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Dopo Gkn la Motorvalley toscana rischia grosso: «Con l’elettrico 70% di pezzi in meno»

Massimo Braccini (Fiom Cgil)

Cinquemila lavoratori nelle mani di multinazionali che in tutto il mondo stanno accorpando sedi «La transizione è possibile, le maestranze però vanno formate. La posizione ambigua di Fca»

Tutti e nessuno. In Toscana ci sono fra i 4 e i 5mila lavoratori di aziende che producono componentistica per le automobili. Dieci anni fa erano quasi 3mila in più e il caso Gkn – l’ultimo di una lunga serie – dimostra ancora una volta che la decisione di chiudere uno stabilimento in attivo e licenziare in tronco centinaia di dipendenti non è causata dalla crisi economica. Abbiamo chiesto qual è il futuro del settore e delle persone che vivono di questi mestieri a Massimo Braccini, segretario generale della Cgil-Fiom regionale.

Quali sono le aziende dell’automotive toscano?


«Oltre a Gkn, solo a Livorno (dove hanno chiuso Delphi e Trw) ci sono Magna con 450 dipendenti – con l’80 percento di donne – che fabbricano serrature, Pierburg impiega 280 persone, Bozzi che fa meccanica fine ne conta altre 40 o 50, poi ce ne sono altre cinque o sei con 30-50 lavoratori ciascuna. In più c’è l’indotto. A Pisa c’è Vitesco (ex Continental, con i famosi 750 esuberi) con mille dipendenti in due stabilimenti; poi c’è la Asso Werk che fa pistoni e cilindri principalmente per le moto. Le aziende di Fauglia e San Piero a Grado poi, fino al 2023, saranno le uniche a produrre iniettori per motori tradizionali. Su Arezzo ci sono Lincoln Electric, con 100 dipendenti che trasformano cavi d’acciaio in vergelle, e It.te.di. a produrre cilindri e pistoni con 150 lavoratori. A Pistoia si fanno stampaggi per carrozzeria (cioè gli interni delle portiere) in due aziende che fanno 70 dipendenti in totale. A Lucca i 110 lavoratori di Cordi realizzano macchinari smontagomme.

Chi sono i proprietari di queste aziende?

«Americani, belgi, canadesi, inglesi e israeliani. Sono quasi tutte multinazionali, molte delle quali collegate a Stellantis-Fca, la Fiat. In alcuni casi gestiscono le aziende attraverso dei fondi finanziari.

Perché decidono di chiudere? Quali sono i fattori che guidano la scelta?

«La stessa Gkn domattina può riprendere tranquillamente, non è che era in crisi. È che l’investimento deve rendere, è una questione di convenienza. La tendenza globale è quella di andare verso gli accorpamenti e i conglomerati industriali fra case automobilistiche (anche con quelle delle due ruote, che oggi stanno avendo un’inversione positiva), quindi si decide di puntare su un singolo stabilimento piuttosto che un altro. Le multinazionali ragionano così, bisogna guardare al complesso».

Il passaggio all’elettrico pesa?

«Le auto elettriche avranno il 70 percento in meno di componentistica rispetto a quelle con motore a benzina o diesel. Il passaggio all’elettrico cambia l’aspetto di tante aziende, i lavoratori però possono essere formati e impiegati in rapporto uno-a-uno. Ma la posizione di Stellantis-Fca in merito alla transizione non è chiara».

E la delocalizzazione?

«Lo slogan “Venite a investire in Italia perché ci sono le agevolazioni” è un messaggio sbagliato: qui ci sono competenze e infrastrutture. Quello che manca, nonostante anche questo governo di larghe intese, è un’idea per difendere questo settore strategico. Ma l’ultima grande politica industriale risale agli anni Settanta».

Come si può licenziare con un messaggino o una e-mail? Non c’è una legge che lo impedisce?

«Le multinazionali hanno interlocutori e referenti in altri Paesi, e devono sottostare a leggi diverse per ciascuno Stato. Non è che in Italia fanno come pare loro; anche se queste sono imboscate preparate, azioni vigliacche. È che la legge italiana glielo consente. Ci sono quindi responsabilità politiche che vanno oltre la reazione scandalizzata del ministro del Lavoro (Andrea Orlando, ndr). Il governo può e deve varare leggi diverse che vadano incontro ai lavoratori e alle loro tutele. Serve una reazione forte: le leggi si cambiano, specie per chi ha preso finanziamenti dallo Stato».

Come si possono salvaguardare i lavoratori e si evita una “nuova Gkn”?

«L’articolo 41 della Costituzione italiana stabilisce che l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge deve determinare i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica – in questo caso privata – possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. E l’azienda è anche entità sociale. Per i lavoratori servono ammortizzatori e nuove risposte in termini di formazione alle nuove professionalità. In Toscana si era aperto un tavolo con la Regione sul futuro dei dipendenti delle aziende a Fauglia e San Piero a Grado».

È finita qui? Ci sono altre aziende in Toscana che rischiano di chiudere dall’oggi al domani?

«Il piano Vitesco prevede chiusure di fabbriche in tutto il mondo entro il 2028. Per il resto, se non si avvia un confronto sul settore auto, molte sono a rischio». —

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