Se la politica si rifugia nell'opacità

Dall'alto in senso orario Antonio Mazzeo, Simona Bonafè, Giulia Deidda e Andrea Pieroni

Buona domenica: l'editoriale. Il Pd toscano e la crocifissione tafazziana del presidente della Regione

Si chiama diversivo, in guerra come in politica è una tattica precisa: spostare il bersaglio per nascondere quello vero. Nel Pd toscano, stavolta, sono stati bravi. Quale bersaglio migliore di un presidente di Regione in oggettiva difficoltà, un po’ per propri errori, un po’ grazie a qualche trappolone. E anche per un paio di inchieste giudiziarie che riguardano lo stesso Partito democratico. Soprattutto una: quella dello scandalo concerie, dei veleni sparsi dove non si potrebbe, delle scorciatoie per eludere i controlli messe in atto grazie alle complicità della politica.

E qui, per capirla tutta questa storia, vanno fissate bene le coincidenze temporali per dare un senso al tentativo di silenziare tutto. L’offensiva, in sé già strana nella sua dimensione pubblica, arriva subito dopo le imbarazzanti intercettazioni e gli atti di indagine legati alle infiltrazioni della ’ndrangheta con le conseguenti connivenze fra il Sistema delle concerie e alcuni fra i rappresentanti del potere politico del Valdarno Inferiore e della Regione. Con il Pd pesantemente coinvolto.

E dunque è necessario fare qualche passo indietro. Torniamo al periodo fra il 21 settembre e il 19 ottobre 2020, ai giorni che intercorrono fra la vittoria elettorale del centrosinistra, e quindi all’elezione a presidente di Eugenio Giani, e la conclusione delle estenuanti trattative per la formazione della giunta. Attenzione, siamo in un periodo di piena ripresa della pandemia e vassalli, valvassori e valvassini dell’area Pd – invece di concentrarsi sull’emergenza – danno vita a un “tutti contro tutti” nella disfida dei veti incrociati che si intrecciano con quelli di Italia Viva. Si perde tempo prezioso, con l’assessora alla Sanità uscente, Stefania Saccardi che un po’ non ne vuol sapere di restare e un po’ non è benvoluta. È renziana e la logica del potere per il potere non può permettere di affidarle gran parte del budget della Regione.

Così alla fine su quella poltrona finisce un uomo poco in confidenza con il tema, Simone Bezzini, perché il Pd vuole quel posto di potere. La giunta nasce in un clima da suk. Le preferenze contano più delle competenze e il pasticcio è indigesto. Emerge un esecutivo di compromesso, il presidente è un uomo solo. Più che dall’opposizione deve guardarsi da un fuoco amico silenzioso. Deve in qualche modo accettare il capo di gabinetto del suo predecessore, quel Ledo Gori che sarà costretto a “licenziare” con un doveroso atto d’imperio mai appoggiato dalla sua maggioranza, quando scoppierà lo scandalo delle infiltrazioni della ’ndrangheta e delle scorciatoie delle concerie per eludere i controlli sui fanghi tossici.

Preciso ancora una volta: non voglio entrare nel merito di quell’inchiesta, è la magistratura che deve farlo. Qui si tratta di rileggere ogni mossa dietro le quinte per capire meglio anche la crocifissione tafazziana del presidente della Regione. Non sarà sfuggito che le parole più pesanti nei confronti di Giani siano arrivate dalla sua maggioranza e non dalle opposizioni. Sono parole che coprono le incapacità di un partito di parlare ai cittadini, ancor prima che ai propri elettori. È un partito che, con i suoi vertici, tradisce le grandi tradizioni nelle quali dovrebbe affondare le radici. Come ha ricordato l’ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, «siamo oltre gli indizi, non si può restare in silenzio perché sono in ballo salute dei cittadini, ambiente e denaro pubblico». Ecco, il Pd di fronte a tutto questo – in un contesto di accuse legate a un’imbarazzante inchiesta che parte da infiltrazioni della ’ndrangheta – sceglie la strada di un devastante, rumoroso silenzio. Rotto solo per attaccare Giani. Su altro.

