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Scandalo concerie, il presidente di Legambiente: «Così la Regione provò a imbrigliare l’Arpat»

Fausto Ferruzza (Legambiente)

Fausto Ferruzza: «È una struttura da potenziare ora è un’arma spuntata, con poco personale»

Tre anni fa fu uno dei ribelli. Fausto Ferruzza il 6 giugno 2018, al tavolo in cui si discuteva la modifica alla legge che disciplina Arpat, stoppò il tentativo di fare dell’agenzia di protezione ambientale un satellite alle dipendenze della Regione.

Anzi, il presidente di Legambiente Toscana contribuì a migliorarla quella legge, riconsegnando ad Arpat i poteri di controllo che sì, nel corso degli anni, le erano stati sottratti svuotandola di autonomia, come sottolineato giorni fa al Tirreno dal sindacalista Antonio Melley. Ma, con amarezza, il capo dell’associazione ambientalista sottolineò che girando la regione aveva registrato «una sostanziale sfiducia rispetto all’Agenzia, che è percepita troppo vicina al potere».


Ecco, l’inchiesta sulle concerie sembra aver scavato un fossato ancora più profondo fra cittadini e un organismo di verifica fondamentale. E la chiave per ridarle autorevolezza – dice Ferruzza – è una sola: «Potenziarla».

Ferruzza, nel 2018 lei si oppose a quella proposta di legge. C’è ancora il rischio che l’Arpat si configuri come un organismo non indipendente?

«Intanto quel tentativo andò a vuoto perché al tavolo di concertazione noi e i sindacati fummo molto netti e duri nel pretendere che quella proposta tornasse indietro. Quindi, Arpat in questo momento non è assoggettata al potere regionale, non esiste nella legge una sub-articolazione. L’abbiamo scongiurata».

Se fosse passata cosa avrebbe comportato?

«Che Arpat sarebbe diventata un sub-dipartimento della direzione Ambiente della Regione. L’Agenzia dipende invece dal sistema di protezione ambientale nazionale, c’è una legge a stabilirlo, la 132 del 2016, che istituisce la rete nazionale di protezione dell’ambiente e disciplina l’Ispra. È chiaro che Arpat in Toscana come Arpav in Veneto siano in qualche modo articolazioni del potere regionale, ma la 132 assicura loro autonomia e terzietà».

Non c’è il rischio che la Regione comunque ne condizioni le scelte, ad esempio sui controlli?

«Non ho dubbi sulla competenza, la bravura e l’onestà dei funzionari di Arpat, ma è chiaro che se tu nel corso degli anni riduci l’organico da 825 a 644 addetti, tagli i fondi e le risorse, alla fine vuol dire che riduci i monitoraggi, i controlli e le attività ispettive, anche quelle necessarie ad accompagnare le attività delle aziende. Fra i compiti e i doveri di Arpat non c’è solo l’attività ispettiva, ma anche il supporto alle imprese per garantire trasparenza ai cicli industriali. Avere oggi un’agenzia più forte e dotata di organico, mentre sta planando sul Paese la rivoluzione del Recovery con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sarebbe una scelta lungimirante che darebbe una risposta netta a tutti i dubbi che i cittadini nutrono sulla terzietà di Arpat».

A quel tavolo disse che Arpat era percepita come troppo legata al potere.

«Dissi che se un’agenzia è percepita come troppo vicina ai poteri esecutivi, controllore e controllato finiscono con l’assomigliarsi troppo, e la gente poi non si fida. Legambiente è assediata da una quantità enorme di segnalazioni da parte dei cittadini (che ovviamente ci onorano), ma non spetta a noi fare monitoraggi. Quindi spesso richiamiamo il cittadino, indichiamo il dipartimento o il funzionario preposto a rispondere a quei quesiti. E dopo i nostri consigli allora si attiva il dialogo».

Forse perché si fidano più di voi che di Arpat.

«Questo però significa che non siamo nella fisiologia ma nella patologia. Legambiente non può sostituirsi a un’agenzia preposta a un compito repubblicano. Questo dovrebbe suscitare una riflessione».

Perché se avete scongiurato il pericolo, ancora oggi c’è questa percezione?

«Le percezioni vanno anche ricondotte alla realtà. Se si leggono le carte dell’inchiesta sulle concerie e sul Keu, le persone più rigorose e irreprensibili sono i funzionari dell’Arpat, che hanno fatto il loro dovere con la schiena dritta e non si sono piegate a nessun tipo di vento politico».

Nelle carte si racconta di molti addetti che hanno ricevuto pressioni. Secondo i pm funzionari pubblici e politici avrebbero voluto rimuovere Alessandro Sanna e fatto pressioni sull’ex direttore Marcello Mossa Verre.

«Ma tutti hanno resistito, sempre che le accuse vengano confermate. Tanto che Sanna in un’intervista ha chiarito che se avessero rimosso lui, quello dopo sarebbe stato ugualmente rigoroso».

Potrebbe esserci qualcuno che ha piegato la schiena per paura?

«Non mi risulta. E mi piace pensare che fino al terzo grado di giudizio non ci sia. In Arpat conosco solo persone che sotto organico non solo si fanno un mazzo così ma anche qualcosa di più. È chiaro che se vieni associato a un potere esecutivo perdi autorevolezza e terzietà, ma è solo una percezione. E al di là del percepito, bisognerebbe comprendere che se nel 2018 avevamo tutte le spie sul territorio, oggi, con il Recovery, abbiamo il dovere di potenziare il sistema di controlli e dunque almeno raddoppiare il bilancio, la dotazione di risorse e personale l’Arpat».

Che idea si è fatto dell’inchiesta su concerie e Keu?

«Che la ’ndrangheta abbia appetiti sulla Toscana non ci sorprende, lo segnaliamo da una dozzina di anni con il Rapporto ecomafia. Bisogna essere chiari però: l’impresa non può fare economia circolare a singhiozzo, ma dal primo tratto della filiera all’ultimo. Se dimostri di aver bonificato il Keu e reso inerte e innocuo il cromo, non solo non hai fatto nulla di male, ma dal nostro punto di vista meriti gli applausi, perché questo significa evitare di cavare pietrisco dalle Apuane per fare un sottofondo stradale. Come abbiamo visto ci sono grandi aziende certificate e che lavorano benissimo».

Serve qualche altro accorgimento alla legge per garantire maggiore terzietà ad Arpat?

«Dal momento in cui investi, hai già dato un segnale politico enorme. Ma è l’ora di darlo. Anche la società civile è più pronta. Sulla strada 429, dove si sospetta siano stati interrati scarti tossici, all’inizio i cittadini erano sospettosi, poi si sono rivolti ad Arpat per far fare le indagini sui pozzi».

Conosce Piero Rubellini, è stato per anni a Palazzo Vecchio. Può essere un buon direttore di Arpat?

«Credo che accoppiata Rubellini e Mossa Verre possa far bene, mi auguro chela presidenza della Regione possano dare loro una macchina più dotata di risorse. Se sarà così ci sono tutte le condizioni per fare bene». —

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