Pisa, perché via D'Achiardi è vergogna da cancellare

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Il caso D’Achiardi a Pisa.

1. Poiché in tanti si muovono e scrivono intorno alla petizione da noi scritta per cancellare via D’Achiardi, vorrei aiutare i lettori a distinguere tra le diverse voci e intenzioni. Il testo inviato al sindaco ha ottenuto la libera adesione di Comunità ebraica, Anpi e associazione deportati nei campi nazisti; ha sollecitato interrogazioni in consiglio comunale; è stato seguito da un appello sui media firmato da cittadini: tutti soggetti che hanno agito in autonomia reciproca e adoperando linguaggi diversi, condivisibili o meno. Io qui voglio solo precisare il senso autentico della petizione, escludendo i possibili equivoci su ciò che non vogliamo dire: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», per dirla con il poeta.

2. Gli autori della petizione promossero nel 2018 la conferenza internazionale in ricordo della firma, a San Rossore nel 1938, della legislazione antiebraica fascista, e concorsero alla cerimonia di presentazione delle scuse dei Rettori di tutti gli Atenei italiani, per le responsabilità delle Università in quel frangente. Noi però siamo distanti e io sono lontanissimo dalla cultura della cancellazione. La cosiddetta cancel culture è un fenomeno del mondo statunitense fondato su un atteggiamento di colpevolizzazione (di solito espresso attraverso i social media) nei confronti di personaggi pubblici e istituzioni ritenute responsabili di azioni negative sul terreno storico e riprovevoli sul piano etico. Nel 2020, ad esempio, militanti di Black Lives Matter hanno chiesto la rimozione di statue e simboli confederati in molte città degli Usa, e nel Regno Unito si è fatto lo stesso per i monumenti di protagonisti della storia coloniale dell’Impero. Nella sua versione estrema, la cultura della cancellazione pretende che i documenti dell’oppressione di genere o delle persecuzioni etniche neppure possano essere studiati e, nel caso della Critical Race Theory, che tutta la legislazione Usa venga ritenuta intrinsecamente razzista. Le buone intenzioni producono talvolta effetti perversi, e gli effetti di tali rimozioni possono essere disastrosi per la coscienza storica.

3. Mutare di nome a una strada: la storia certo non si scrive attraverso la toponomastica, ma quest’ultima è senz’altro un’espressione della memoria pubblica. Da anni si svolge in quest’ambito un conflitto durissimo. Nelle città di Lombardia, Veneto, Friuli e altrove le scelte dei governi locali per intitolare vie piazze e spazi pubblici rivelano i tratti di una cancel culture diversa, di orientamento neo-nazionalista, che mira ad annullare la verità storica sul fascismo oppure a omologare l’antifascismo al comunismo totalitario. Il paradigma implica, ad esempio, che il persecutore Benito Mussolini possa essere considerato sullo stesso piano della sua vittima Antonio Gramsci, o che l’eredità di Almirante sia equivalente a quella di Berlinguer (anche a Pisa si è azzardato qualcosa del genere). L’enfasi posta solo sulle vittime di un generico totalitarismo o di una indistinta violenza inoltre fa sì che esse siano tutte considerate eguali: quelle dei bombardamenti alleati nella II Guerra Mondiale, quelle dello sterminio degli ebrei d’Europa, quelle delle rappresaglie naziste e fasciste contro le popolazioni civili. Un indistinto popolo dei morti. E magari si nega la cittadinanza a Liliana Segre, perché la sua testimonianza rappresenta una memoria di parte e non è "bilanciata" da quella di un crimine opposto, ad esempio dal ricordo delle vittime delle foibe.

4. Si valutano le azioni sul piano storico, non si tranciano giudizi morali postumi. Ogni persona può vivere molte vite e molte identità, e Giovanni D’Achiardi, che visse una lunga vita dalla conquista di Roma (poco dopo) alla tragedia della II Guerra Mondiale, non fa eccezione. Fu studioso promettente, professore ordinario, direttore dell’Istituto di Mineralogia e appartenne, sino alla Grande Guerra, all’élite accademica e al mondo liberal-costituzionale cittadino (fu anche consigliere comunale). Così sino ai cinquant’anni. Nel 1923 era già rettore, ma i fascisti pisani, assai estremisti, non lo vollero nella lista elettorale del Blocco nazionale amministrativo. Nel 1927 ne ostacolarono una nuova nomina a Rettore e D’Achiardi venne escluso dal governo delle alte istituzioni accademiche .

Negli anni ’30 invece il vento cambiò e D’Achiardi accumulò moltissimo potere: senatore del regno (dal 1934), rettore (dal 1935), podestà (dal 1936), direttore della Normale (dal 1936). Come Rettore, fu proprio lui nel 1938 a espellere gli ebrei dall’Università: 20 docenti (solo 2 furono reintegrati nei ruoli dopo il fascismo, 6 rimasero esuli all’estero, 3 morirono durante la guerra a causa della persecuzione), un numero imprecisato di studenti italiani, 290 studenti stranieri (molti vennero inghiottiti dall’abisso della Shoah). Alle responsabilità generali del regime e dello Stato (l’epurazione di 440 docenti, 727 accademici, 279 insegnanti di scuola, 6000 scolari e chissà quanti funzionari) si aggiunsero a Pisa quelle locali, che furono in primo luogo del Rettore, sollecito esecutore degli ordini del ministro Bottai.

5. Certamente doppiezze, contraddizioni, viltà connotarono le condotte di molti altri: senato accademico, consigli di facoltà, presidi, docenti universitari di quel tempo. Furono spesso sostenitori silenziosi delle delibere, pronti a profittare dell’occasione di posti liberi, raramente solidali con i perseguitati. E la storia di tutti lascia ampie zone d’ombra, nasconde troppi passaggi e rivela buche buie. Siamo consapevoli che «la zona dell’ambiguo non la si può tagliare in due con una linea retta» - lo scrisse Primo Levi - e tuttavia siamo convinti che la condotta del rettore D’Achiardi fu inequivocabile. Lui decise, obbedì ed eseguì.

Per tale ragione la strada a suo nome è una vergogna che deve essere riconosciuta e, a tardivo risarcimento morale e civile dei perseguitati e delle vittime, cancellata. Oltre 18.000 cittadini pisani, che hanno sottoscritto l’appello, la pensano così. --

*professore ordinario dell’Università di Pisa,già direttore del Centro interdipartimentaledi Studi Ebraici e Coordinatore del comitato scientifico "San Rossore 1938"

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