Patrimoniale, chi si spaventa aiuta gli avidi

Enrico Letta

Buona domenica: l'editoriale. Non abbiamo altra strada che andare a prendere soldi da chi ce li ha

A un certo punto bisognerà pur cominciare a dirlo dove si pensa di andare a prendere i soldi che servono per evitare che questo Paese si trovi a fronteggiare una vera e propria emergenza sociale. La crisi era già in corso prima dell’emergenza Covid, l’ultimo anno e mezzo non ha fatto altro che prenderla a schiaffi. Nel 2020, il Prodotto interno lordo è crollato dell’8,9 per cento, la pandemia ha mangiato quasi un decimo della nostra ricchezza. È come essere ritornati al 1998.

Inutile girarci intorno: servono soldi. Cosa dobbiamo fare, continuare a indebitarci caricando di rate le nuove generazioni che già scontano l’avvio ritardato nel mondo del lavoro e un aumento spaventoso dell’età pensionabile? No, sarebbe uno schiaffo terrificante, sarebbe un colpo devastante per il Sistema Paese. Che, certo, ha bisogno di liberarsi della morsa della burocrazia e di una spesa pubblica fuori dalla ragione.

Ma proprio per questo non abbiamo altra strada che andare a prendere soldi da chi ce li ha. Di solito si fa il contrario: si prende poco a tutti, con il solito squilibrio che stanga chi già paga le tasse e premia chi le evade.

Oggi sarebbe oltremodo complicato andare a bussare alle porte di chi vive di stipendi sempre più bassi o peggio ancora di sussidi. Il livello di esasperazione sociale è elevatissimo. E inoltre si rischierebbe di ricavarne ben poco.

Allora, che fare? C’è una parola che spaventa: Patrimoniale. Sì, perché quelli che hanno tanti soldi hanno trovato il modo – grazie alla solita compagnia di mistificatori della realtà – di spiegare al popolo che di fatto si tratterebbe di tassare ulteriormente la casa comprata con i risparmi di una vita. Garantendosi così una sorta di scudo umano, una guardia fatta di persone che campano di stipendi e credono di essere in pericolo. Il modo migliore per continuare a tenere al riparo i depositi di zio Paperone.

Rileggiamo l’ultima proposta, quella del segretario del Pd, Enrico Letta: «Quello che non capiamo, da qui anche la levata di scudi sulla tassa di successione per i giovani, è che siamo un Paese che si è abituato a vivere di rendita. Questa è la battaglia principale che voglio fare: bisogna aiutare chi lavora e chi vive di rendita deve aiutare chi lavora». Avremmo bisogno di questo. Senza spaventare chi ha qualche risparmio da parte. E chi ha anche un paio di case di proprietà. Si potrebbe partire dai patrimoni oltre i cinque milioni di euro. E procedere con piccole pretese. Prendiamo come riferimento i miliardari. Nel mondo, con la crisi, secondo le ultime stime di Forbes, sono aumentati. Sono diventati 2.755, con un incremento di 660 unità rispetto a un anno prima. Se a ognuno di loro vai a chiedere un milione di euro (briciole), porti a casa quasi tre miliardi di euro. Togliendoli a un patrimonio complessivo di 13.100 miliardi di dollari.

E prendiamo i più ricchi d’Italia. Quelli con patrimoni miliardari sono 51, pochissimi. Ma il loro “avere” complessivo è di 204,5 miliardi di dollari, 168 miliardi di euro. Bene, se a tutti dovessimo chiedere l’uno per cento porteremmo a casa 1,68 miliardi, se salissimo al 2 per cento avremmo 3,36 miliardi. Tanto per fare qualche esempio, a Giovanni Ferrero, quello della Nutella, con un patrimonio di 35,1 miliardi dollari, con l’1 per cento chiederemmo 351 milioni, 702 con il due per cento. Sembra tanto, ma è come se chiedessimo 10 euro a chi ne ha mille. Non si tratterebbe di un esproprio proletario. Sarebbe una sorta di “una tantum” per un riequilibrio in un momento di estrema difficoltà collettiva. Un atto di giustizia che potrebbe via via trascinare con sé altre contribuzioni minori fra quelli che si trovano nella via di mezzo. Necessariamente con un atto di pari valore da parte dello Stato: in attesa di eliminare sprechi e burocrazia, allentare la presa sul mondo delle imprese, su chi potrebbe investire in occupazione e invece – ad esempio – deve mettere da parte soldi per pagare l’Imu su capannoni inutilizzati. Insomma, distinguere finalmente fra chi i soldi li fa con l’impresa e chi con la finanza. E premiare i primi.

