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L’infermiera sposa la compagna, celebra il primario

Dopo l'emergenza Covid e 25 anni di convivenza: l'evento al Castello di Lari

L’amore tra Marzia e Maria Cristina ha radici lontane. Erano e sono solide. Ma a distanza di tempo le due compagne hanno avvertito l’urgenza di andare oltre. In qualche modo c’entra il Covid e il tempo che passa. C’entra soprattutto la voglia di guardare avanti e fare progetti sotto una nuova veste. Non più una convivenza a cui, comunque, non mancava niente per scorrere felice. Sentivano il bisogno anche del pezzo di carta, per una tutela legale che, altrimenti, negli agguati della vita sarebbe stata negata.

Marzia e Maria Cristina hanno scelto di far coincidere la ripartenza dopo il lockdown con la decisione di sposarsi dopo 25 anni di convivenza. Il virus è stato un compagno di viaggio per oltre un anno per Maria Cristina Bientinesi, 58 anni, infermiera a Cisanello, originaria di Livorno e ora residente a Rivalto di Chianni con Marzia De Ranieri, 55 anni, autotrasportatrice. In servizio al polo endoscopico del policlinico pisano, Maria Cristina ha vissuto nella trincea della pandemia come tutti gli operatori sanitari. Un lungo periodo in apnea durato a fasi alterne dal marzo 2020. Ora che le prospettive sembrano ingentilire un futuro prossimo da riconquistare, c’è spazio anche per progettare il domani. E così le due storiche compagne si sono unite civilmente con il rito celebrato da un officiante particolare, il direttore del polo endoscopico di Cisanello, il dottor Emanuele Marciano. A fare da quinta all’evento il castello di Lari.

«È stata una cerimonia emozionante – racconta il medico che ha sostituito il camice bianco con la fascia tricolore –. Maria Cristina lavora con come da una decina d’anni. Ci siamo conosciuti quando eravamo insieme nel reparto del professor Franco Mosca. È una persona squisita e affidabile dal punto di vista umano. Quando mi è stato chiesto di sposarle mi sono emozionato, davvero. È la prima volta che mi capita. Non è un caso che abbiano deciso di farlo in questo periodo. La fine del lockdown è una ripartenza per tutti. E loro l’hanno voluta nobilitare con una cerimonia che mi ha dato un’autentica gratificazione morale».

Rauca per aver cantato fino a perdere la voce per festeggiare il passaggio da nubile a “coniugata”, Maria Cristina ricorda le origini della storia con Marzia. Nel 1996, quando si sono conosciute, sarebbe stato impensabile solo ipotizzare quello che al castello di Lari è diventato una festa. Non solo dei sentimenti, ma di un Paese con una civiltà giuridica.

«Dopo tanti anni abbiamo deciso che era arrivato il momento di sposarsi – spiega l’infermiera –. Il pensiero è andato anche alle cose pratiche. Se un giorno ci fosse successo qualcosa non avremmo avuto tutele legali. La scelta del dottor Marciano è stata naturale. È una persona stupenda, un bravo medico, umano con i pazienti. Lo abbiamo voluto far entrare nella nostra famiglia anche per questo». Mancati da anni i genitori di entrambe, alla festa c’erano i parenti e i colleghi di lavoro. I sorrisi erano tutti per le spose, felici per un traguardo preceduto da momenti non sempre sereni. Lutti e dolori affrontati e superati con un appoggio reciproco. «Abbiamo sempre avuto voglia di fare una strada insieme – prosegue Maria Cristina –. Certo, quando ci siamo messe insieme non era semplice. Avendo vissuto la nostra storia con molta discrezione devo dire che non ci sono state grosse discriminazioni. Sì, il chiacchiericcio è naturale. Ma anche per una forma di rispetto nei confronti dei nostri genitori abbiamo sempre tenuto un basso profilo su quello che eravamo e siamo. Senza ostentare facciamo la nostra vita. I genitori all’epoca non la presero bene. Poi hanno visto che il legame era solido e alla fine l’hanno metabolizzato. Ma, insomma, non è stato semplicissimo. È servita anche tanta pazienza».

Niente viaggio di nozze, «abbiamo cani e gatti a cui badare, una piccola arca di Noè, non semplice da gestire», chiosa l’infermiera che ritorna sul tema del matrimonio in un periodo storico cruciale.

«Per noi questa unione è un segnale di rinascita e di speranza – conclude –. Tutti abbiamo avuto bisogno di un pit stop, di un momento per dire ora ripartiamo e ricostruiamo. Il nostro traguardo da sposate? Nulla di straordinario. Tanta voglia di vivere insieme e invecchiare fino alla fine dei nostri giorni». Una normalità rivoluzionaria. —

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