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Scandalo concerie, la Regione ignorò il ministero: così ha concesso cinque anni di deroghe al Cuoio

Una circolare del ministro imponeva i controlli più severi dal 2015, ma per cinque anni l’Aquarno ha ottenuto di poter sforare con gli scarichi dei reflui

FIRENZE. Cinque anni di deroghe e due anni e mezzo di sviste. C’è un documento agli atti dell’inchiesta della procura e della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sulle concerie che dimostra come Regione e Arpat siano stati quantomeno di manica larga nel concedere le autorizzazioni al consorzio dell’Aquarno. Permessi che hanno consentito al depuratore di Santa Croce sull’Arno di scaricare nel torrente Usciana cloruri e solfati oltre i limiti di legge, avvalendosi di un regime di controlli più morbido. E di farlo, appunto, per almeno cinque anni di seguito grazie all’inerzia di chi avrebbe dovuto far rispettare norme e richiami del governo.

Quel documento è la circolare emanata il 17 giugno 2015 dal ministero dell’Ambiente, firmata dall’allora ministro Gian Luca Galletti. Il protocollo è numerato 12422. Tenetelo a mente.. Scopriremo che, dietro questa storia, chi indaga sospetta ci sia stato anche un tentativo di "camuffamento". Lungo il faticoso e arzigogolato iter burocratico con cui la giunta di Enrico Rossi e Arpat hanno vagliato le richieste dei conciatori, allungando le deroghe in attesa che si completassero le procedure autorizzative, quella circolare infatti è apparsa perfino sotto mentite spoglie. E ha confuso le acque, spostato le date, per certi versi distorto la cronologia degli eventi.

Ma torniamo al suo contenuto. Cosa prescrive la circolare del 2015? Semplice: il modo con cui applicare le modifiche apportate al decreto legislativo 46 del 4 marzo 2014 sulla prevenzione e la riduzione dell’inquinamento. Un vademecum alle autorità competenti sul rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale, la cosiddetta Aia, diventata il perno dell’inchiesta coordinata dal pm Giulio Monferini. È proprio all’Aia - sostiene l’accusa - che l’emendamento pro-Cuoio approvato nel maggio 2020 (e ora abrogato fra le polemiche) tenta di sottrarre impianti come quello dell’Aquarno; è l’Aia che, con l’aiuto del dirigente Edo Bernini e di Ledo Gori, ex capo di gabinetto di Rossi e poi di Eugenio Giani, i conciatori sarebbero riusciti a schivare per anni godendo di controlli più laschi, sostengono i pm. «Quell’emendamento non ha mai avuto effetto e alla fine l’Aquarno è stato sottoposto a quel tipo di autorizzazione», hanno sostenuto sia l’ex assessora regionale all’Ambiente Federica Fratoni, sia l’attuale, Monia Monni, nelle loro relazioni in consiglio regionale. Vero. Ma quando è stato rilasciato quel permesso? E quando è partito l’iter per assoggettare l’Aquarno alla tipologia di autorizzazione più stringente prevista dal testo unico sull’Ambiente (il dlgs 152 del 2006) e da una direttiva Ue? È la stessa assessora Monni a rivelarlo il 28 marzo in aula. «Con una nota del 23 ottobre 2018 viene comunicato ad Aquarno», recita la relazione dell’assessora, «l’impossibilità di dare seguito» all’istanza di Aua, l’Autorizzazione unica ambientale, «per assoggettare l’impianto all’Aia».

Il via libera al nuovo dispositivo arriverà in realtà solo il 29 dicembre 2020, più di un anno dopo. Solo che la circolare del ministero la imponeva dal 2015: impianti misti che trattano reflui industriali e civili come quelli di Santa Croce non possono godere di «esclusione». Devono averla. «Quello che ha detto finora Rossi, rivendicando il merito di aver imposto all’Aquarno l’Aia, è falso. A imporla c’era una circolare del ministero che lui e gli uffici hanno ignorato per due anni, agevolando cinque anni di deroghe.

E adesso la domanda è: quanto ha inquinato più del dovuto quella struttura?», chiede Alessandro Capecchi, consigliere regionale di Fratelli d’Italia. Sì perché capire quanto abbiano sforato sulle emissioni di cloruri e solfati i conciatori sarà determinante. Ma con cosa hanno operato fino a fine 2020 grazie alla svista della Regione? Con l’Aua, l’autorizzazione unica ambientale, un permesso che impone regole meno stringenti sugli scarichi concessa per anni dalla Provincia di Pisa. Le competenze alla Regione passano nel 2016 per effetto della legge Delrio. Ecco, già da quella data l’amministrazione regionale avrebbe dovuto avviare l’iter di controlli più duri, ma si limita chiedere una Valutazione d’impatto ambientale.

Non solo. C’è un passaggio di un verbale di una Conferenza dei servizi riunita il 5 luglio 2018 che solleva un’incognita. Capecchi ne ha chiesto conto tre giorni fa in commissione d’inchiesta sul Keu ai vertici di Arpat, il neo direttore Piero Rubellini e il direttore operativo Marcello Mossa Verre. In quel verbale i funzionari di Arpat e dell’ufficio autorizzazioni dell’assessorato all’Ambiente scrivono che i conciatori non possono più schivare il sistema di regole nazionale e le norme comunitarie.

Devono sottoporsi all’Aia. E citano la circolare 12422, ma invece di datarla 17 giugno 2015, spostano la sua emanazione al 17 giugno 2018, in sostanza nemmeno un mese di distanza dalla riunione con cui stanno dicendo "basta alle deroghe".

«Un refuso o una manomissione? L’ho scoperto perché vado sempre a ricercare tutte le norme citate nei verbali - dice Capecchi - Ma di fronte alla mia richiesta né Mossa Verre né Rubellini mi hanno saputo rispondere». --

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