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Vaccini, dalla prima dose ai guariti dal Covid: ecco quanto dura l'immunità. Le risposte di tre esperti

I professori Andrea Crisanti, Maria Grazia Cusi e Paolo Bonanni fanno chiarezza sulla risposta immunitaria ma anche sugli effetti collaterali e sui dubbi più frequenti

Uno studio condotto su 3.200 abitanti di Vo’ Euganeo suggerisce che l’immunità naturale dei guariti dal Covid-19 può durare fino a undici mesi. E che chi si è infettato nella prima ondata ed è entrato successivamente in contatto con un positivo non si è riammalato.

Un altro studio tra 200 operatori sanitari dell’Azienda ospedaliera senese mostra che la risposta degli anticorpi avviene nel 99,5% dei casi. Bisogna partire dagli studi scientifici per avere risposte attendibili. Studi che in gran parte sono ancora in corso e dunque servirà ancora tempo per sciogliere i quesiti che da mesi ci poniamo. Quando dura l’immunità dopo il vaccino? Si è già protetti dopo la prima dose? Dovremo vaccinarci di nuovo a breve? I vaccinati possono togliersi la mascherina? In principio, il dubbio era: quando sarò vaccinato? E ora che la campagna sta entrando nel vivo, i quesiti cambiano e si moltiplicano. Così come i dubbi.

Hanno risposto per noi a queste domande cruciali per il nostro futuro tre grandi esperti: il professor Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova; la professoressa Maria Grazia Cusi, ordinaria di microbiologia all’Università di Siena; e il professor Paolo Bonanni, ordinario di igiene applicata Università di Firenze. C’è voglia di normalità e gli esperti spiegano che il vaccino è un’arma formidabile contro il virus. Ma, ancora, non è arrivato il momento di abbassare la guardia.

La mascherina, così come il distanziamento, continueranno ad accompagnarci per i prossimi mesi, compagni questo viaggio iniziato più di un anno fa e che ha un unico obiettivo: contrastare la corsa del virus. La strada - spiegano gli esperti che abbiamo intervistato - è ancora lunga. E, con ogni probabilità, dovremo convivere ancora a lungo con le misure anti-contagio. Ma ora non siamo più soli. I vaccini stanno funzionando, si dimostrano all’altezza del compito. Unica (o quasi) arma contro gli attacchi del virus.

In questo quadro generale, resta un’incognita fondamentale: le varianti. I virologi spiegano che ogni virus è soggetto a molteplici mutazioni. Anche il Sars-CoV-2. La variante inglese ha ormai preso il sopravvento, sostituendosi di fatto alla forma originaria del virus, quella comparsa per la prima volta a Wuhan, in Cina, nel dicembre 2019. Allora non sapevamo che quelle immagini viste in tv, all’apparenza così lontane, presto sarebbero diventate parte della nostra nuova vita quotidiana. Non bisogna tornare indietro, dicono gli esperti. Abbiamo pagato un prezzo troppo alto. Serve prudenza. A maggior ragione adesso che torniamo a respirare l’aria della normalità.

Il professor Andrea Crisanti, la professoressa Maria Grazia Cusi e il professor Paolo Bonanni

Quanto dura l'immunità dopo aver fatto la dose di richiamo?

Crisanti: «In molti stanno ancora cercando la risposta a questa domanda. Dobbiamo stare a quello che abbiamo ad oggi, tenendo conto che la campagna vaccinale è stata avviata a gennaio scorso e soltanto negli ultimi mesi ha avuto un’accelerata. Possiamo dire, dunque, che dopo il vaccino la copertura può durare tra i sei e gli otto mesi. Questo è ciò che ci dicono i dati che abbiamo al momento in mano. Potrebbe essere di più, certo. Ma è ancora presto per dirlo. E solo il tempo, in questo caso, potrà darci tutte le risposte che cerchiamo».

Cusi: «La durata, a oggi, è di sei mesi. Anche otto, se il vaccino somministrato è Moderna. Ci sono studi in corso, ma i risultati preliminari sull’efficacia della vaccinazione anti-Covid, registrati dall’Azienda ospedaliero-universitaria senese sul suo personale, racconta che i vaccini sono efficaci. Sono stati coinvolti 200 operatori sanitari volontari, 45 anni l’età media, vaccinati con le due dosi di vaccino Pfizer-BioNTech. Ed è stata studiata la risposta anticorpale, sviluppata nel 99, 5 per cento dei casi. Un esito che fa ben sperare».

