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Scandalo concerie, abrogata la norma pro-Cuoio. La furia di Giani su Rossi: «Lui la difese»

Il presidente: cancellato grazie a me l’errore fu suo e del gruppo del Pd. Memoria dell'avvocatura regionale: qull'emendamento fu un maldestro tentativo lobbistico

FIRENZE. È quasi l’unico a uscire dall’aula soddisfatto. Ché in fondo per i dem, per quanto si siano sbracciati, barcamenati oppure nascosti («chi ha visto Pieroni?» è il refrain della mattinata), è una giornataccia. Arrivano strali, rimbrotti e bordate da tutte le parti. Dall’opposizione, ma pure dall’interno. Per Eugenio Giani no. Anzi, lui avanza verso i giornalisti quasi smanioso di parlare, dire, soprattutto contrattaccare. Perché Enrico Rossi, l’ex presidente della Regione, son giorni che spara siluri e dice che «lui non era affatto un notaio» e che basta guardare il video in cui metteva ai voti l’emendamento-obbrobrio per capirlo. Insomma, anche Giani - sostiene Rossi - ci ha messo lo zampino sulla norma pro-Cuoio, si è reso «complice». Anche Eugenio, ha detto al Tirreno, con Pieroni e i firmatari dell’emendamento, «ha attirato un mare di fango sulla Toscana». Ecco, ora l’attuale presidente dice che quello vecchio «soffre una sindrome da distacco, non accetta di non essere più al governo», e se la norma pro-concerie non esiste più «è merito mio, sono stato il primo a proporne la cancellazione», mentre «Rossi l’ha difesa dall’impugnativa del governo. Ha voglia l’assessora Fratoni a dire di no, alla fine la giunta Rossi lo difese sebbene avesse ricevuto un parere negativo dagli uffici su una proposta di legge uguale nel 2018».

Insomma, l’hanno appena abrogata, il Pd dovrebbe tirare un sospiro di sollievo, e invece è uno scazzo continuo. Scontro totale. Proprio fra l’attuale e l’ex capo della giunta toscana. Ma in fondo perfino la breve storia di questa norma racconta da sola perché stia generando un sommovimento nel partito di maggioranza. È quasi un unicum. Uccisa in culla, a un anno esatto in cui il Pd le aveva dato la vita. Se ne potrebbe perfino realizzare una lapide da appendere su qualche parete qui in Consiglio regionale, e inciderci sopra l’epigrafe con le date: legge aiutino per concerie 26/5/2020 - 26/5/2021. Abrogata con voto unanime.

«Del resto - sottolinea Giani - anche allora dalle opposizioni nessuno votò contro, si astennero». Ma da quando la Direzione distrettuale antimafia di Firenze ne ha fatto il fulcro di uno dei filoni di una maxi inchiesta che coinvolge politica e impresa, e poi lega impresa alle cosche senza che ci sia però un collegamento fra la prima e le ultime, è diventata una macchia da eliminare il più in fretta possibile.

Secondo i pm, Andrea Pieroni, consigliere lettiano ed ex presidente della Provincia di Pisa, lo ha presentato in cambio di un contributo elettorale da 2.500 euro, e l’ex capo di gabinetto di Rossi e poi di Giani, Ledo Gori, lo sostenne per ottenere la riconferma. Pieroni, a stare alle intercettazioni, proprio il 26 maggio di un anno fa chiese a Giani di «andare liscio» e «buttarlo lì» senza discussione in aula, proprio per evitare che l’opposizione lo impallinasse.

Ecco, su un’unica cosa sembrano d’accordo Giani e Rossi. «L’errore l’ha fatto il gruppo del Pd», dice Giani, ripetendo le parole del predecessore. Ma il presidente (attuale) aggiunge: «Io non conoscevo il testo, ho seguito le indicazioni del gruppo. Ma sono stato io a voler tagliare la testa al toro proponendo di cancellarlo e oggi tutti hanno votato a favore». Rossi aveva avvertito Pieroni che portarlo in aula sarebbe stata «una cazzata»? «Io non ne sapevo nulla - dice Giani - Rossi a me non ha detto nulla, del resto non veniva mai in consiglio. Ma oggi dovrebbe essere contento anche lui».

Pieroni non partecipa al voto, ma votano per l’abrogazione Antonio Mazzeo ed Enrico Sostegni, due dei quattro firmatari. In aula prendono la parola, in difesa, Fratoni, Massimiliano Pescini e Vincenzo Ceccarelli. Il capogruppo sottolinea «la linearità e la correttezza del percorso portato avanti dal presidente Rossi e dalla giunta regionale». E sembra un affondo a Giani. L’ex assessore ai Trasporti, poi, tuona contro i giornalisti un po’ cialtroni per «il polverone sollevato»: «Il profilo dell’emendamento è di dubbia legittimità costituzionale, non di dubbia legalità». Peccato che, proprio nel parere negativo che gli uffici legislativi fornirono alla giunta sulla richiesta di emendamento formulata per la prima volta nel 2018 dai conciatori, si specifichi che non solo la proposta di modifica «presentava profili ambigui e di dubbia legittimità» ma, oltre a sottrarre i depuratori dell’Aquarno ad autorizzazioni più stringenti, favoriva «l’inosservanza dei divieti» fissati dal testo unico sull’ambiente e quindi avrebbe «costituito un reato». Polverone a chi?

Ma c’è di più. I dem sostengono che dall’impugnativa del governo, nell’estate 2020, non ci fu tempo per riparare all’obbrobrio. «Era il 7 agosto». Ecco, ieri è sbucata una memoria con cui Fabio Ciari, uno degli avvocati dell’avvocatura regionale, difende il no con cui l’ufficio Ambiente resisteva al ricorso al Tar del Consorzio Depur spa di Ponte a Egola, che pretendeva di veder applicato l’emendamento. È del 2 ottobre 2020. Siamo già in era Giani e Ciari scrive a pagina 26: «Tenuto conto che si tratta di una norma passata con un emendamento in Cosniglio, appare di tutta evidenza che sia conseguenza di un maldestro tentativo lobbistico di superare la problematica dell’applicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale».

«Eliminare l’emendamento non toglie il problema - dice Alessandro Capecchi di Fratelli d’Italia -. Ora convocheremo Rossi in commissione d’inchiesta». Poi a un certo punto prende la parola Elisa Montemagni. La leghista si infervora. «Ma dov’è Pieroni? Sarebbe carino ci spiegasse. Dov’è, chi l’ha visto?». Poi Mazzeo mette a voti l’abrogazione. Unanimità fra i partecipanti. Pieroni non partecipa, non c’è. O forse c’era. Ma in remoto, anzi remotissimo. --

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