La macelleria sociale e i complici

Gkn, il presidio dei lavoratori davanti alla fabbrica (foto Andrea Ruggeri/Massimo Sestini)

L'editoriale: Buona domenica. Ai dipendenti Gkn non serve solidarietà pelosa. Servono atti concreti. O meglio, sarebbero serviti prima

La crisi è solo un pretesto, non aspettavano altro. Le multinazionali (e non solo quelle) molto spesso trattano gli uomini come numeri e quando i conti non tornano si tira una riga, ciò che non entra nel totale diventa una sottrazione. Qui però non c’è solo un segno "meno" davanti a una cifra, qui il trattino diventa uno sfregio sulla dignità, uno scarabocchio che oscura, cancella, il concetto di rispetto. E mina seriamente altri principi fondamentali della civiltà. È macelleria sociale.

Quello che è accaduto venerdì mattina alla Gkn di Campi Bisenzio, purtroppo, potrebbe accadere - anzi, accadrà - in molte altre aziende, nonostante le recenti rassicurazioni del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico: «Non ci saranno licenziamenti di massa». Sì, sì, come no?

La crisi post-Covid non è altro che un pretesto, perché qui non siamo al cospetto di un piccolo imprenditore che ha esaurito i propri risparmi per tentare di tenere aperta la baracca in attesa di tempi migliori, anticipando i soldi della cassa integrazione o dei sussidi ai propri dipendenti. Non bisogna generalizzare, va ben tenuto presente che il mondo dell’imprenditoria - specie nel primo lockdown - in molti casi si è sostituito alle carenze di uno Stato in ritardo sul fronte dei sussidi. Detto questo, però, oggi siamo di fronte alle conseguenze - certo non così sorprendenti - di quelle che erano le prime parole di Mario Draghi sul capitolo lavoro nel suo discorso di insediamento da presidente del Consiglio dei ministri.

In un editoriale dello scorso 28 febbraio lo scenario era così prefigurato. Cosa vuol dire il presidente (Draghi) quando afferma che «ci vuole un sostegno al mondo produttivo, ma non si può salvare tutti. Ci vuole una maggiore selettività negli aiuti e la politica deve fare delle scelte. Bisogna salvare le imprese che andavano bene e le altre che già prima della crisi erano in difficoltà aiutarle a ristrutturarsi o farle uscire dal mercato»? Siamo alla politica che sceglie chi salvare e non dice chiaramente che fine si vuol far fare agli altri: ancora sussidi irrisori e "clic day"? Siamo alla politica che parla di imprese e non di uomini e non è un vizio solo dell’ultimo inquilino di Palazzo Chigi. Dietro ogni scelta ci sono i freddi numeri, non da oggi. Il Pil, i parametri di spesa, hanno asciugato i sogni, le aspettative, la felicità.

Così oggi non sorprende una storia come quella della Gkn, con le 422 lettere di licenziamento spedite via mail con un colpo di "clic". Il via libera ai licenziamenti, con una clausola di proroga del blocco solo per il settore tessile, moda e calzaturiero, non poteva che portare a questo. Anche se qui siamo ben oltre. Quasi certamente quelli della multinazionale che produce componenti per auto avevano quel "clic" in canna da molto prima. L’idea è quella di sbaraccare e andare dove costa meno, dove ci sono meno regole. Il post-Covid è solo un pretesto e il fatto che nessuno sapesse di questa chiusura, neanche Confindustria, è un segnale chiaro dell’ognun per sé, del chi se ne frega se le famiglie di quelle 422 persone adesso vivono nel dramma, aggrappate a un aiuto che difficilmente potrà arrivare. È una storia figlia di politiche fatte di riforme alla rovescia, perché il riformismo è lungimiranza ma solo se non è prono ai poteri economici.

In questo quadro, cosa hanno fatto tutti quelli che potevano prima, durante e dopo la scadenza del blocco dei licenziamenti? Nulla. L’attuale governo ha anche meriti, primo fra tutti quello di aver ridato credibilità internazionale a un Paese ridotto all’avanspettacolo. Ma su questo fronte Mario Draghi ha lavorato senza curarsi dei feriti che resteranno sul campo di battaglia. E il governo è sostenuto da tutti, a parte Fratelli d’Italia e la galassia dei partitini a sinistra del Pd.