Bonanni: «Quella sull’immunità è una domanda per cui non esiste ancora una risposta certa. Vale un po’ per tutti i vaccini: funzionano, a priori, per un tempo che non è mai breve. Ma riuscire a quantificarlo, in questa fase, non è così semplice. Ci sono degli studi in corso. E quello che possiamo dire è che la copertura è di almeno sei mesi».

Quanto dura l'immunità di chi è guarito dal Covid?

Crisanti: «Ecco, su questo ho condotto uno studio a Vo’Euganeo, in Veneto, insieme all’Imperial College di Londra. Lo studio ha coinvolto la maggior parte dei circa 3. 200 abitanti di Vo’Euganeo che si sono sottoposti a tampone e all’analisi sierologica. Quello che volevamo capire è semplice: quanto dura l’immunità nei guariti dal Covid-19? Grazie a questo studio, abbiamo avuto modo di appurare che l’immunità naturale - quella di chi ha contratto il Covid-19 ed è guarito - può durare anche dieci, undici mesi. Ma non solo: chi, tra le persone guarite nella prima ondata è entrato in contatto con un positivo, perché ad esempio convivente, durante la seconda, non si è riammalato. Un dato importante, da tenere in considerazione».

Cusi: «Il nostro studio impone una distinzione: dopo aver contratto il Covid-19, la risposta immunitaria nelle persone che hanno avuto una forma più grave può durare fino a otto mesi. In quei soggetti, invece, affetti da una forma senza sintomi (o comunque con pochi) il declino degli anticorpi si verifica dopo tre o quattro».

Bonanni: «Chi ha già contratto il Covid-19 può considerarsi immune per un po’ di tempo, almeno per qualche mese. Ma aver già avuto il Covid non significa essere "al sicuro". Non tutti gli anticorpi che il nostro sistema immunitario produce, infatti, sono protettivi e capaci di formare una solida barriera contro gli attacchi del virus».

Dopo la prima dose si è già parzialmente immuni?

Crisanti: «Sì, anche se dipende dal singolo soggetto sottoposto alla vaccinazione. Due aspetti su tutti da considerare: le patologie da cui è affetto e anche l’età. Per questo è complicato indicare una percentuale precisa per ogni vaccino. Comunque, tanto per intenderci: a 15 giorni dalla somministrazione della prima dose, la protezione contro il virus varia tra il 50 e il 75 per cento. In questo caso - e lo dimostrano alcuni studi - la copertura maggiore, dopo la somministrazione della prima dose (senza neppure aver ancora ricevuto il richiamo), arriva proprio dal vaccino prodotto da AstraZeneca. Per questo ritengo che la "cattiva" pubblicità che il siero di Oxford ha ricevuto in questi mesi sia ingiustificata. E pure ingiusta».

Cusi: «La seconda dose è fondamentale, ma una copertura parziale c’è già, anche dopo la prima. Chi, ad esempio, ha contratto la malattia dopo aver ricevuto la prima dose ha avuto una forma molto più lieve. Significa che non è stato necessario ricorrere alle cure in ospedale. E questo è già un primo, importante risultato».

Bonanni: «Alcuni vaccini, come AstraZeneca, sono in grado di garantire una copertura del 75 per cento già dopo tre settimane dopo la somministrazione della prima dose. E, non a caso, vaccini come quello prodotto da Johnson&Johnson hanno sviluppato il concetto di un’unica inoculazione, senza che sia previsto un richiamo».

Dopo la prima dose si può rinunciare al distanziamento? Eventualmente con quali precauzioni? E dopo la seconda dose?

Crisanti: «No, è ancora troppo presto per abbassare le difese. Il distanziamento è stato uno degli strumenti fondamentali per difenderci dal virus, soprattutto quando il vaccino non c’era ancora. Non dimentichiamolo. E anche ora che la campagna vaccinale ha preso piede non dobbiamo vanificare tutti gli sforzi fatti. Potremo pensarci più avanti, soltanto quando la maggior parte degli italiani saranno vaccinati. Fino ad allora, il consiglio è quello di fare attenzione. L’emergenza non è ancora finita e non dobbiamo abbassare la guardia. C’è voglia di normalità, di tornare alla vita di tutti i giorni senza quelli che, per noi, possono apparire dei limiti alla quotidianità. Aspettiamo che arrivino tempi migliori».

