Il dito, la luna e il falò della politica

In fondo potrebbe bastare quel vecchio proverbio cinese del dito e della Luna («Quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito») per spiegare tanti fra gli accadimenti dell’ultima settimana, soprattutto reazioni e rimedi approssimativi del politico di breve e lungo corso o dell’aspirante tale. Come al solito niente generalizzazioni ma è indubbio che il peggio ha preso il sopravvento.

Mi limito a soffermarmi appena, per un senso di compassione, sull’Oscar della sciocchezza, assegnato di diritto al capogruppo di Fratelli d’Italia nel consiglio comunale di Viareggio, Marco Dondolini, quello che è riuscito a dar la colpa ai pantaloncini troppo corti delle ragazzine a passeggio, istigatori a suo dire delle risse fra coetanei di sesso maschile, pronti a difendere l’onore delle amiche contro il barbaro invasore del paese accanto.

Purtroppo, una castroneria simile non rappresenterà il fondo del pozzo degli orrori, perché il decadimento del livello della classe politica non promette (o non permette) un cambio di rotta. I vertici di Fratelli d’Italia si sono ben resi conto di avere un problema in casa: si sono messe insieme impressioni a prima vista, concezioni patriarcali della società e semplificazioni da osteria. Ma non hanno la forza e la voglia di alzare un bel cartellino rosso verso l’autore. Si limitano a dissociarsi (in stile «io non sono razzista, ho tanti amici di colore, ma...»), senza avere il coraggio di dire al Dondolini di turno che quella è la porta e che il suo posto è meglio se lo lascia a un altro.

Oggi il calcolo è del tipo “ma se lo mando via questo quanti voti mi fa perdere?”. Non c’è nessuno che pensa che i conti si dovrebbero fare a lungo termine, che nessuna caccia al voto possa mai passare da discese negli anfratti maleodoranti nel sottosuolo, come accaduto a Viareggio.

Il problema è che, con minore evidenza, il principio guida della lotta politica da tempo è questo, a destra come al centro o a sinistra. Ormai quasi più nessuno pensa all’etica che viene prima della correttezza formale o del rispetto delle leggi. Con grave danno per quelli, per fortuna non pochi, che ancora offrono il loro servizio per sana passione. Come tanti sindaci che lavorano seriamente, mal pagati e con l’incubo di finire sotto inchiesta per delle sciocchezze.

Ci sono state storie, in questi ultimi giorni, che hanno reso ancor più chiaro il divario che passa fra caccia al consenso immediato e ricerca del bene comune. Siamo ben oltre le convergenze parallele, siamo all’impossibile spacciato per realtà.

Prendiamo la promessa della terza corsia sulla sedicente superstrada Firenze-Pisa-Livorno. Per anni più o meno tutti l’hanno evocata durante le campagne elettorali o nei momenti difficili legati alle continue emergenze di una strada che andrebbe chiusa, se non fosse che la toppa sarebbe peggiore del buco. Poi si scopre che quel nastro di asfalto, per come è stato concepito, non potrà mai avere la terza corsia. Eppure, alle promesse fasulle non sono mai seguite le scuse.

Così come quando si è parlato di bloccare l’accesso ai tir, senza prima fare una verifica sui flussi di traffico. Sì, ci sono anche camionisti che passano dalla Fi-Pi-Li per risparmiare sui costi del casello della A11. Ma sono una minima parte, perché lungo quella strada sono cresciuti come funghi capannoni di aziende industriali e commerciali e i tir devono per forza passare da lì. Non basterebbe affatto accordarsi con i gestori delle autostrade per concordare tariffe agevolate o per aiutare le aziende a sostenere i costi. A parte che nessuno ha le risorse per risarcire gestori e camionisti, sarebbe anche inutile. Epperò è capitato, capita ancora, che su questa sciocchezza si alimenti un dibattito che poi ovviamente si perde sul niente.