Oggi anche quelli che sostengono il governo sono lì di fronte a quella fabbrica (fisicamente o idealmente) a stracciarsi le vesti, a far finta di sorprendersi. Senza dare risposte su cosa sia stato fatto nel frattempo per evitare tutto ciò. Semplice, non possono rispondere alla ragione con la ragione. Non possono che tacere, perché - pur non avendo responsabilità specifiche nel caso Gkn - erano tutti impegnati nelle guerre di potere per il potere, come tante orchestre del Titanic sulla barca che affonda.

In Toscana, nel centrodestra lo scenario è costellato dalle guerre di riposizionamento, con una sorta di transumanza verso la forza che si preannuncia trainante, Fratelli d’Italia, con Lega e Forza Italia che riverberano gli scontri nei Comuni dove sono maggioranza. A Massa ad esempio, tutto questo avviene sullo sfondo di uno scandalo enorme che vede bambini e ragazzini svantaggiati maltrattati da una cooperativa sociale sfruttata da tutti (a destra come a sinistra) per chiedere favori e assunzioni di amici.

Nel centrosinistra non va meglio. Le cronache degli ultimi giorni offrono le code di guerriglie all’interno del Pd per consolidare gruppi di potere sulla pelle dei cittadini. Emblematico ciò che sta accadendo intorno alla Fi-Pi-Li, fra mancate manutenzioni che provocano altri danni a una strada che sarebbe da chiudere, scenario per fare a gara fra chi comanda di più. Regione (presidente Eugenio Giani) e Città Metropolitana (sindaco di Firenze, Dario Nardella) su appalti e futuri scenari di controllo consumano una guerra che è tutta interna al Pd, con infiltrazioni pesanti del gruppo di potere filo-renziano. Lo stesso che danneggia l’aeroporto di Pisa per spostare voli (e soldi) verso quello di Firenze. Lo stesso che da anni se ne frega del riequilibrio di opportunità sulla pelle della Toscana costiera. Giani e Nardella però non sono uguali, non sono come le sorelle perfide di Cenerentola che tramano unite. La Città Metropolitana ha colpevolmente ritardato i lavori nei tratti più disastrati della superstrada degli sprechi, non è l’unico ente colpevole del disastro ma ha dimostrato sensibilità zero. Al presidente della Regione (e con lui i parlamentari Andrea Romano del Pd e Massimo Mallegni di Forza Italia) va riconosciuta quantomeno la consapevolezza della necessità di un riequilibrio e di spendersi con vigore per poter sbloccare l’iter per la realizzazione dell’"autostradina" Tirrenica.

Ma lo scenario complessivo all’interno del partito di riferimento dell’area di centrosinistra resta desolante. Sulle nomine dell’Ente Parco di Migliarino-San Rossore è andata in scena un’altra puntata di una sfida tutta interna, fra nomine di fedelissimi e apparenti guerre di campanile Viareggio-Pisa che altro non sono che sciocche esibizioni muscolari da "specchio, specchio delle mie brame..." sullo sfondo di nomine fedeli alle lobby interne e gelosie bambinesche.

La mancanza di sensibilità complessiva del mondo politico toscano si specchia bene sullo scandalo Serinper di Massa, con brutte storie di migranti e minori in difficoltà fra cibo avariato e camere senza letti, con bambini maltrattati oltre ogni immaginazione. Sullo sfondo personaggi eccellenti che, pur non indagati, vengono intercettati a chiedere o distribuire favori. Dopo la pubblicazione di questo scenario rivoltante, con l’aiuto degli immancabili pretoriani, gli stessi politici si sono affrettati a scagliarsi contro la diffusione delle intercettazioni senza spendere una parola verso quegli orrori. Dei quali potrebbero essere eticamente complici.

Spero che per i 422 della Gkn non vengano ipotizzate soluzioni come quelle partorite dai consulenti per le crisi di un Pd sempre più balcanizzato. Se per risolvere la crisi della ex Bekaert di Figline si è pensato a un polo toscano siderurgico con le acciaierie di Piombino, la prima immagine di riferimento non può essere che quella del baratro. A Piombino da un paio di decenni la crisi è in mano a saltimbanchi della politica politicante, illusionisti da sagra delle promesse legate a imprenditori poco credibili. Il tutto sulla pelle dei lavoratori e a danno di un tessuto sociale rassegnato.

Ai dipendenti Gkn non serve solidarietà pelosa. Servono atti concreti. O meglio, sarebbero serviti prima. Perché la sensazione è quella di essere solo all’inizio. Grazie a riforme improvvide e ad azioni di governo scellerate, di lettere di licenziamento con un clic presto potrebbero partirne molte altre. Purtroppo, non quelle che sarebbe bene che arrivassero a casa di chi ha permesso tutto questo. —

Twitter: s@tamburini

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