Il cibo per mucche che abbatte i gas e migliora il latte

Il chimico Salvatore Valenti nel suo studio a Grosseto

Si può produrre un mangime per ruminantiche riduca la produzione di metano negli allevamenti, migliori la qualità del latte e recuperi gli scarti delle produzioni alimentari? Secondo il chimico Salvatore Valenti, 45 anni, originario di Agrigento ma grossetano d’adozione, si può. Ottenendo, in più, anche non trascurabili vantaggi economici oltre che di tutela ambientale.

La tecnologia l’ha messa a punto lui stesso e ne ha depositato il brevetto all’ufficio europeo competente «che lo ha accolto e approvato senza fare osservazioni, cosa decisamente rara», commenta Valenti, forte dell’esperienza nel campo per averne depositati molti altri nel suo percorso professionale.

In sostanza, il ricercatore ha messo a punto un metodo fermentativo che si attiva con l’azione di un fungo e grazie al quale gli scarti della lavorazione dei cereali, utilizzati nell’alimentazione umana, vengono trasformati in un mangime per ruminanti, ricco di particolari sostanze rilasciate nel processo di fermentazione.

«La sua azione nel complesso apparato digerente di questi animali – spiega Valenti – incide sui batteri che lo popolano e che vengono, per così dire modulati, favorendo la digestione degli animali e riducendo fino al 30 per cento la produzione e l’emissione di metano, il principale gas serra e uno dei maggiori problemi degli allevamenti».

Il mangime – battezzato Feed-K, dove “K” sta per “Monacolina K”, la molecola rilasciata nel processo fermentativo, comunemente estratta dal riso rosso e che è nota come principio attivo contro il colesterolo – è un esempio di economia circolare, oltre ad avere in sé anche un valore economico poiché abbatte il costo del mangime per gli allevatori.

«La tecnologia che abbiamo brevettato – spiega Valenti – si potrebbe tradurre in certificati verdi acquistabili da una qualunque azienda di un qualunque settore. Grazie a questi certificati l’azienda acquirente contribuisce alla sostenibilità ambientale. Mentre quella che produce il mangime può abbassare i costi per l’allevatore. In sintesi, è come se un’azienda terza comprasse una quota del mangime per “regalarlo” all’imprenditore agricolo. Questo farebbe scendere il costo della produzione del latte e il prezzo del prodotto per il consumatore».

Un processo virtuoso, dunque, che incide sulla qualità e sulla sostenibilità. Ma Feed-K ha anche un altro vantaggio, perché migliorando l’alimentazione e lo stato di benessere del bestiame, fa sì che anche il latte prodotto sia migliore. Ecco allora che nasce Mil-K.

«Nel caso specifico – spiega Valenti – si ottiene un latte, Mil-K appunto, che unito a stili di vita sani aiuta ad abbassare il livello di colesterolo negli adulti e nei bambini. Il latte e i suoi derivati hanno una componente naturale che funziona come il riso rosso, utilizzato per aiutare il controllo dei grassi nel sangue. Non c’è niente di nuovo alla fine, quando si parte da una visione green, in cui il rispetto dell’ambiente e delle sue risorse deve essere il nord su cui puntare la bussola dei nostri stili di vita».

Niente è lasciato al caso nella rigorosa disciplina che Salvatore Valenti applica nelle sue ricerche. Del resto viene da una lunga pratica, come studente di chimica e tecnologia farmaceutica all’università di Siena, poi con il dottorato di ricerca in scienze farmaceutiche e il master in tecnologia farmaceutica industriale, fino al lavoro decennale come ricercatore nell’ateneo senese, nell’ambito degli studi sul cancro e le malattie neurovegetative. Poi la scelta di lasciare l’università e fondare una propria società di ricerca indipendente, “Anima Aurea”, insieme ad altri soci e collaboratori.

Ed è dal suo studio a Grosseto, la città in cui Valenti vive con la moglie e i tre figli, alternando questa attività con il lavoro di insegnante di Chimica all’Istituto Leopoldo di Lorena, che le sue scoperte prendono forma per concretizzarsi nei laboratori nazionali e internazionali di cui si avvale. «Quella di Feed-K e Mil-K è una tecnologia molto avanzata, che ha suscitato l’interesse di diverse multinazionali negli Stati Uniti, in Francia e persino a Dubai. Richiede tempo, almeno cinque anni, per diventare realtà, ma se fosse applicata su scala industriale potrebbe dare grandi risultati. Uno studio di questo tipo è stato fatto da una grande azienda olandese, che però non si basa su prodotti naturali, bensì sulla chimica di sintesi». E naturalmente «non può essere la stessa cosa», conclude Salvatore Valenti. — RIPRODUZIONE RISERVATA