Vogliamo dire no? Bene, ma l’alternativa quale sarebbe? Licenziare tutti quelli che non si possono mantenere al lavoro, come chiede Confindustria? Che dovremmo fare con oltre mezzo milione di italiani? Mandarli a riscuotere sussidi da fame che finirebbero per essere pagati dalla contribuzione collettiva? Riccardo Illy e Brunello Cucinelli sono fra i ricchi illuminati a favore di questo riequilibrio. Per il resto, il giochino degli avidi è sempre quello: far credere che quando si parla di prendere soldi ai ricchi, i ricchi siano quelli che hanno una o due case e modesti risparmi investiti al riparo degli speculatori. No, questi non avrebbero niente da temere. Anzi, si tratterebbe di chiedere molto poco a chi può. I 35 miliardari italiani, oltre a Giovanni Ferrero (Nutella), si chiamano – fra gli altri – Del Vecchio (ottica), Pessina e Landini (farmaceutica), Armani, Berlusconi, Perfetti, De Longhi, Denegri, Bertelli, Prada, Ferrari, Caltagirone, Doris, Rosso, Benetton, Bombassei, Cremonini, Elkann, Bulgari, Stevanato, Minozzi, Capriotti, Cucinelli, Dolce, Gabbana, Moratti, Moretti Polegato, Marcegaglia, Alessandri (Tecnogym), Percassi, Della Valle, Preziosi, Squinzi.

Ecco, vogliamo proteggere persone come queste, per le quali le somme richieste pesano meno di un paio di nostre cene in pizzeria? Persone come Massimo Moratti o John Elkann che hanno disperso soldi a palate nelle loro squadre del cuore, riempiendole pure di debiti? A loro chiederemmo molto meno di quello che hanno buttato dalla finestra per la loro collezione di figurine animate.

A chi parla di odio di casta bisogna rispondere che la ricchezza non è una colpa. Dietro molti di questi nomi ci sono storie virtuose, d’ingegno, di grandi intuizioni e capacità imprenditoriali. Ma se vogliamo ancora parlare di Stato solidale o di comunità, a questo dovremmo pensare. Altrimenti l’alternativa è andare a vessare chi ha poco. Rischiando di ridurlo in povertà assoluta. Con l’aggravante di chiudere per sempre anche l’ascensore sociale. La proposta di Enrico Letta semmai è approssimativa quando parla di distribuire soldi sostanzialmente a pioggia ai 18enni. Semmai quelle risorse andrebbero destinate a sostenere il lavoro. Cose del tipo “chi assume per due anni non paga i contributi, quei soldi ce li mette lo Stato”.

Ma quella domanda che ho fatto all’inizio a proposito di un’emergenza sociale ha bisogno di una risposta chiara ben sapendo che se non si prendono dove già ci sono, quei soldi genereranno altri debiti per figli e nipoti. Alcuni, fra quelli che hanno tanti denari, si difendono dicendo in sostanza “fammi arricchire, che poi faccio circolare moneta”. Si tratta di feudalesimo del terzo millennio, colonialismo della ricchezza che sparge briciole.

Non è un libro dei sogni. Partire da qui è fondamentale per scacciare gli incubi della cultura dello scarto: gli anziani sono un peso per le pensioni che non possiamo più sopportare anche se i soldi sono quelli che loro hanno anticipato; chi non lavora si arrangia e chi si ammala pure. L’alternativa a una cultura solidale dell’economia è quella che piace agli avidi: un grande metaforico mare in tempesta pieno di barconi che affondano nell’indifferenza di chi pensa che ai soccorsi debbano pensare gli altri. Ma quali altri se gli altri siamo noi? —

Twitter: @s_tamburini

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