusso francese , e gli imprenditori tessili e della moda toscani Francesco Marini, Riccardo Bruni, Tony Scervino e Raffaella Pinori

Nuovo interesse per l’indotto dei brand. Il caso Biagioli è il primo passo: gli scenari

Bernard Arnault è ora l’uomo più ricco del mondo dopo aver superato –secondo la classifica di Forbes – il boss di Amazon Jeff Bezos ed Elon Musk.

In borsa Lvmh la maison del lusso è già del 60 per cento oltre i prezzi pre-Covid e con 334 miliardi è diventata la prima azienda per capitalizzazione in Europa.


Ne è passato di tempo da quando, al rientro dagli Stati Uniti, l’ingegnere, immobiliarista, Arnault riuscì ad acquistare la compagnia tessile Boussac Saint-Frères in bancarotta ma con un unico obiettivo finale, quello di mettere le mani su Christian Dior.

Astuto e spregiudicato ci riuscì nel 1985 e da quel momento la sua scalata nel mondo del lusso non si è mai arrestata. La sua Lvmh – con Hermès e Kering – valgono 560 miliardi e rappresentano un quarto del principale indice della borsa francese mentre Amazon, Apple, Google, Microsoft e Facebook valgono un quinto dell’indice equivalente di Wall Street.

Un dato, riportato da Milano Finanza, che la dice lunga sul valore della moda a livello globale che nel post Covid ha dimostrato, pur perdendo 420 miliardi di ricavi, di avere maison-caravella molto attive sul mercato e con una chiara missione rivolta alle acquisizioni per continuare a irrobustirsi. E se i colossi francesi guidano la pattuglia non mancano i marchi italiani che in queste settimane stanno lavorando a crearsi un posto all’ombra nel settore. Gli occhi sono sempre sugli stessi nomi: Obt di Renzo Rosso, Salvatore Ferragamo, Moncler (recente l’acquisizione di Stone Island) e sulla società-cassaforte della famiglia Agnelli, la Exor, che ha in portafoglio la maggioranza della cinese Shang Xia e il 24 per cento di Loubotin oltre ad avere chiare mire su Giorgio Armani.

Poi ci sono la Ermenegildo Zegna e Prada e con questi due nomi si apre (con le dovute proporsioni) sull’ultima mossa avvenuta in Toscana, primo passo di una trasformazione dell’area tessile dopo quella della concia e delle calzature. Perché se la Francia ha i grandi colossi, la Toscana ha fatto la fortuna dei vari Arnault con le competenze del suo indotto grazie a partnership strettissime nella pelletteria.

Ma torniamo a Zegna, che ha preso nei giorni scorsi la via di Wall Street, e a Prada. Aggiungiamo ai due brand, un terzo nome sconosciuto solo ai non addetti ai lavori, quello della filatura Modesto Biagioli. Non siamo né a Parigi né a Milano ma a Montale, nella zona industriale tra Prato e Pistoia, e qui sembra strano ma è il centro del mondo perché alla Biagioli si produce il cachemire di maggiore qualità d’Italia.

Tra i suoi clienti ci sono tutti ma proprio tutti i big della moda e nei giorni scorsi è stata acquistata con un inusuale e sorprendente accordo da Zegna e Prada. L’obiettivo è chiaro: un intervento per garantirsi approvvigionamenti dellapreziosa materia prima e competenze. La prima mossa di una partita che si giocherà nei prossimi due anni e che ci vedrà testimoni di nuove acquisizioni nell’area pratese, finora rimasta estranea a quanto accadeva nelle vicine Scandicci, Santa Croce, Ponte a Egola.

«Chi ha fatto i conti di continuare a fare i soldi con lo stile va poco lontano», esordisce il vulcanico Riccardo Bruni, patron di un’altra azienda-gioiello (tessuti) di Montale, la Lyria.

«Quella gara lì – dice – la vince Zara che ogni 15 giorni tira fuori capi moda e con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Il lusso invece deve lavorare sui materiali ed ecco che un’azienda come Zegna, fabbrica fantastica di abiti uomo e di marketing, non si poteva lasciar scappare l’azienda regina del cachemire. Accadrà anche con altre realtà imprenditoriali, prima con quelle delle nicchie del lusso, poi con quelle più strutturate nella produzione».

Sono convinti che sia solo l’inizio anche Raffaella Pinori e Tony Scervino. «Acquisendo aziende dell’indotto anche per quanto riguarda filati e tessuti i grandi marchi aumentano la marginalità sulla produzione ma soprattutto acquisiscono competenza sulla tracciabilità efficientando il ciclo produttivo».

Perché l’interesse anche per il segmento tessile arriva oggi con un ritardo di qualche anno rispetto alla pelletteria?

Storicamente le aziende tessili avevano rapporti meno stretti con ui singoli clienti sia per le variegate specificità delle lavorazioni sia per la molteplice offerta di materie prime, mentre oggi le collaborazioni si stanno stringendo:le richieste di certificazioni, la ricerca continua su temi come quello della sostenibilità e anche i finanziamenti previsti nei piani quinquennali sulla tracciabilità rendono indispensabili accordi strutturali e non solo commerciali. Ma non solo.

«La parola magica è oggi reputation», dice Francesco Marini, industriale e consigliere delegato per industrializzazione e crescita in Confindustria Toscana Nord. «Le grandi case di moda hanno l’esigenza di difendersi da eventuali attacchi sull’eticità della propria produzione. Ed è evidente che i rischi si riducono se entrano più in profondità nella filiera con rapporti diversi, acquisizioni, partecipazioni».

Le aziende tessili si stanno preparando a capire come rispondere. «L’esigenza di crescere – conclude Marini – è già un fatto acquisito. Un tempo un lanificio che aveva prodotto e commerciale aveva già tutto: oggi invece servono certificazioni, marketing, ricerca sulla sostenibilità, costi e investimenti più elevati nella struttura. Alcune aziende hanno scelto di farlo in proprio, altre invece stanno preparandosi a eventuali future aggregazioni».

E per la prima volta il distretto tessile perde la storica ritrosia ad aprire le proprie aziende. E ha un asso nella manica: «Stiamo lavorando sull’economia circolare. Una competenza che ci renderà super attrattivi». —

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