Il big toscano di Microsoft: «Digitalizzare il Paese, è il momento»

Pier Luigi Dal Pino

Pier Luigi Dal Pino legge il futuro e spiega come l'Italia può ripartire davvero: «Bisogna riformare i processi»

«La pandemia ci insegna che da soli non andiamo da nessuna parte. Che le sfide più importanti si vincono insieme, come comunità. E che l’individualismo è una minaccia». Ne è convinto Pier Luigi Dal Pino – fiorentino di 51 anni, romano d’adozione, una compagna, due figli e un cane «più grande dei figli» – direttore centrale delle relazioni istituzionali e industriali di Microsoft per l’Italia e l’Europa, da 20 anni “ambasciatore” della multinazionale informatica per i rapporti con i Parlamenti e i governi. Un osservatore privilegiato nell’epoca della “conversione digitale” promessa dal Recovery.

Dal Pino, in cosa consiste il suo lavoro?


 «Mi occupo di pubbliche relazioni, soprattutto verso la politica e le istituzioni sui temi della regolamentazione: il mio ruolo è aiutare i Paesi a fare un passo verso il digitale, soprattutto al livello normativo. Sì, una specie di “ambasciatore”».

Qual è stato il suo percorso?

«Dopo gli studi a Firenze e in Canada, ho lavorato per 26 anni per multinazionali americane: prima in Philip Morris, poi dal 2001 in Microsoft».

La svolta nella sua carriera?

«È stata accettare 20 anni fa la proposta di Microsoft. Una scommessa più grande di me perché lavoravo in una realtà che mi sembrava bellissima, Philip Morris. Ma colsi lo stesso la sfida, quella delle relazioni istituzionali in Europa del Sud. Avevo 30 anni, assunsi responsabilità in Paesi che fino ad allora avevo conosciuto solo come turista. Mi ritrovai a confrontarmi con i governi».

Cosa la spinse?

«Il desiderio di cambiare, di imparare cose nuove. Un’energia che può essere molto forte quando si è giovani».

Molta responsabilità precoce. E anche rinunce?

«Oggi mi sto riprendendo spazi a cui avevo dovuto rinunciare. Ho costruito una famiglia dopo i 43 anni. Ho vissuto sempre con la valigia in mano, o comunque sempre pronto a partire. Mi sono abituato a immaginare la vita senza un luogo in cui ti piace vivere, coltivare amicizie, mettere radici. Ci pagano anche per questo: il segreto è trovare un equilibrio tra gli impegni e la dimensione personale. E poi ho la fortuna di occuparmi della mia passione, il digitale, un settore che ha un impatto immediato sulla vita degli altri».

Che tipo è Bill Gates?

«Quando sono entrato era ancora molto operativo. Gestendo il Sud Europa avevo la responsabilità della sua agenda quando veniva in visita qui. Una volta portai un ministro italiano a Redmond (Seattle) alla sede centrale di Microsoft (Lucio Stanca, ministro dell’Innovazione in due governi Berlusconi, ndr). Dovevo condurre la riunione e Bill Gates arrivò per un intervento. Che fu molto breve. Alla fine anziché andarsene si sedette, mi chiese di proseguire e rimase ad ascoltarmi. Questo è il suo modo di intendere l’azienda come un’opera collettiva che si basa sul rispetto e la fiducia nei colleghi. È tra le persone più umili che conosca e ha una grande capacità di ascolto, anche se difficilmente con lui si riesce a terminare un discorso perché capisce al volo dove stai andando a parare e passa subito al punto successivo».

Che impatto ha avuto in Microsoft lo smart working?

«Nessuno. Lavoriamo così da diversi anni. Da noi non devi giustificarti se resti a casa, semmai se vai in sede. I lavoratori sono stimolati a trovare un equilibrio con la propria vita. Anche perché lavorando con gli americani dall’Europa, potresti avere due giornate lavorative ogni giorno, per via dei fusi orari. Ma in generale c’è un’attenzione speciale al benessere dei dipendenti».

Altrove lo smart working sarà una parentesi o è destinato a restare?

«Per lavorare serve anche guardarsi negli occhi. Ma abbiamo imparato che possiamo fare da remoto molte cose in modo più efficiente. Che potevamo fare davvero a meno di tante riunioni inutili e interminabili. Che da casa si può collaborare con efficacia e liberare tempo da dedicare ai propri interessi. Mi auguro che tutto questo rimanga e sia l’occasione per riorganizzare sul serio, non per tagliare».

