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Prato, schiavi per le borse firmate: pagati tre euro all’ora e botte se sbagliavano

L’azienda Serena, denunciata dalla Guardia di Finanza per sfruttamento

Dall’inferno di una fabbrica nascono i prodotti per un noto marchio del lusso. L'inchiesta choc della Finanza: le accuse, il meccanismo e i lavoratori trattati come bestie

PRATO. Da un anonimo capannone di Poggio a Caiano alle vetrine di Hong Kong o sugli Champs Elysees il passo è breve, più breve di quanto si possa pensare. Qui, in via Lombarda, una ventina di operai sottopagati e in certi casi frustati che rispondono ai nomi di Adama, Moussa, Zhizhi o Qifu mettono insieme i pezzi di una borsa che transita per un’azienda con sede in provincia di Firenze e poi vola fino a Parigi, dove approda nelle vetrine del lusso, col marchio Chloé, e viene venduta a mille euro, anche 1.600 euro. Di quei soldi a Moussa o Zhizhi resta in tasca ben poco. Molto di più è rimasto nelle tasche di Yang Xiaoyan, detta Serena, e del marito Que Jinbao, detto Saverio, che risultano essere semplici dipendenti della Pelletteria Serena di Poggio a Caiano, come Moussa o Zhizhi, ma in realtà sono i padroni travestiti da operai grazie alla classica prestanome, Gao Zhuqin. Lo hanno scoperto i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria insieme con gli ispettori del Dipartimento di prevenzione dell’Asl, che su incarico dei sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli, ieri hanno notificato a Yang Xiaoyan un’ordinanza di custodia agli arresti domiciliari con l’accusa di aver sfruttato 18 operai, quelli veri, e di non aver pagato tasse per 902.000 euro (per questo le hanno sequestrato una villetta e alcuni terreni). Il marito non l’hanno trovato perché da qualche tempo è in Cina, mentre la prestanome per ora se l’è cavata con una semplice denuncia. Sono tutti difesi dall’avvocato Sabrina Serroni e sono accusati di aver sfruttato gli operai approfittando del loro stato di bisogno. È l’articolo 603 bis del Codice penale, nato per contrastare il caporalato e sempre più spesso usato per punire gli sfruttatori, almeno in Toscana.

Stavolta però ci vanno di mezzo anche gli intermediari italiani, i committenti, gli utilizzatori della manodopera per conto della griffe francese, a cui invece non viene contestato nulla, ma che certo non ci fa una bella figura. La Procura di Prato ha indagato per sfruttamento i due amministratori della società fiorentina che aveva affidato la produzione delle borse alla Pelletteria Serena di Poggio a Caiano. Gli inquirenti infatti sono convinti che i committenti fossero consapevoli delle condizioni in cui erano costretti a lavorare gli operai sfruttati.


Quali condizioni? Contratti formalmente regolari, a tempo pieno o part time, che però prevedevano 12 o anche 15 ore di lavoro, sei giorni alla settimana, per una paga di 3 euro l’ora, 800 euro al mese. In pratica con uno stipendio gli operai cinesi e africani della Pelletteria Serena non possono comprarsi nemmeno una delle decine di borse che producono ogni mese. Ovviamente a loro le borse non interessano: mandano quasi tutto alle famiglie rimaste nei paesi di origine. E cinque di loro erano anche senza contratto.

A rendere ancora più grave la situazione nel capannone di Poggio a Caiano c’è una circostanza riferita dagli inquirenti. Quando un operaio sbagliava una fase della lavorazione scattava la punizione corporale. È toccato a un operaio ivoriano per tre volte nel corso del 2018: “scappellotti” sulla nuca e frustate sulle mani, impartite dalla padrona finta operaia Yang Xiaoyan. Ed è stato proprio lui, insieme con altri due compagni di sventura di origine africana, a rivolgersi alla Cgil per far valere i propri diritti.

Le indagini sono andate avanti per più di un anno. Sono indagini faticose e dispendiose, che da qualche tempo la Procura di Prato ha messo in piedi per contrastare le sfruttamento anziché limitarsi a contestare l’impiego di manodopera clandestina, come si faceva prima senza grandi risultati.

Se ne possono fare poche, si colpisce uno per educarne cento, per dare un esempio. Uno sforzo ammirevole, a patto che gli altri 99 recepiscano il messaggio, ma non sempre succede e le borse continuano a volare dall’Italia alle vetrine del lusso, in questo caso le vetrine di Chloé, una griffe che va per i settant’anni e che prima di mettersi a fare (anche) borse aveva vestito Jackie Kennedy, Brigitte Bardot, Maria Callas e Grace Kelly. —

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