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Passa la legge sui dirigenti, Giani batte il Pd

Gli emendamenti Dem per bloccare la norma del presidente stoppati dall’ufficio legale e dall’opposizione di Italia Viva

FIRENZE. Dice il renziano Stefano Scaramelli, detto lo Scara, che è merito suo se il presidente della Regione Eugenio Giani è uscito vincitore dalla trappola del suo partito. Dall’imboscata che i dem hanno provato a tendergli in commissione affari istituzionali per stoppargli la legge sui dirigenti. Insomma, il presidente deve a una scaramellata, una di quelle mosse in cui da mesi il capogruppo di Italia Viva spariglia, se ieri non s’è aperta la prima crisi in Regione. Sì, ci si è arrivati a tanto così: il Pd è stato a un passo dallo sfiduciare di fatto il presidente, due emendamenti di più e si sarebbe generato uno strappo senza precedenti. Uno scontro da cui alla fine esce vincitore proprio Giani, ma che ormai sembra aprire una stagione di alta tensione nei rapporti fra lui e il Pd toscano, soprattutto con i fedelissimi della segretaria Simona Bonafè e di Luca Lotti. Una crepa aperta mesi fa con le critiche del partito sulle aperture del primo maggio e la campagna vaccinale.

Cosa è successo? Non è andata in porto la strategia con cui i dem avrebbero voluto smontare la proposta di legge 44 presentata da Giani. Una modifica alla legge 1 del 2009 con cui il presidente – aveva lanciato l’allarme alla vigilia anche la Lega, che poi ha s’è spaccata – si sarebbe garantito mani libere sulla nomina dei direttori di area in Regione, di fatto attuando uno spoils system mai conosciuto nella storia della Toscana. Una de-rossizzazione, la definivano i detrattori.


Tanto che l’ordine di stopparla era arrivato proprio dal quartier generale guidato da Bonafè. E in effetti all’inizio i dem arrivano in commissione con quattro contro-emendamenti. Li firmano Giacomo Bugliani e Massimiliano Pescini. Il primo è un ex amico di Giani: da ex nono assessore in pectore, da quando il progetto per la giunta allargata è naufragato, è diventato una spina nel fianco con cui sono andate in scena non poche schermaglie. Il secondo è il coordinatore della segreteria regionale, un fedelissimo della leader toscana che da tempo ritiene il partito isolato, emarginato dalle scelte della giunta. Di fatto il loro testo cassa tutto l’impianto della legge-Giani, in particolare la modifica che elimina il limite temporale (60 giorni dalla nomina del direttore generale) per la nomina dei 13 direttori. Un termine già scaduto, di cui Giani si voleva liberare. Non è un mistero in fondo che progetti di sostituire ai vertici della sanità il dg Carlo Tomassini con l’ex deputato Federico Gelli. Il timore dei dem è che agli occhi dell’opinione pubblica il capo della giunta regionale possa diventare un dominus capace di esercitare un potere assoluto sui super dirigenti. Tanto che emendamenti Pd cancellerebbero anche la parte con cui Giani introduce una durata da 3 a 5 anni, rinnovabili, per i contratti e pure quella che allarga i requisiti per assurgere al ruolo di direttore a universitari e magistrati. «Ci interessava approvare ciò che ha richiesto la Corte dei conti», dice Bugliani. I magistrati contabili, nella relazione annuale, avevano invitato la Regione a inserire i direttori d’area fra gli organici. Tutto il resto – erano convinti i dem – era estraneo alle istanze della Corte. Peccato che non solo Scaramelli si metta di traverso, ma il gruppo Pd chieda un parere legale della responsabile dell’ufficio del personale Simona Volterrani. Che compare in video e di fatto stronca quasi tutti gli emendamenti di Bugliani e Pescini. Per lei, ad eccezione della norma sui requisiti, è tutto compatibile. Alla fine Bugliani e Pescini ritirano due emendamenti su quattro. Il Pd, nell’imbarazzo, evita la crisi. «Ma quale spoils system – dice Giani – Io le nomine dei direttori comunque le ho già fatte, se ne riparla fra un anno, alla scadenza dei contratti». —

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