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Scandalo concerie, l’autocritica del Pd? Una mezza recita

Dopo due mesi il mea culpa dell’ala pisana. Melio: «Basta subalternità alle imprese»

Autocritica sì, ma con parsimonia. Non esageriamo. Guai soprattutto a non separare i piani e a lasciarsi andare a derive populiste, avverte Simona Bonafè ai settanta collegati su Zoom. «L’inchiesta Keu preoccupa molto per la gravità dei reati ipotizzati, ma nessuno del Pd è indagato per reato di infiltrazione mafiosa – dice la segretaria regionale – Siamo il partito che ha sempre fatto della legalità uno dei propri baluardi e come prime iniziative abbiamo pensato proprio a rafforzare gli strumenti contro le infiltrazioni». Dunque «respingiamo con forza l’accostamento tra la vicenda dell’interramento illecito dei rifiuti delle concerie e l’emendamento presentato in Regione».

Chi si aspettava una resa dei conti, è stato deluso. Quella continuerà, ma sotterranea. Andrea Pieroni, il consigliere indagato per corruzione, il primo firmatario della norma pro-Cuoio passata «liscia» in consiglio regionale il 26 maggio 2020 e cancellata un anno dopo, c’è, non c’è, forse sì, forse no, chi lo sa, è perso fra le settanta faccine sul monitor, ma non interviene. Giulia Deidda, la sindaca di Santa Croce sotto inchiesta per associazione a delinquere, non fa neppure parte della direzione regionale. E se qualcuno credeva in una seduta di auto coscienza, come quelle dei vecchi tempi, in cui la “ditta” riempiva i propri dibattiti interni di stoccate, distinguo, moniti sulla questione morale, figurarsi, ha sbagliato posto, doveva cercarla in un altro “non luogo” digitale, non nella direzione convocata online con i big toscani del partito.


A due mesi dall’esplosione dell’inchiesta coordinata dalla procura e dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, il Pd rompe così il muro di silenzio sul caso concerie. Un muro alzato al limite del «negazionismo», lo aveva definito Rosy Bindi, ex presidente della commissione parlamentare antimafia. Nessun dissenso sulla relazione della leader dei dem toscani: il documento di Bonafè viene votato all’unanimità. E la linea è quella del «garantismo». «Sull’emendamento – dice l’eurodeputata – la magistratura ipotizza la corruzione, ma sarà lei a doverla accertare, il Pd non fa processi».

Eppure, sebbene in filigrana, si intravede una presa di coscienza. Certo, non dilaga il realismo (o il collegamento alla realtà, fate voi) di Iacopo Melio. Quella del consigliere regionale dem, «la spina nel fianco», come si autodefinisce, è l’unica scossa. Invita il Pd «ad affrontare di petto il tema legalità chiamando le cose scomode col loro nome». Lapalissiano, anche lui si richiama al garantismo, ma dice ciò che finora – se non Enrico Rossi, Bindi e Vannino Chiti – nessuno fra i dem eletti in Regione era riuscito a dire. Parla di «un potenziale disastro ambientale di proporzioni enormi», di un partito che deve avere come «bussola» dell’azione politica «legalità e beni comuni» e «affrontare il tema del rapporto con il tessuto imprenditoriale, quello buono e pulito, prendendo le distanze a voce alta da quello nocivo». E, aggiunge al Tirreno, «smettere di essere subalterno alle imprese» cominciando a riconsiderare la reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti, ora che «si è esaurita l’onda populista dei Cinque stelle». Perché «finora non è stata presa un posizione netta, invece serve protagonismo. Il silenzio solleva dubbi nelle persone, anche se in realtà non si ha nulla da nascondere».

Insomma, il Pd deve recuperare indipendenza. Non è un caso che il documento più coraggioso, forse, sia quello illustrato dalla napoletana Valeria Valente, da mesi alla guida il Pd pisano come commissario. Un testo limato per giorni per avere l’ok da tutte le correnti sotto la Torre e dell’area del Cuoio, ma che si apre perfino con un mea culpa. Due mesi per uscire allo scoperto? «Come un pugile suonato all’angolo abbiamo avuto la necessità di tempo per rifiatare, per riprendere il vigore e la lucidità perduta», scrivono i dem pisani, che ammettono: «Siamo consapevoli, i tempi sono stati lunghi, forse troppo» e hanno «alimentato un senso di smarrimento e sfiducia». Certo, sostengano di dover ancora «capire se e dove ci siano state sottovalutazioni, mancati allarmi, scelte sbagliate o errori di valutazione dovuti all’abbassamento dei livelli di guardia», ma promettono «antenne alzate» per scongiurare rapporti opachi fra imprese e criminalità. Nessun riferimento al rapporto fra politica e imprese. Pieroni e Deidda, mai citati. Post-it per evitare nuovi infortuni: potenziare l’Arpat e «garantirne la terzietà», rendere «più efficace la partecipazione e il controllo pubblico» nella governance dei consorzi dei conciatori, dove vanno fatti entrare anche i sindacati. E va perfino «verificata l’adeguatezza del codice etico del distretto». No a una tabula rasa, però. È venuto a ribadirlo pure Andrea Orlando, a Pisa proprio per misurare il polso alla crisi nella filiera. «Dobbiamo essere consapevoli che il distretto della pelle era un luogo di contaminazione e malattia», se «si sono fatti passi avanti è grazie alla sinistra», dice il ministro del Lavoro. Se «ci sono stati errori bisogna assumersene le responsabilità, ma distinguere» perché «noi non abbiamo nulla a che fare con la criminalità organizzata»

Etica. Questione morale. Bonafè sa che potrebbe pesare sui consensi, soprattutto ora in vista delle amministrative. Per questo ammette: «Forse si poteva valutare meglio l’opportunità di presentare quell’emendamento senza un parere tecnico» specificando però che «non ha avuto effetti ed è stato abrogato». Anche perché nei Comuni immagina «alleanze a geometrie variabili». Nessun diktat sull’asse con i grillini, ma il loro appoggio serve, e il M5S finora sulla vicenda è stato durissimo. Dunque, «bene la commissione d’inchiesta e il rafforzamento dell’osservatorio sulle legalità», rassicura la segretaria, che quasi pare più irritata da Italia Viva che «a Grosseto non è entrata in coalizione proprio per la presenza dei 5Stelle». Quindi rilancia. «La prossima settimana riunisco una direzione sul piano rifiuti». La Toscana ne è sprovvista e ribadirà a Eugenio Giani che serve entro l’anno. È un gioco di specchi. L’assessora Monia Monni garantisce: «È già pronto».

L’autocritica soft non è casuale. È arrivato il tempo della pacificazione. Dopo i grandi scazzi fra ex renziani e zingarettiani, culminati con il siluramento del suo vice Valerio Fabiani, ora «si può ricucire» e completare la segreteria. Anche tenendo conto che al Nazareno è arrivato Enrico Letta. Un pisano, per l’appunto. —

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