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Scandalo concerie, dopo due mesi venti imprenditori rompono il silenzio

Il tentativo è di rivendicare la propria storia fatta di una produzione a base di elementi naturali come i tannini e non il cromo: «Trattiamo le pelli senza metalli, la magistratura indaghi con celerità»

Per la prima volta, a distanza di quasi due mesi dal blitz dei carabinieri con cui è stato dato avvio all’inchiesta per lo smaltimento illecito dei rifiuti, parlano i conciatori. O almeno una parte di loro, le venti concerie che compongono il Consorzio Vera pelle italiana conciata al vegetale.

Un messaggio affidato alle pagine a pagamento delle edizioni di Pisa e Pistoia del Tirreno. Che i vertici del consorzio non vogliono commentare. Un messaggio che è indirizzano prevalentemente ai loro clienti, impauriti fin da subito da quanto accaduto ai vertici dell’Associazione conciatori di Santa Croce e che ha messo nei guai tutto il comparto della pelle.

Il tentativo è di rivendicare la propria storia fatta di una produzione a base di elementi naturali come i tannini e non il cromo, usato dalla maggior parte delle aziende conciarie del Distretto del cuoio toscano. Una concia naturale, «senza l’utilizzo di metalli», come si legge sul sito Internet del Consorzio di cui fanno parte undici concerie di Ponte a Egola, nel comune di San Miniato, e nove distribuite tra Santa Croce, Castelfranco e Fucecchio. In attesa di dichiarazioni pubbliche da parte dell’Associazione conciatori, investita in pieno dall’inchiesta della procura di Firenze, il Consorzio vera pelle italiana conciata al vegetale ha deciso di dire la sua, cercando di «rivendicare e difendere» i valori e tutto quello che la storia del consorzio rappresenta: «I principi etici che hanno sempre guidato le nostre scelte e l’estrema correttezza con cui abbiamo sempre impostato il nostro lavoro imprenditoriale». Parole usate spesso da tutti gli imprenditori conciari e le associazioni di categoria che li rappresentano. Temi come “rispetto per l’ambiente” e “comportamenti etici” sono il leit motiv che da anni il mondo della pelle del Granducato porta avanti per porsi agli occhi dell’opinione pubblica come un esempio di correttezza e avanguardia nel ricercare soluzioni innovative in grado di cancellare l’inevitabile carico inquinante che la produzione conciaria comporta per il territorio circostante. E su cui il lavoro della magistratura sta ponendo seri dubbi. Tanto da spingere singoli conciatori come Fabrizio Masoni che ha subito scritto ai propri clienti per provare a rassicurarli o associazioni come il Consorzio Vera pelle conciata al vegetale a pubblicare la pubblicità per rivolgersi alle aziende con cui intrattengono rapporti commerciali.

I conciatori invitano la magistratura a completare presto le indagini. «Oggi vogliamo dirvi cosa noi finora abbiamo fatto e cosa continueremo a fare – scrivono i conciatori rivolgendosi ai loro clienti –: produrre con senso di responsabilità, rispettando il futuro del nostro lavoro, l’impegno delle donne e degli uomini che vi si dedicano, l’ambiente che ci ospita e i consumatori che ci premiano scegliendo i nostri prodotti per la loro qualità e la loro bellezza». —

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