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Olivi alti come le viti per “vendemmiarli”: la specie spagnola invade la Maremma

Una coltivazione intensiva di olivi “spagnoli”

Poco più che cespugli, ma iper-produttivi: ecco perché sono una minaccia alla tradizione e al paesaggio 

Non sono viti quelle che si allungano nei campi andalusi o catalani: sono olivi, alti poco più di un cespuglio e disposti a un metro di distanza l’uno dall’altro, in filari che possono essere facilmente “vendemmiati”. Il fenomeno dell’olivicoltura superintensiva sta trasformando la Maremma, seconda zona in Italia per esposizione solare dopo la Puglia e, anche per la grande disponibilità di spazi pianeggianti, particolarmente vocata alla coltivazione dell’olivo. La tecnica messa a punto trent’anni fa in Spagna, basata sulla coltivazione di piccole piante a cespuglio, consente di raccogliere le olive come se si vendemmiasse o con l’utilizzo di trattori speciali. Insomma una raccolta meccanizzata che rende la produzione di olio assai più remunerativa.

Già a oggi sono stati piantati o sono in corso di piantumazione più di mille ettari a coltura superintensiva, ma è evidente che questo è solo l’inizio. Ed è altrettanto evidente che le nuove varietà (cultivar) di origine spagnola selezionate specificamente per questo tipo d’impianti, come Arbosana e Arbequina, rischiano a breve di mettere in ombra le produzioni di olio extravergine certificato Igp Toscano, basate sui tradizionali oliveti. Il motivo? Le piante “spagnole” assomigliano a cespugli che rendono la raccolta delle olive assai meno costosa e soprattutto servono minori spazi per più piante.


Tra l’altro le piante tradizionali sono spesso situate in collina, con un numero molto più limitato di piante per ettaro e varietà autoctone (Leccino, Moraiolo, Frantoio…), e quindi sono anche molto meno produttive.

A puntare sulle nuove specie importate dalla Spagna sono sia grandi aziende come la “ArteOlio”, che sta investendo più di venti milioni di euro nella pianura tra Grosseto, Roccastrada e Gavorrano, dove ha acquistato o affittato 500 ettari di terreni che entreranno in produzione nel 2023, sia aziende di piccola e media dimensione, che realizzano impianti di dimensioni contenute e per la raccolta meccanizzata si affidano ai contoterzisti.

A ogni modo la strada per i prossimi anni sembra tracciata.

Secondo i dati della Camera di commercio del Tirreno e della Maremma, nel 2018 in provincia di Grosseto gli ettari a olivicoltura superintensiva erano appena una cinquantina, a fronte dei 18.000 coltivati in modo tradizionale o a oliveto specializzato, metodo introdotto tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. Oggi siamo già oltre i mille ettari, e si parla di altri grossi investimenti.

«Quando parliamo di olivicoltura – spiega Fabio Fabbri, agronomo ed ex dirigente del settore agricoltura della Regione Toscana – bisogna tenere conto di diverse variabili. Attualmente circa il 45% degli oliveti tradizionali, soprattutto nelle zone collinari, sono in stato di abbandono perché i costi di produzione superano i ricavi. In provincia di Grosseto le colture tradizionali, che costituiscono ancora la maggioranza e caratterizzano il paesaggio toscano, coprono più o meno l’80 per cento degli ettari a olivo. In generale sono piante grandi potate a “vaso policonico” con sesti 12x12 o 10x10 metri, cioè con olivi a grande distanza l’uno dall’altro; diciamo in media cento piante a ettaro. Poi ci sono le colture specializzate, il 10-15 per cento del totale, che sono comunque di tipo tradizionale, con impianti a sesti di 6x6, 7x7 o 6x5 metri: cioè a dire un olivo ogni 6 o 7 metri, in file distanziate fra loro di 5, 6 o 7 metri. Le colture superintensive, invece, possono arrivare a una pianta di olivo ogni metro, su file distanziate di tre metri. È chiaro che c’è una differenza enorme nella produttività, e che le cultivar (varietà di olive) sono diverse».

«Personalmente – conclude Fabbri – ritengo dovremo arrivare a corrispondere agli agricoltori un premio per ogni pianta tradizionale, in modo da salvaguardare sia il prodotto Igp sia il paesaggio tipico toscano».

Per avere la misura delle differenze tra una tecnica colturale e l’altra, un ettaro a olivicoltura specializzata in condizioni ottimali può produrre fino a 35/40 quintali di olive, mentre lo stesso ettaro coltivato a coltura superintensiva a pieno regime può rendere da 120 a 200 quintali di olive.

Questo “conflitto” di produttività tra le due ipotesi, secondo molti, porterà al progressivo abbandono degli oliveti tradizionali, e alla loro sostituzione nei terreni pianeggianti con le colture intensive e superintensive.

Una prospettiva che allarma moltissimo i produttori di olio evo Igp Toscano, prodotto con varietà autoctone toscane. Fra l’altro, sono sempre più insistenti le voci che accreditano la volontà dei grossi produttori, ma l’ipotesi sta iniziando a fare proseliti anche fra piccoli e medi, di chiedere al Consorzio di tutela dell’olio Igp Toscano di contemplare nel proprio disciplinare anche le produzioni superintensive. Magari partendo dalle cultivar italiane Maurino-Vittoria e Leccino-Del Corno, che sono state selezionate per questo scopo. Ma che ancora non hanno dato i risultati delle diffusissime varietà spagnole Arbosana e Arbequina. Selezionate oramai trent’anni fa nei vivai della spagnola Agrimillora.

Nel frattempo, chi sta facendo investimenti massicci, si “accontenterebbe” di imbottigliare con l’etichetta “olio italiano prodotto in Toscana” e un proprio sistema di tracciabilità.

Perché produrre olio in Toscana dà sul mercato un grande valore aggiunto. 18.000 ettari coltivati a olivo (2018) 85-90% coltura tradizionale – in media 100 piante per ettaro 10-15 per cento di coltura specializzata – da 200 a 333 piante per ettaro più almeno 1000 ettari a coltura superintensiva – da 1.600 a 2.200 piante per ettaro. –

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