Prendiamo poi le passerelle dei politici, di ogni colore, di fronte ai picchetti dei lavoratori che temono di perdere il posto. È una sorta di sagra degli annunci, nessuno che poi porti a casa un risultato concreto. I rappresentanti sindacali delle vecchie acciaierie di Piombino, mercoledì scorso, hanno fatto l’elenco di tutti quelli che sono passati da loro a fare promesse e gli hanno mandato a dire: «Noi ora andiamo sotto la sede del governo, venite anche voi?». Sì, sì, come no? Gli annunci di solidarietà e di impegni di massima costano poco, spesso niente. Quasi sempre hanno gambe corte.

Anche a Massa sta emergendo un’altra storia poco edificante per il mondo della politica, a margine di un’inchiesta giudiziaria legata agli affidi della cooperativa Serinper che gestisce numerose case famiglia. Prima un consigliere regionale (centrosinistra) e poi un sindaco (centrodestra), sia pur non indagati, sono protagonisti di conversazioni intercettate poco edificanti. E loro che fanno? Salgono le scale che portano alla propria piazza Venezia social e dal balcone spargono veleni contro Il Tirreno che ha raccontato cose ben documentate. Lo fanno direttamente o schierando pretoriani avvelenati che personalizzano lo scontro con le croniste che hanno fatto bene il loro mestiere. Questo dopo aver rifiutato di rispondere a domande su documenti e fatti circostanziati, perché passare da vittime è meno imbarazzante che rispondere alla ragione con la ragione.

È andata ancora peggio per lo scandalo delle concerie, una storiaccia di infiltrazioni criminali che si sono insinuate nei vuoti lasciati da una politica asservita ai potentati economici. Una politica capace di partorire deroghe alle leggi su garanzie ambientali pensando di fare il bene di tutti. Qui i silenzi sono stati e sono pesanti, più da fratellanze e grembiulini che da forze politiche eredi di una sana tradizione di civiltà democratica.

Certo, non tutti sono così. Ma quelli bravi fanno fatica a farsi largo in questa giungla. Sembra che ci sia una gara a premiare i peggiori. Prendete il Pd, cintura nera di tafazzismo e partito balcanizzato da correnti di odio profondo. Quando si è trattato di scegliere due consiglieri speciali per le aree di crisi (uno per il segretario nazionale e uno per il presidente della Regione) si sono premiati quelli che le crisi le hanno addirittura rese ancora più gravi. Peraltro, in territori dove hanno provocato danni inenarrabili, fino al punto che adesso – dopo 70 anni – da quelle parti governano altri.

Prendete la telenovela della scelta del presidente del parco regionale di Migliarino. Si sta arrivando a definire il nome puntando su uno che di parco non si è mai occupato. La scelta rientra in una logica di fedeltà al capo. Così come, in altre occasioni, si scade sulla mancata empatia fra chi governa e le principali istanze dei governati.

Il tutto mentre si giocano le partite vere e nessuno scende in campo. Sulle infrastrutture ci si infervora intorno alla promessa (per settembre) di un commissario per realizzare l’“autostradina” Tirrenica, pur sapendo che poi quella struttura comunque è ben lontana dall’essere realizzata.

La fine delle ideologie è stata un bene assoluto, solo che progressivamente si sono esaurite le idee e si è perso di vista lo spirito di servizio di chi dovrebbe entrare nelle istituzioni per servirle e poi finisce per servirsene.

Ho volutamente lasciato fuori da questo ragionamento il Movimento 5 stelle. Quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo e che adesso sono lì, esattamente come gli altri, a scannarsi sul niente. Non è colpa loro: hanno raccolto consensi vincendo referendum contro chi governava città e Regioni in piena decadenza. Le istanze erano sane, la rappresentazione purtroppo no.

E adesso, che molte città e grandi paesi anche qui in Toscana si avviano verso il rinnovo delle amministrazioni comunali, le candidature rifiutate stanno diventando croci su un campo minato. Il campo della qualità perduta della politica. —

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