Licenziati e anche picchiati: Texprint, violenza al presidio - Video

Un momento dell’aggressione (dal video) e uno degli operai aggrediti con il braccio ingessato

Prato, un video riprende l’aggressione. Alcune persone identificate in questura. Un operaio ha due dita fratturate. La ditta: «Potete stare qui anni, non serve»

Due dita fratturate, una contusione alla testa da mattonata, tagli sulle mani. È il bollettino medico all’indomani dell’aggressione di cui mercoledì pomeriggio sono stati oggetto tre operai pachistani licenziati davanti alla stamperia Texprint di via Sabadell. Siamo nel Macrolotto 2, la zona industriale a sud di Prato, dove ormai da cinque mesi si combatte una battaglia spesso lontana dai riflettori, ma che ogni tanto, come in questo caso, riemerge in tutta la sua drammaticità.

Prato, Texprint: gli scontri davanti al presidio



Da una parte c’è un manipolo di operai in maggioranza pachistani, sostenuti dal sindacato Si Cobas, prima dipendenti e ora licenziati dalla proprietà cinese dell’azienda che dà lavoro a circa 80 persone. Hanno piazzato un presidio all’imbocco della strada, chiedono di poter lavorare otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Sembrerebbe quasi la normalità, ma non qui, nei tanti capannoni tra Prato e Campi Bisenzio, dove si lavora 10-12 ore al giorno, sei o sette giorni alla settimana.

Dall’altra parte c’è un’azienda a conduzione cinese che parla tramite un ufficio stampa di Milano e si fa assistere dall’avvocato Pasquale Annicchiarico, uno di quelli che hanno difeso la famiglia Riva nel processo sui veleni dell’Ilva di Taranto.

Insomma, pare la classica sfida tra Davide e Golia, e per ora sta vincendo il gigante, che ha buttato fuori gli operai e non fa concessioni, anche se il 22 giugno dovrà comparire davanti al giudice del lavoro per sentirsi dire se è stato giusto licenziare il primo scioperante pachistano, Muhammad Afzaal. I compagni di Muhammad intanto continuano a bloccare (o almeno ci provano) le merci in entrata e in uscita dalla Texprint. I cinesi, padroni e operai, sono andati a lamentarsi davanti al Comune e davanti al Tribunale, con striscioni stampati nella stessa azienda, inscenando manifestazioni che, secondo il sindacato Si Cobas, erano pure retribuite. Finora però non si era arrivati alle mani e gli scioperanti si erano fatti medicare solo dopo qualche intervento della polizia per far passare i furgoni. Mercoledì pomeriggio, invece, si è passati allo scontro fisico. Il presidio era poco presidiato, c’erano solo tre pachistani che hanno bloccato un paio di furgoni. Dall’azienda sono usciti una quindicina di cinesi, tra cui i pachistani hanno riconosciuto un paio di soci, e c’è stato un parapiglia ripreso dal telefonino di uno degli operai, Imran Faisal. Uno degli altri due, Nasir Farz, nonostante l’intervento del compagno Zeeshan Syed, è stato colpito con un mattone alla testa, poi raggiunto da una scarica di pugni sferrati da un cinese che i pachistani conoscono bene, Zhang Sang Yu alias Valerio, un dipendente particolarmente ingombrante perché è stato indagato a Milano per un presunto riciclaggio a favore di personaggi vicini alla ’ndrangheta e poi prosciolto, ma proprio sulla base di quell’inchiesta la Prefettura ha emesso un’interdittiva antimafia nei confronti della Texprint che per ora, in attesa del giudizio di merito, ha resistito davanti al Tar e al Consiglio di Stato.

Finito il parapiglia, nel quale Faisal ha riportato la frattura di due dita per non aver mollato il telefonino, Sarah Caudiero e Luca Toscano del Si Cobas hanno chiamato la polizia e il 118. Ora chiedono che le istituzioni, Comune in testa, condannino senza se e senza ma l’uso della violenza da parte della Texprint. Una richiesta alla quale si associa il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, che ieri ha chiesto che il ministro del Lavoro Orlando chiami il prefetto e il questore di Prato per prendere provvedimenti contro quella che definisce una “squadraccia”. La Digos mercoledì sera ha portato in Questura cinque o sei cinesi e ora la polizia spiega che si analizzeranno le immagini, che secondo la stessa Questura sono abbastanza chiare, e si riferirà alla Procura. Ma Golia non sembra particolarmente impressionato: ieri mattina uno dei soci che hanno partecipato al parapiglia del giorno prima si è soffermato al presidio e ha promesso: «Siete qui da cinque mesi? Potete starci anche cinque anni, le cose non cambiano». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA