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Candidatura di Letta alle suppletive di Siena: ecco perché potrebbe non accettare

Enrico Letta

Per un sondaggio il centrodestra si è avvicinato rispetto a tre anni fa. Il segretario teme le imboscate dei lottiani e il conflitto con Draghi su Mps

SIENA.I sondaggi favorevoli ma non brillantissimi. Anzi, quasi da brivido a confrontarli con il voto di tre anni fa. Le grane del territorio, una su tutte la croce e delizia di Siena da una vita, soprattutto ora che il “babbo Monte” pare sull’orlo della liquefazione, destinato a essere inglobato da Unicredit, una banca considerata in città già matrigna, non più accudente come per lungo tempo è stata Mps. E poi questa infinita e snervante battaglia esistenziale sull’identità del partito, con la fronda degli ex renziani (ormai gli è chiaro: è una fronda) impegnata a sollevare una specie di mozione di sfiducia in pillole quotidiane.

Una goccia cinese con cui l’ala guidata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini, crede, potrebbe logorarlo se accettasse di correre. Insomma, seppure il Pd senese abbia appena dato il via libera alla candidatura di Enrico Letta per le elezioni suppletive del seggio alla Camera lasciato dall’ex ministro Pier Carlo Padoan, il leader per ora temporeggia.


«Grazie alla direzione e a tutto il partito per la fiducia, ma devo valutare se l’impegno nel collegio sia compatibile con quello per le amministrative», ha detto Letta ieri ad Andrea Valenti, il segretario provinciale dei dem senesi. «Noi senesi la proposta di candidatura gliel’abbiamo fatta. Ora aspettiamo la risposta: la scelta spetta solo a lui». E lui prende tempo. «È onorato e lusingato – dicono dal Nazareno – si prenderà qualche giorno per riflettere» Certo, dice di non voler trarre conclusioni dal voto nelle città, ma le sfide saranno comunque decisive per il Pd. Milano, Roma, Napoli: il Nazareno non può permettersi infortuni. Soprattutto ora che i sondaggi lo inchiodano sotto il 20%, a poche lunghezze dal risultato renziano delle politiche del 2018.

Ma c’è ben altro che spinge per l’ex presidente del consiglio a rimandare la scelta. In fondo, il voto della direzione del Pd senese era ampiamente prevedibile, anticipata da endorsement dei big toscani: dalla segretaria toscana Simona Bonafè al sindaco di Firenze, Dario Nardella. Perfino Andrea Marcucci ha detto di non avere «nulla in contrario», il senatore lucchese silurato proprio dal leader dal ruolo di capogruppo a Palazzo Madama.

Se all’inizio sembrava fatta, col passare dei mesi Letta ha espresso però le sue incertezze nei colloqui privati. Non solo perché non sarebbe più un test per misurare l’alleanza con il M5S, visto che il tandem con Giuseppe Conte non ci sarà, data la rinuncia dell’avvocato alla corsa per il collegio a Roma; non solo perché resta un’incognita l’appoggio di Italia Viva («Davvero così tanto a Siena», ci si chiede nell’entourage di Letta), ma gli ultimi segnali che arrivano dal partito e dai sondaggi lo hanno convinto a sospendere il giudizio.

Intanto Siena non è più una roccaforte. L’ultima rilevazione di YouTrend sul collegio ha acceso la luce rossa al Nazareno. Immaginando di misurare la coalizione giallorossa dal 2018 a oggi, il centrosinistra ha subito un crollo. Alle Politiche era al 59% contro il 32,3% del centrodestra, alle Europee è sceso al 50,5% mentre l’area che da Salvini va a Meloni fino a Forza Italia e i centristi di Giovanni Toti aveva raggiunto già il 42,5%. Oggi il vantaggio, di oltre 26 punti tre anni fa, si è ridotto a 5, 6 punti, perché – a stare al sondaggio – i giallorosso contano 46,3%, il centrodestra sul 40,7%.

Poi c’è il rischio che la candidatura si riveli una trappola per gli affondi continui di una corrente ormai ostile. Se da una parte gli ex renziani di Base riformista lo lusingano, dall’altra ogni giorno lancia bordate alla linea del Nazareno. I lottiani non vogliono sentir parlare di tassa di successione, ius soli e voto ai sedicenni. «Basta con le bandiere identitarie, non distinguiamoci facendoci dire sempre di no, rischiamo di bruciare idee giusto, torniamo a fare il Pd», attacca ancora Marcucci. E le truppe ostili si stanno allargando. Nella riunione di corrente son ricomparsi depsaparecidos come Graziano Delrio e Debora Serracchiani. Ma è un pressing a cui non cede. Non a caso ieri, tanto per ribadire di voler spostare l’asse a sinistra, ha ricordato l’anniversario di morte di Enrico Berlingue in un tweet. «L’11 giugno, una data che rimane nella memoria collettiva degli italiani». Certo, «se vuole lasciare il segno politicamente, un segretario deve stare in parlamento», ha confidato Letta all’entourage. Ma Siena rischia di rivelarsi davvero un vicolo cieco. Sarebbe costretto a difendere Mps agli occhi degli elettori (e dei tremila dipendenti che rischiano il licenziamento) dallo spettro di una cessione. Non a caso ieri il presidente toscano Eugenio Giani ha ri-salutato la sua probabile candidatura proprio come «un bel segnale per la salvezza di Mps».

Se non fosse che cavalcando gli umori senesi rischierebbe di mettersi in rotta di collisione con Mario Draghi stesso, a cui invece la cessione a Unicredit – di cui Padoan è diventato presidente – delle quote dello Stato potrebbe apparire come l’unica soluzione possibile. «Come potremmo spiegare che il Pd delle sliding soors di Padoan non è lo stesso Pd di Letta?», ragionano al Nazareno.

E come spiegare che non è più Salvini il solo a contestare il governo che ha fatto uscire il Paese dalla pandemia? Siena, forse sì, può aspettare. —

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