Dopo il caso concerie altra leggina-scorciatoia: stavolta per i taglialegna

Operazioni per il taglio di legna in un bosco (foto d’archivio)

C'è il no degli uffici ma il Pd va avanti come con la norma pro-Cuoio. Un emendamento dà il via alle motoseghe nelle aree vincolate: ambientalisti divisi

Eliminare l’obbligo di autorizzazione della Soprintendenza per il taglio degli alberi nelle zone sottoposte a vincolo paesaggistico. Sottrarre boscaioli e taglialegna a iter lunghi e costosi per la manutenzione dei boschi. È questo il senso di una proposta di legge appena presentata in consiglio regionale dai dem toscani. Un emendamento che non solo divide gli ambientalisti, ma rischia anche di ripercorrere la scia infelice della norma pro-concerie. Per i duri e puri di Italia Nostra e Wwf è una specie di colpo d’ascia sulla tutela delle aree protette della Toscana. Per Legambiente è invece «una soluzione a un problema di gestione» di parchi, foreste e riserve naturali generato da un’interpretazione restrittiva della legge applicata dai giudici amministrativi e dalle Soprintendenze. Insomma, per l’ambientalismo radicale il Pd sta per diventare il “partito delle motoseghe”, per quello meno aggressivo no, questa volta a spingerlo non è la vituperata ideologia sviluppista, ma anzi la volontà di proteggere il territorio dal rischio di alluvioni e incendi.

Eppure l’ultimo emendamento presentato dal gruppo del Pd sembra davvero un replay. Sì perché i dem sono intenzionati a far passare il correttivo congegnato per la legge 39 del 2000 – che disciplina l’attività forestale in regione – nonostante un parere negativo dell’ufficio legislativo di Palazzo Panciatichi. Per la norma pro-Cuoio, approvata il 26 maggio 2020 e abrogata esattamente un anno dopo, quasi travolta dagli imbarazzi e dalle polemiche suscitate dall’inchiesta della procura fiorentina, il no arrivò dall’avvocatura regionale due anni prima, nel 2018, a una proposta fotocopia che avanzò il distretto alla giunta. Un parere ignorato dal gruppo in aula due anni dopo. Tanto che, una volta passata, viene impugnata dal governo davanti alla Corte costituzionale. Anche in quel caso con l’obiettivo alleggerire autorizzazioni e controlli.


Una parabola talmente simile a quella della norma sul taglio dei boschi da aver indotto la Lega e perfino alcuni consiglieri dem, come Cristiano Benucci, a chiedere la sospensione della discussione in commissione ambiente giovedì. «Anche perché una norma simile è appena passata in commissione in Parlamento – dice Elisa Montemagni, capogruppo della Lega – Noi non siamo contrari nel merito, ma nel metodo. Rischiamo ancora una volta di approvare un emendamento e vedercelo impugnato per incostituzionalità».

In neppure tre pagine, Francesca Casalotti e Beatrice Pieraccioli, sottolineano proprio il rischio di impugnazione. La «disposizione – scrivono le esperte dell’ufficio giuridico del consiglio – prevede che anche per i tagli colturali nei boschi ricompresi nelle aree vincolate per il loro particolare valore paesaggistico ai sensi dell’articolo 136 del Codice dei beni culturali e ambientali non sia richiesta l’autorizzazione paesaggistica». Unica eccezione, le zone in cui «la dichiarazione di interesse pubblico riguardi in modo esclusivo i boschi». Tradotto: se il vincolo riguarda gli alberi in sé, niente tagli senza permesso; se invece è posto su una riserva all’interno della quale ricade anche un bosco, via libera. «La Corte – scrive l’ufficio legislativo – ha in più occasioni precisato che non compete al legislatore regionale disciplinare ipotesi di esenzione». Non solo. Regione e consiglio, sottolinea, possono solo introdurre un regime più restrittivo, non semplificato.

Ma perché il Pd vuole andare avanti? «Perché siamo al servizio delle lobby, in questo caso dei contadini e dei taglialegna», ribatte ironico il capogruppo Vincenzo Ceccarelli, facendo riferimento al passaggio di una memoria dell’avvocatura sull’emendamento pro-concerie. In realtà molto dipende da una sentenza del Consiglio di Stato di un anno fa che ha bocciato i piani antincendio per le pinete di Marina di Grosseto e Castiglione della Pescaia. «La nostra proposta cerca di rispondere ai giudici amministrativi – dice Lucia De Robertis, consigliera dem e presidente della commissione ambiente –. L’autorizzazione resta per i boschi sottoposti a vincolo come il Tombolo grossetano». «Quella proposta, se ben applicata – dice anche Fausto Ferruzza, presidente di Legambiente Toscana – non è un disastro. Da quello che ho capito l’obbligo di autorizzazione decade se il vincolo su un perimetro boschivo origina dalla presenza di un bene monumentale, come una pieve, un tabernacolo. Sulle foreste di pregio restano le tutele».

Il ricorso perso dalla Regione era anzi doveroso. Perché la Soprintendenza si era messa di traverso ai piani di «diradamento delle pinete di Grosseto e Castiglione che avevano subito gli incendi devastanti degli ultimi anni». Tanto che perfino il presidente dell’Osservatorio sul paesaggio della Toscana e coordinatore scientifico di quello nazionale sul paesaggio rurale, Mauro Agnoletti, si dice contrario alla posizione delle Soprintendenze: «Hanno cominciato ad applicare in modo restrittivo la legge sulla scia dei ricorsi vinti da Italia Nostra, sopratutto sull’Amiata – dice Agnoletti, che è anche professore all’università di Firenze –. Una logica che non sta in piedi: in Toscana i boschi vengono coltivati, favorendone la rigenerazione, dai tempi dei romani. Inoltre chiedere l’autorizzazione li espone a un maggior rischio idrogeologico e di incendio a causa delle lungaggini a cui le ditte vanno incontro per ottenerla. È un assurdo, si agisce come se fosse in atto una deforestazione. Invece, con l’abbandono dell’agricoltura, la superficie boschiva in Toscana è cresciuta di 380mila ettari, oltre un terzo. Ma importiamo ancora l’85% di legname». —© RIPRODUZIONE RISERVATA