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Concerie, smaltire bene si può: lo dimostra il gruppo Mastrotto

La sede del gruppo Mastrotto a Santa Croce sull’Arno

Santa Croce sull'Arno: il grande stabilimento promosso a pieni voti da Arpat per come tratta gli scarti di lavorazione

SANTA CROCE. Tutto regolare nella nuova conceria del Gruppo Mastrotto a Santa Croce. Lo dicono i risultati dei controlli effettuati da Arpat sulla base dell’Autorizzazione integrata ambientale (la cosiddetta Aia) rilasciata all’azienda il 18 settembre 2020.

Lo stabilimento creato in via Sant’Andrea dal colosso conciario veneto, infatti, rappresenta a oggi la prima (e al momento unica) conceria del distretto toscano a essere dotata di Autorizzazione integrata ambientale, rilasciata addirittura con tre mesi di anticipo rispetto a quella del depuratore Aquarno, l’impianto consortile a cui tutte le concerie della sponda destra del Valdarno (Mastrotto compresa) inviano i propri scarichi attraverso l’acquedotto industriale.


Del resto, è proprio sull’Autorizzazione integrata ambientale che si fonda uno dei punti centrali dell’inchiesta “keu” sul presunto smaltimento illecito di rifiuti conciari da parte del Consorzio Aquarno. Proprio per evitare di essere soggetti all’Aia, infatti – secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia – i vertici di Aquarno avrebbero “suggerito” al consigliere regionale del Pd Andrea Pieroni di far approdare e approvare in consiglio regionale la norma pro-concerie, come emendamento alla legge regionale 20 del 2006. Un emendamento « buttato lì» e «andato liscio» – stando alle intercettazioni – nel consiglio regionale del 26 luglio 2020, ma abrogato pochi giorni fa.

Obiettivo della norma, secondo i magistrati, sarebbe stati appunto di evitare controlli più stringenti sull’impianto di trattamento dei reflui. Istituita con una direttiva europea del 1996, infatti, l’Autorizzazione integrata ambientale è finalizzata a valutare e gestire in modo integrato tutte le fonti di pressione prodotte dall’attività sull’ambiente, prevedendo nel caso dei depuratori controlli mensili su un campione corrispondente a tre ore di attività dell’impianto.

Una valutazione più stringente che alla fine, nonostante il celebre emendamento, la Regione ha comunque imposto ad Aquarno alla fine del 2020, tanto che da gennaio 2021 Arpat ha effettuato i propri controlli allo scarico finale in Usciana sulla base di quanto previsto della nuova normativa. Controlli che nel primo trimestre del 2021 hanno dato esito positivo, registrando una concentrazione di sostanze pericolose inferiore ai limiti previsti dall’Aia. A distanza di pochi giorni, Arpat fa sapere di aver dato il disco verde anche allo stabilimento del Gruppo Mastrotto (oltre 2.200 dipendenti in 19 stabilimenti nel mondo e un fatturato superiore a 400 milioni di euro l’anno), soggetto ad Aia già da settembre.

In questo caso le analisi di Arpat hanno riguardato lo scarico a valle dell’azienda (cioè prima del loro invio ad Aquarno), insieme con gli impianti di abbattimento delle emissioni, alla gestione dei rifiuti e alle caratteristiche delle acque sotterranee. Il tutto per un’azienda finalizzata alla sola produzione di pellame semilavorato, il cosiddetto wet-blue (per una capacità massima di 60 tonnellate al giorno), destinato poi a essere trasferito negli stabilimenti di Arzignano (Vicenza) per le successive fasi di riconcia e rifinizione. Può sembrare un paradosso, eppure è stata proprio la presenza di Aquarno ad aver spinto i conciatori veneti a portare in Toscana le prime fasi di lavorazione, puntando sulle capacità di trattamento di un impianto centralizzato, in grado di offrire quello “spazio di manovra” per nuovi insediamenti produttivi che, al contrario, i piccoli depuratori interni alle aziende non possono più garantire. Ed è anche la dimostrazione che ottenere la certificazione è possibile, evitando di chiedere scorciatoie o “aiutini” della politica. —

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