La solitudine del presidente è palese. Quando durante la campagna elettorale, la leghista Susanna Ceccardi lo definisce «mangiatore di tartine» per via del suo presenzialismo a ogni cerimonia, la difesa dei compagni di cordata è flebile. Anzi, fa quasi comodo quell’immagine artefatta, peraltro falsa e ingenerosa. Nell’agire quotidiano di Giani non ci sono solo errori. E il suo sbaglio principale nell’ultima fase, paradossalmente, è la mossa più lucida. È quella della scorsa settimana, quando ha annullato l’emendamento trappola che sottraeva i depuratori della concia al controllo del servizio idrico e soprattutto all’obbligo dell’Autorizzazione integrata ambientale. Un emendamento fatto approvare nella precedente legislatura, quando era presidente del consiglio regionale, presentato da un uomo forte del Pd, Andrea Pieroni, finito sotto inchiesta con l’accusa di aver agito sotto dettatura del Consorzio dell’Aquarno (quello delle concerie) per poi ottenere un finanziamento da 2.500 euro. Quell’emendamento lo aveva firmato, fra gli altri, anche il successore di Giani alla presidenza del Consiglio, Antonio Mazzeo. La rinuncia a quell’emendamento è cosa saggia ma al Pd non piace, perché di fatto è uno schiaffo a Pieroni, a Mazzeo e a tutti gli altri che in qualche modo l’hanno sostenuto. E un cartellino giallo al vertice regionale del partito che, di fronte alla gravità delle accuse, è stato silente o si è limitato a semplici parole di circostanza. La segretaria regionale Simona Bonafè, appena uscita da una feroce guerra correntizia con il suo ex vice, Valerio Fabiani, preferisce concentrarsi su una controffensiva raffinata, perché facile da far digerire: per il Pd è molto più conveniente ingigantire gli errori di Giani, addirittura soffiare sul fuoco di una delibera che autorizza i supermercati ad aprire per mezza giornata il 1° maggio.

Lo scandalo delle concerie è pesante, perché emergono disattenzioni (eufemismo) di ogni tipo nel trattamento dei rifiuti tossici. Emergono pericolose mancate prese di distanze della sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda, accusata di associazione per delinquere e capace di presentarsi in consiglio comunale e di eludere la richiesta di chiarimenti. Opponendo come motivazione «la privacy». La stessa Deidda, da consigliera comunale, il 9 gennaio 2013, aveva votato a favore del recepimento della Carta di Pisa, un codice etico per i pubblici amministratori con obblighi generali di diligenza, lealtà, onestà, trasparenza, correttezza e imparzialità nelle funzioni degli amministratori. Una Carta ampiamente violata con i comportamenti emersi dalle indagini.

Dunque, il Pd tace. I moderati di centrodestra più che protestare protesticchiano, la Lega si muove ma non come ci si aspetterebbe da un partito rumorosissimo come quello di Matteo Salvini. Le uniche voci realmente “pesanti” ma minoritarie arrivano dalle ali estreme, da Fratelli d’Italia (Francesco Torselli) e da Toscana a Sinistra (Tommaso Fattori). E questo dovrebbe offrirci più di un momento di riflessione.

Sì, va bene: sugli errori della campagna vaccinale Giani è indifendibile, ma allora perché non mettere nello stesso stato di accusa anche l’assessore alla Sanità, peraltro espresso dal Pd, o la giunta nel suo plenum? Semplice: al Pd questo caos fa comodo per mettere in moto un enorme frullatore per far passare in secondo piano le vere beghe. Compresa quella dell’indagine nei confronti dell’ex assessore Vincenzo Ceccarelli, oggi capogruppo in Consiglio, per via di una storia di gare d’appalto per il trasporto pubblico.

Va detto chiaro. Il Pd regionale è ostaggio di persone che non si stimano, in gran parte è una squadra di sedicenti numeri 10 in grado al massimo di oscillare fra panchina e tribuna. Un partito che ha vinto l’ultima sfida anche perché l’avversario ha sbagliato formazione. Nel frattempo, al Pd non hanno neanche capito la lezione delle grandi e piccole città perdute dopo sessanta o settant’anni di governo. E i colpevoli di quelle sconfitte sono ancora lì a dettar legge. Alcuni danno le carte al tavolo regionale. Altri faranno spallucce anche di fronte alle parole di Rosy Bindi, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, in un dibattito social organizzato a Pisa da “Progressisti in cammino”. Ripeto quelle più significative: «La politica non può continuare a tacere, perché si tratta di salute dei cittadini, ambiente e denaro pubblico. Il rapporto tra imprenditoria mafiosa e imprenditoria in origine legale è un classico ma qui c’è stato bisogno anche della politica. Se è vero che non ci sono prove, qui siamo ben oltre gli indizi».

Ecco perché al Pd fa più comodo crocifiggere Giani sui vaccini e su qualsiasi altra cosa capiterà da qui in avanti. Il segretario nazionale, Enrico Letta, conosce bene il disastro che ha ereditato e lo ha detto anche durante l’intervista esclusiva al Tirreno dello scorso 21 marzo: «I circoli troppo spesso sono stati usati più per costruire carriere personali che per creare dibattiti». E, aggiungo, per alimentare silenzi fragorosi e imbarazzanti. Anzi, inaccettabili. —

Twitter: @s_tamburini

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