Cusi: «Sono piuttosto rigida perché, come dico spesso, l’abbiamo passata brutta. Possiamo essere tutti più tranquilli se adottiamo i sistemi di protezione. Il distanziamento rientra tra questi anche se i raggi ultravioletti e lo stare in ambienti esterni possono intervenire, e rallentare, la circolazione virale».

Bonanni: «No, non è ancora arrivato il momento di rinunciare al distanziamento. Lo dovremo fare, ma con molta cautela quando almeno l’85 per cento della popolazione sarà vaccinata. Se abbassassimo ora le difese, il rischio sarebbe quello di avere qualche rimbalzo. E non possiamo permettercelo».

Ci sono differenze tra un vaccino e l'altro sulla durata dell'immunità?

Crisanti: «Anche questo soltanto il tempo potrà dircelo. Alcuni vaccini, come quelli prodotti da Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca, vengono somministrati da più tempo. Altri, come Johnson&Johnson, sono più recenti. Aspetto l’esito degli studi prima di pronunciarmi».

Cusi: «I dati a lungo termine li stiamo ancora raccogliendo e studiando. I vaccini a mRna, come Pfizer o Moderna, danno ottime risposte. E gli altri sono altrettanto efficaci».

Bonanni: «La durata dell’immunità dipende da alcune variabili individuali. E, per questo, non si può generalizzare. Incidono la quantità di anticorpi presenti nel sangue, l’effettiva memoria immunitaria (la capacità del sistema immunitario di riconoscere i virus e attivare gli anticorpi, ndr) e, infine, la presenza di varianti che mettono alla prova l’efficacia del vaccino stesso».

Dopo l'iniezione che tipo di effetti collaterali dobbiamo attenderci? E quando ci dobbiamo preoccupare?

Crisanti: «Dipende dalle persone: mal di testa, febbre, gonfiore nel sito dell’iniezione. Ma anche nessun effetto. C’è un campanello d’allarme verso AstraZeneca che, però, io ritengo uno dei vaccini più sicuri. I casi sono estremamente limitati e, comunque, abbiamo il lusso di avere un’alternativa. Tanto basta per farci stare tranquilli».

Cusi: «I sintomi più comuni sono stanchezza, mal di testa, dolori muscolari, gonfiore nel sito dell’iniezione. Chi soffre di allergie deve stare particolarmente attento, ma non deve allarmarsi. Anche le donne che in genere sono più sottoposte all’uso di ormoni devono prestare attenzione. Soprattutto chi abbia problemi relativi alla coagulazione del sangue o una predisposizione alla formazione di trombi se il vaccino che si somministra è AstraZeneca o Johnson&Johnson».

Bonanni: «Ognuno di noi reagisce in modo diverso al vaccino. C’è chi non si è accorto di nulla e chi, invece, ha avuto la febbre molto alta, anche a 39. Comunque, gli effetti collaterali più frequenti sono dolore intorno al sito dell’iniezione, arrossamento, gonfiore, mal di testa, febbre alta, dolori articolari. Il consiglio è quello di rivolgersi subito al medico se si ha un forte mal di testa intrattabile anche con gli antidolorifici: questo è uno dei segnali della trombosi».

Quando ci sarà bisogno di una nuova campagna di vaccinazione?

Crisanti: «Tutto dipenderà dalla durata dell’immunità: più il vaccino riuscirà a proteggerci dagli attacchi del virus e più potremo aspettare a somministrare la terza dose. Un altro aspetto da tenere in considerazione, però, è anche lo sviluppo di varianti capaci di resistere ai vaccini. Se alcune vanificassero gli effetti del vaccino, significherebbe ricominciare».

Cusi: «La prossima campagna vaccinale potrebbe essere tra un anno, forse anche prima. Ma dubito che prima di un anno riusciremmo a organizzarne una nuova, vista la grande mole di lavoro e il dispiegamento di forze che sta richiedendo. Se l’immunità del vaccino resisterà possiamo aspettare».

