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La leggina cancellata male: bloccati gli spurghi e Prato

Camion in fila davanti al depuratore di San Donnino (Foto concessa da Tv Prato)

Un altro pasticcio del consiglio regionale. Le autobotti non scaricano, paralisi dell’industria: «Che dilettanti, bastava una norma transitoria»

FIRENZE. Cancellare il mostro ne ha creato un altro. Lavare la macchia metaforica di una montagna di liquami e fango, franata sul partito e la Regione con l’emendamento pro-concerie, sta facendo uscire la Toscana dalla metafora: la montagna è diventata reale. Compare da giorni in una coda da oltre 100 autocisterne all’ingresso di un depuratore a San Donnino, alla periferia di Firenze. Sono i camion degli “spurghisti”, le ditte che svuotano le fosse biologiche dalle case non allacciate alla fognatura nella piana fiorentina, pratese e pistoiese: «Ci mettiamo in fila alle tre di notte perché gli impianti pratesi di Gida, che gestisce la depurazione industriale del tessile e quella civile, sono stati bloccati dalla Regione», racconta Massimo Durgoni, vicepresidente del Consorzio degli spurghisti a TvPrato. «Solo che qui a San Donnino Publiacqua non ha una capacità sufficiente a ricevere tutti i reflui che trasportiamo, molti a mezzogiorno restano con la cisterna piena». O fanno chilometri fino in Emilia a caccia di un altro impianto oppure tornano il giorno dopo.

Un effetto dell’abrogazione dell’emendamento pro-Cuoio. Perché nessuno finora, né fra i dem in consiglio regionale né negli uffici a Palazzo Strozzi Sacrati, s’era accorto che con la norma-Pieroni finita nell’inchiesta della procura fiorentina sono stati cancellati anche tre commi (6,7 e 8) dell’articolo 13 bis della legge regionale sui rifiuti cruciali per assicurare a pezzi interi di Toscana lo smaltimento dei reflui civili provenienti dalle zone non allacciate alle fognature. Quei commi concedevano agli impianti “misti” privi di autorizzazione di trattare, insieme ai reflui industriali, anche i carichi degli spurghisti. Una deroga. Bastava una semplice «comunicazione». Per anni sono andati avanti così gli impianti di Baciacavallo e di Calice di Gida e quello di Cuoiodepur a Ponte a Egola. Da una settimana sono fermi, almeno per quel che riguarda quel tipo di smaltimento. Una lettera ufficiale inviata dalla direzione dell’assessorato all’Ambiente ha imposto lo stop.

E adesso il rischio è di sommergere mezza regione in una crisi della gestione dei pozzi neri e di incrinare perfino la tenuta di due distretti industriali. Tessile e Cuoio. «Un altro pasticcio del Pd», tuona Alessandro Capecchi, consigliere Fdi. «Bastava una norma transitoria che ci consentisse di mantenere l’operatività degli impianti in attesa di metterci in regola – dice Alessandro Brogi, presidente di Gida – Per noi si tratta davvero solo di burocrazia. Non dovremo girare un bullone. Abbiamo gli impianti più moderni di Italia». «Nessuna criticità – dice l’assessora all’Ambiente Monia Monni – Gida trattava 500 tonnellate al giorno dagli spurghi. Ho fatto una ricognizione sugli impianti pubblicI. E per metà possono trattarli loro, l’altra metà possono assorbirla altri privati». Eppure, perfino fra i gestori idrici c’è chi dubita: «Noi possiamo assorbire molto meno di ciò che trattava finora Gida», dice Lorenzo Perra, presidente Publiacqua. Negli impianti pratesi vengono smaltite 150mila tonnellate di reflui da fosse settiche all’anno, il grosso proprio in estate. L’Autorità idrica toscana, il garante dell’acqua pubblica, ieri ha presentato a Monni un piano con cui i depuratori pubblici, fra Firenze, Pisa e l’acquedotto del Fiora, potrebbero raccoglierne la metà. Se anche Cuoiodepur e Aquapur a Lucca si fermassero, si salirebbe a 400mila tonnellate. Impossibile gestirle. Gli unici impianti su cui dirottare gli spurghisti resterebbe quelli di Waste Recycling a Castelfranco e Poggibonsi, strutture in mano ad Hera, la multiservizi dell’Emilia Romagna . Non solo. Il rigore applicato da Pd e uffici regionali sulle norme sembra il prodotto di una fuga dalle responsabilità scatenata dal panico seguito all’inchiesta. Così su rifiuti e depurazione ormai in Toscana è il caos. Ieri l’affondo alla Regione è arrivato direttamente da Confindustria Toscana Nord: «Gli impianti di Gida – dice il vicepresidente Daniele Matteini – funzionano grazie alla miscelazione di reflui industriali e reflui civili. E lo stop potrebbe costringerli a ridurre lo smaltimento dei reflui del distretto del tessile o ad aumentare le tariffe. In ballo ci sono centinaia di aziende e con 30mila posti di lavoro. Bastava una norma transitoria. Questo è puro dilettantismo. Il distretto rischia il blocco». Non solo. Pure gli spurghisti potrebbero dover aumentare le tariffe per poter trasportare più lontano i loro carichi. E la confusione è talmente tanta che si è aggiunto un nuovo capitolo. Per timore di sforare i livelli di inquinanti, Arpat ha chiesto a Publiacqua di non consentire più a 210 imprese del tessile di scaricare nelle fognature, così come fanno da anni in virtù di un’intesa fra aziende, Regione, Comune e gestore idrico in attesa sia concluso un maxi fognatura industriale propria. «Siamo sconcertati, dice Ivo Vignali, che presiede il consorzio di 210 imprese – Forse non ci sono le idee chiare su come funziona la filiera del tessile: se tintorie e rifinizioni non possono più scaricare, si fermano anche le altre aziende, dai lanifici alle lavorazioni conto terzi». — RIPRODUZIONE RISERVATA