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Schiavi per le borse firmate, i committenti avvisavano i subappaltatori dei controlli

Prato, l'accusa dei pm all'azienda italiana che dava lavoro a un'azienda sub-fornitrice i cui titolari cinesi sono stati arrestati in seguito all'indagine sullo sfruttamento dei lavoratori

PRATO. "Ogni sei o sette mesi viene fatto un controllo da parte della Chloé. Dovrebbe essere un controllo a sorpresa, ma Rossella mi avverte prima e io avverto Serena. Poi non so cosa succede, cioè se Serena allontana eventuali lavoratori irregolari, perché i rapporti con loro li tiene solo lei...".

È un passaggio dell’ordinanza di custodia con la quale il gip Francesco Pallini ha disposto gli arresti domiciliari per i due titolari di fatto della Pelletteria Serena di Poggio a Caiano, l’azienda a conduzione cinese nella quale, secondo la Procura di Prato, i lavoratori venivano pagati con un tozzo di pane, e in certi casi presi a cinghiate, per produrre le pregiate borse a marchio Chloé, storica griffe francese.



A parlare con la guardia di finanza è una dipendente amministrativa della pelletteria, l’unica italiana tra i dipendenti africani e cinesi, che è stata sentita durante le indagini preliminari. Il suo racconto spiega un sistema, perché Rossella, quella che secondo lei «avverte prima», è uno dei soci della pelletteria Effebi di Scandicci che commissiona la produzione delle borse alla pelletteria di Poggio a Caiano, mentre Serena è Yang Xiaoyan, la titolare ora ai domiciliari (stessa misura disposta per il marito Que Jinbao, detto Saverio, che però si trova in Cina, entrambi sono difesi da Sabrina Serroni).

"È chiaro che verosimilmente grazie alle mirate “soffiate” – scrive il giudice nell’ordinanza – la Yang è riuscita a garantirsi una parvenza di legalità agli occhi della committente (la Chloé, ndr) con la compiacenza quantomeno della Pelletteria Effebi". Ed è per questo che anche due amministratori della pelletteria di Scandicci sono stati indagati dai sostituti Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli con la stessa ipotesi contestata agli imprenditori cinesi, sfruttamento dei lavoratori approfittando del loro stato di bisogno.

Il sistema che emerge dall’inchiesta della Procura di Prato non è certo una novità per gli addetti ai lavori. Funziona così: la grande casa di moda sceglie un’azienda italiana a cui appaltare la produzione di borse, cinture, accessori di lusso (nella piana tra Prato e Firenze ce ne sono moltissime). Poi l’azienda italiana sceglie un’azienda a conduzione cinese in grado di garantire uno standard di qualità (e anche di queste ce ne sono moltissime) senza farsi troppe domande sulle condizioni di lavoro del subfornitore. I francesi in questo caso diranno che nemmeno loro potevano sapere niente e infatti nulla viene loro contestato dalla Procura di Prato.

Certo, se dalla sede di Milano non partisse una telefonata che avverte l’artigiano italiano di un imminente controllo sarebbe meglio, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che il controllo sulle condizioni di lavoro viene fatto, ma non serve a niente se il subfornitore (in questo caso la Pelletteria Serena di Poggio a Caiano) ha il tempo di organizzarsi. Lo confermano anche alcuni dei lavoratori che già nell’ottobre 2019 hanno denunciato le presunte condizioni di sfruttamento nell’azienda. Dicono che certi giorni la titolare di fatto (quella di diritto era la prestanome Gao Zhuqin) diceva loro di non presentarsi al lavoro.

Di fatto l’azienda italiana, nella prospettazione accusatoria, svolge la funzione di “schermo” tra la grande casa di moda e l’azienda che materialmente produce le borse poi vendute a caro prezzo in giro per il mondo. Un ombrello che almeno formalmente tiene al riparo le grandi multinazionali dall’accusa di concorrere nello sfruttamento dei lavoratori sottopagati.

In questo caso il subfornitore ci ha messo del suo, perché la Pelletteria Serena è solo l’ultima di quattro differenti ragioni sociali dietro alle quali c’erano sempre Serena e il marito Saverio, ai quali la Procura contesta anche il mancato pagamento di 902.000 euro di tasse e a cui ha sequestrato una villetta e alcuni terreni. Dopo un’ispezione nel luglio 2020 Yang Xiaoyan scoprì una telecamera nascosta piazzata dalla Finanza e subito dopo fece licenziare i tre dipendenti sospettati di aver fatto la spia, che poi sono stati anche denunciati dalla contabile italiana per presunti atteggiamenti violenti. Una denuncia “strumentale”, secondo il giudice.

La difesa. "Non eravamo a conoscenza delle presunte irregolarità nella pelletteria di Poggio a Caiano". Questo il senso delle parole messe a verbale già martedì da una delle socie della pelletteria Effebi di Scandicci, indagata con l’ipotesi di sfruttamento di lavoratori in stato di bisogno nell’ambito dell’inchiesta sulle condizioni di lavoro all’interno della Pelletteria Serena. L’indagata, assistita dall’avvocato Enrico Zurli, è stata sentita dai pm Gestri e Boscagli subito dopo le perquisizioni eseguite dalla guardia di finanza e ha potuto dare la sua versione. Ha spiegato che, per quanto ha potuto constatare coi suoi occhi, nella pelletteria di Poggio a Caiano non erano emerse situazioni di sfruttamento. Quanto ai controlli “telefonati”, stando a questa versione, sarebbe una prassi quella secondo la quale l’azienda madre avverte il fornitore di secondo livello che ci sarà una visita. L’interrogatorio dell’indagata è stato sollecitato dalla Procura e si è fatto nel giro di poche ore, col consenso della difesa, accorciando i termini. Nei prossimi giorni potrebbe essere sentito anche il secondo indagato dell’azienda fiorentina.