Caporalato in Toscana, due arresti: pagavano 1,55 l'ora chi lavorava per le griffe

In provincia di Firenze un altro capannone lager: almeno una cinquantina gli operai sfruttati. Sequestrati bene per oltre 500mila euro

Sorvegliati a vista, anche con le telecamere. Costretti a turni di 14 ore al giorno, a volte anche di notte, senza riposo né giorni festivi. Pagati, in alcuni casi, un euro e mezzo l’ora, anche se dalle loro mani uscivano prodotti in pelle destinati alla più note griffe di moda. Sono almeno una quarantina gli operai, tra cinesi, bengalesi e pakistani, che venivano sfruttati in due capannoni di via Leonardo da Vinci a Campi Bisenzio.

Un caso di caporalato in piena regola, scoperto dalla guardia di finanza e dalla procura di Firenze, che ha chiesto e ottenuto l'arresto in carcere di una coppia di imprenditori cinesi. In manette sono finiti Yu Wu, detto Matteo, di trentasette anni, e la moglie Jianhui Zheng, di un anno più giovane. Disposto nei loro confronti anche un sequestro per equivalente di beni per 522.833 euro, tra cui immobili e una Porsche Panamera (che ha dato il nome all’operazione). Sottoposti a divieto di dimora altri due soggetti cinesi, familiari degli arrestati.


LE SOCIETA' MORDI E FUGGI

Il meccanismo era questo: secondo le fiamme gialle gli imprenditori operavano attraverso due srl succedutesi nel tempo, la Samipell srl e la Am Pelletteria srl, che a loro volta affidavano il lavoro a delle ditte individuali, intestate a prestanome e a loro riconducibili. Queste piccole ditte di pelletteria inoltre avevano breve durata ed erano lasciate con elevati debiti erariali e svuotate di liquidità. Quando lo Stato presentava il conto delle tasse da pagare, venivano sostituite con altre che operavano negli stessi luoghi, con gli stessi macchinari e con gli stessi operai.

GLI ORDINI DALLE GRIFFE

Le commesse arrivavano da una spa di Roma, che subappaltava gli ordini avuti dalle griffe di moda, tra cui Burberry. Sia la società per azioni romana che i marchi di moda sono risultati estranei ai fatti. I cinesi si sarebbero anche adoperati per “sistemare” i loro capannoni in occasione delle visite degli addetti al controllo qualità della spa, in modo da fare apparire tutto in regola. Ma la realtà era un’ altra. I meno fortunati tra gli operai venivano pagati anche 1,55 euro l’ora. Durante il lavoro non potevano neppure uscire per mangiare. Dovevano arrangiarsi con pasti di fortuna preparati con cucine a gas collegate a delle bombole.

CAPANNONI-DORMITORI

A fine turno venivano trasportati in dormitori ricavati in altri capannoni della zona. Non esistevano domeniche, né festività, tanto che si lavorava anche in occasione del Capodanno cinese. «Troviamo ancora nelle imprese – commenta il generale Bruno Bartoloni, comandante della Guardia di finanza della Toscana – condizioni di sfruttamento del lavoro che riportano la nostra memoria all’Ottocento. C’è un problema concreto di sfruttamento del lavoro, che in questo caso riguarda la produzione di un prodotto di alta gamma». L’inchiesta, coordinata dalla pm Christine Von Borries, è partita da controlli sul caporalato, che poi hanno permesso di scoperchiare un vaso di Pandora colmo anche di reati fiscali.

PURE LA BANCAROTTA

Oltre allo sfruttamento del lavoro infatti, le altre accuse mosse sono bancarotta fraudolenta, dichiarazione fraudolenta e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Contestati anche la raccolta e lo smaltimento illecito di rifiuti speciali, per alcuni sacchi con alimenti e olii alimentari trovati fuori dai capannoni dove si lavorava e si mangiava.

Nell’ordinanza che dispone l’arresto la giudice per le udienze preliminari (gip) Angela Fantechi rileva come i lavoratori fossero tenuti in «uno stato di soggezione e sfruttamento», con «macroscopiche violazioni degli orari massimi di lavoro e dell’assenza di riposi, con persone ridotte a mera forza lavoro», in alcuni casi costretti anche a lavorare di notte per rispettare le consegne.

MASSIMO PROFITTO

Sempre secondo la gip, la coppia di imprenditori avrebbe commesso violazioni «a tutto tondo» nello svolgimento dell’attività di impresa, realizzata «ad esclusivo fine di massimizzazione del profitto in spregio di ogni norma di legge vigente, con totale evasione di imposta, evasione contributiva, e sfruttamento dei lavoratori, e utilizzazione di prestanome».

EVASIONE FISCALE

Sempre in base agli accertamenti, le due srl e le ditte individuali susseguitesi nel tempo, tra il 2013 e il 2019 avrebbero maturato circa 589.000 euro di debiti erariali iscritti ed evaso imposte per 522.883 euro. Dunque complessivamente dovevano allo Stato 1,1 milioni di euro. Mentre le indagini finanziarie hanno fatto emergere prelevamenti e bonifici per circa 1,2 milioni di euro, spia del fatto che gli imprenditori avrebbero fatto transitare nei loro conti praticamente tutti i soldi che dovevano allo Stato. —

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