Cosa pensa della proposta digitale dentro il Recovery plan?

«Intanto la grande novità è che per la prima volta abbiamo un piano. Il digitale ha un capitolo a sé ma innerva tutti i progetti. Per esempio: è impensabile affrontare il tema della transizione ecologica, della mobilità sostenibile, delle città intelligenti, senza la tecnologia. Io credo che stavolta ci si sia messi sulla buona strada».

Cosa significa “transizione digitale” in termini pratici?

«La tecnologia è uno strumento per fare ciò che ci serve. Il digitale serve a utilizzare in modo intelligente le risorse, migliorare i processi produttivi, le relazioni con i clienti. Non si tratta tanto di acquistare tecnologia. Ma di rileggere i processi in chiave digitale».

Questo vale anche per la pubblica amministrazione?

«Soprattutto. Con il digitale possiamo risparmiare una montagna di soldi pubblici, evitando burocrazie che spesso consistono in persone che si spostano da un ufficio all’altro per trasportare un foglio. La pubblica amministrazione finora ha convertito in digitale l’esistente, creando strumenti ridondanti, ma non ha rivisto in digitale i processi e questo è l’errore più grande».

In Italia esiste una norma secondo cui la pubblica amministrazione non può chiedere ai cittadini informazioni già in suo possesso.

«Questo è ciò a cui lavora il ministro Vincenzo Colao, secondo me in modo eccellente: l’interoperabilità dei sistemi. Abbiamo ottomila comuni, ciascuno con la sua anagrafe e il suo sistema. La conseguenza è che per avere un atto devi andarci fisicamente, così come per seguire il destino di un fascicolo devi recarti in un ufficio e rivolgerti a un impiegato. Sono pratiche che nella gran parte dei casi potresti seguire dal tuo studio».

Ripensare in digitale i processi significa mandare a casa dei lavoratori?

«No: significa liberare risorse. Togliere le persone da mansioni improduttive per valorizzare la loro intelligenza nei processi di vendita e di comunicazione, nell’assistenza ai cittadini e ai clienti. Sprigionare energie significa anche creare nuove figure professionali».

Su quale caratteristica italiana rischia di schiantarsi il Recovery?

«Sull’incapacità di eseguire le cose che si promettono. Di mettere a terra i progetti. Il problema è la burocrazia ma credo che nessun governo come l’attuale lo abbia presente. Non possiamo permetterci lentezze, altrimenti questi soldi non arriveranno. Ma l’occasione del Recovery non si ripeterà: abbiamo l’opportunità di diventare un Paese davvero competitivo e non dobbiamo fallire».

Un altro rischio?

«Impegnare questi soldi senza pensare ai giovani, che devono essere al centro dell’agenda politica, altrimenti realizzeremo dei progetti su cui sarà necessario rimettere le mani tra qualche anno».

È un lettore di giornali?

«Ne sono un divoratore».
Cosa legge per prima cosa la mattina?

«Ho una mia rassegna di articoli italiani e internazionali per capire dove va il mondo. In genere parto dagli editoriali».

Il futuro dell’informazione?

«Non credo sia nei social ma nella professionalità dei giornalisti: la chiave è investire nel loro talento. E poi gli editori devono ottenere un’equa remunerazione da parte delle piattaforme. Non bastano gli accordi privati, serve una regolamentazione affinché i big (come Google e Facebook, ndr) ridistribuiscano parte dei loro giganteschi proventi pubblicitari. L’occasione è offerta dalla direttiva Ue sul copyright che l’Italia deve recepire».

Quanto torna in Toscana?

«Sempre, almeno un weekend al mese. Noi toscani siamo così: dopo un po’ sentiamo il richiamo. Da fiorentino ho due punti di riferimento: il mare che per me significa il Giglio e l’Elba, dove sono praticamente cresciuto. E le colline: fiorentine, senesi, aretine. E poi c’è la Maremma, dove vado sempre perché è facile, bellissima e selvaggia. Ciò che piace a me».

È tifoso della Viola?

«Ovviamente».

È contento dell’arrivo di Gattuso?

«A Firenze faremo finta che arrivi dal Real Madrid... Ne abbiamo cambiati tanti, non penso che il successo dalla squadra dipenda dall’allenatore».

Da fiorentino a Roma?

«Roma è la mia città di elezione. Ma qui abbiamo costituito una comunità stabile di toscani, per la maggior parte livornesi, ma anche pisani. I toscani “expat” tendono a superare certi limiti campanilistici che valgono in patria». —

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