Bonanni: «È difficile sapere quando comincerà una nuova campagna vaccinale. In autunno, a seconda dell’esito degli studi sulla durata dell’immunità, potrebbe essere necessaria una terza dose, anche se mi sembra un po’ presto, fosse anche solo per gli aspetti organizzativi. L’obiettivo, intanto, è quello di somministrare la prima dose alla maggior parte della popolazione».

Come sarà il vaccino del futuro contro il coronavirus? Sarà inserito strutturalmente in un vaccino polivalente?

Crisanti: «Questo è difficile da prevedere, ma la vera priorità è creare vaccini che abbiano un costo di 0, 50 euro, che non richiedano la catena del freddo e che siano somministrabili in un’unica dose. Questo è l’ultimo studio che sto portando avanti nei Paesi poveri».

Cusi: «Sì, il vaccino del futuro contro il Covid-19 potrebbe essere inserito in uno polivalente. Magari in quello contro l’influenza per fare in modo di avere, in un’unica inoculazione, una protezione completa. Ci arriveremo, ne sono certa. Anche perché il coronavirus non scomparirà da un momento all’altro».

Bonanni: «Quella di inserire il vaccino contro il Covid in uno polivalente è una bella idea. Ma, per attuarlo, dobbiamo capire che tipo di evoluzione potrà avere il virus e in che modo si svilupperà in un futuro che non è neppure troppo lontano. Il vaccino deve tenere conto di questi aspetti prima di essere inserito strutturalmente in un altro».

Con l'immunità fornita dai vaccini si potrà dire addio alla mascherina?

Crisanti: «A settembre o a ottobre, quando la maggior parte della popolazione sarà vaccinata, la mascherina si potrà togliere. Perlomeno all’aperto. Ma questo non potrà verificarsi fino a quando non sarà raggiunta l’immunità di gregge. La mascherina, per molto tempo, è stata il nostro "vaccino", unica protezione contro il virus».

Cusi: «Non voglio vedere le persone indossare la mascherina per sempre. Ma bisognerà aspettare ancora un po’. Il momento giusto potrebbe essere quello in cui l’80 per cento della popolazione sarà vaccinata. Dovremo continuare a prestare attenzione, questo non smetterò mai di dirlo. Le diverse ondate dell’emergenza hanno dimostrato quanto il virus possa essere aggressivo. E c’è un altro aspetto: le pandemie, spesso, lasciando code, strascichi importanti. Non spariscono all’improvviso».

Bonanni: «Sono molto cauto e, al tempo stesso, invito alla prudenza. I vaccini funzionano bene contro l’infezione, dando una copertura pari all’85-90 per cento. Ma c’è anche un 10-15 per cento della popolazione che non risponde al vaccino. È fondamentale stare attenti e la mascherina è un’arma importante per la lotta al Covid-19».

Qual è la copertura dei vaccini rispetto alle varianti?

Crisanti: «I vaccini stanno dando una buona risposta contro la variante inglese e anche rispetto a quella brasiliana. Più debole, invece, la copertura se l’organismo viene preso di mira dalla variante sudafricana che, comunque, è molto meno diffusa rispetto alle altre due. Almeno per il momento. Le varianti sono un pericolo da tenere sotto controllo. Le uniche capaci di mettere in difficoltà il sistema dei vaccini».

Cusi: «C’è una certa variabilità sulla copertura dei vaccini rispetto alle varianti. I vaccini a mRna, come Pfizer e Moderna, riescono a contrastare meglio le varianti rispetto, ad esempio, al vaccino prodotto da AstraZeneca. In linea di principio, comunque, tutti quanti riescono a bloccare bene la variante inglese e abbastanza bene quella brasiliana. Una maggiore difficoltà, invece, i vaccini la incontrano nei confronti della variante sudafricana. Anche se, va detto, in Italia i casi sono molto sporadici».

Bonanni: «La variante inglese, al momento, ha preso il sopravvento sul virus originario ed è predominante. La buona notizia è che i vaccini riescono a contrastarla senza difficoltà. E, va detto, la copertura è molto buona anche rispetto a quella brasiliana. La variante sudafricana è, per fortuna, ancora poco presente in Italia. Ci sono degli studi in corso, sia sulla sudafricana sia sull’indiana, che sapranno dirci qualcosa di più. Se i vaccini, in sostanza, mantengono intatta la loro efficacia anche contro queste varianti».