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Precipitato da 15 metri, il dramma dell'edilizia: «Migliaia di lavoratori licenziati e ripresi come ditte autonome»

I colleghi del lavoratore morto nel capannone di Carrara e Giulia Bartoli (Fillea-Cgil Toscana)

Parla Giulia Bartoli, segretaria della Fillea-Cgil: 30mila posti persi in 11 anni: «Così le aziende aggirano le regole, scriviamone di nuove o sarà il caos»

L’ennesima morte sul lavoro riaccende l’annoso dibattito sul livello di sicurezza, in particolare nei cantieri. Il settore dell’edilizia sta conoscendo una nuova fase di ripresa grazie agli incentivi, e con la recente approvazione di un disegno di legge-delega al Governo in materia di contratti pubblici crescono attese e auspici per un Codice degli appalti che punti davvero a un più stretto legame tra normativa nazionale e direttive europee prestando una particolare attenzione alla qualificazione delle stazioni appaltanti con il potenziamento e la specializzazione del personale. Ne parla Giulia Bartoli, segretaria generale Fillea-Cgil Toscana.

Quali sono le condizioni del settore edilizio toscano?

«In edilizia, in Toscana, abbiamo perso circa 30mila posti di lavoro dipendenti dal 2008 al 2019 a causa della crisi che ha colpito duramente anche questo settore. Nel 2019 ha preso il via un’inversione di tendenza, limitata poi dalle restrizioni indotte dalla pandemia Covid-19. Ma da novembre 2020 abbiamo registrato un aumento a doppia cifra in tutte le province toscane, oggi i datori di lavoro assumono dipendenti sulla spinta degli incentivi statali; primi fra tutti il bonus facciate e il superbonus».

Dove sono finiti quei 30mila lavoratori?

«Molto spesso il datore di lavoro licenziava il dipendente per poi riassumerlo come lavoratore autonomo quando quest’ultimo apriva partita Iva e creava la propria azienda individuale per poter continuare a lavorare, magari perché tornasse a fare proprio lo stesso lavoro. Poco dopo la fase iniziale della crisi, agli inizi del decennio scorso, c’era stata addirittura una prima fase in cui gli autonomi avevano superato i dipendenti».

Perché il datore di lavoro licenziava?

«Il motivo era il risparmio. Al netto della contrattazione individuale infatti, il datore spende più tempo e denaro e deve occuparsi di molta più burocrazia per mantenere un lavoratore dipendente rispetto a chiamare un lavoratore autonomo. Il dipendente costa al datore stipendio e contributi, assicurazione, cassa integrazione, ferie, tredicesima e quattordicesima o premio di produzione, anzianità professionale, controllo e prevenzione, welfare e supporto generico, e ancora dotazione dei dispositivi di protezione individuale, iscrizione alla Cassa edile con formazione obbligatoria per legge e il monitoraggio costante da parte di una delle 11 scuole edili toscane (10 locali più una regionale), e infine i servizi del Comitato paritetico territoriale per il rispetto parametri di sicurezza sui cantieri. Oltre al risparmio economico, per il datore che si avvale di un autonomo viene meno anche una serie di vincoli contrattuali. Quando l’autonomo ha finito il lavoro per il quale è stato chiamato, il datore lo manda via: nessun obbligo nel lungo periodo».

Quali effetti hanno avuto quei licenziamenti?

«In special modo per il settore dell’edilizia, e fermi restando gli obblighi ai quali il datore (diventato appaltatore) deve sottostare, si è trattato di destrutturazione delle aziende e precarizzazione del lavoro. In questo modo il datore risparmiava facendo ricadere i costi sul lavoratore, che spesso - per risparmiare a sua volta - è costretto a tagliare sui propri diritti. L’aumento delle partite Iva, qualificate e non, ha determinato la flessibilità del mercato del lavoro. Ad aumentare, in particolar modo, sono state le aziende individuali che lavoravano per lo stesso committente».

I lavoratori che vengono assunti oggi sono gli stessi che erano stati licenziati?

«Le aziende che oggi cercano personale da assumere hanno bisogno di lavoratori qualificati ma sempre più spesso ci dicono che hanno difficoltà a trovarne. In parte a essere assunte sono proprio queste persone licenziate durante la crisi, che hanno continuato a lavorare in proprio conservando quella esperienza e quella professionalità ricercate dalle imprese; ma alcune rimangono all’interno della propria ditta individuale. E il vuoto della domanda non si riempie».

Perché, nonostante la forte domanda, alcuni di quei lavoratori non tornano nelle vecchie imprese?

«Uno degli ostacoli principali per il rientro del lavoratore in azienda, in questo senso, può essere proprio l’età anagrafica. Ecco perché, a livello nazionale, con uno sforzo collettivo siamo riusciti ad attivare un fondo nelle casse edili destinato ai prepensionamenti di questi lavoratori in difficoltà».

Il governo riuscirà a rendere più sicure le condizioni di lavoro nei cantieri?

«Il dibattito è aperto su modifiche e riforme del Codice degli appalti, speriamo che le nuove norme possano riqualificare il settore anche in termini di legalità sconfiggendo il fenomeno delle partite Iva non qualificate. Se - viceversa - si dovesse procedere nella direzione opposta, cioè quella di una deregolamentazione, temo che le condizioni dei lavoratori e la qualità del lavoro verrebbero sacrificate alla concorrenza». --

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