Contenuto riservato agli abbonati

Scandalo concerie, Rosy Bindi: «Siamo oltre gli indizi, ora il Pd parli»

Rosy Bindi

L’ex presidente della Commissione antimafia: «In ballo salute, ambiente e soldi pubblici. Non dare risposte è inaccettabile» 

È l’unica che lo dice. Lo dice da “donna di sinistra” e da ex presidente della commissione parlamentare Antimafia. È inaccettabile il silenzio della politica sull’inchiesta delle concerie di Santa Croce, sui fanghi avvelenati che – secondo la Procura e la Direzione distrettuale di Firenze – sarebbero stati sparsi per mezza Toscana, con la complicità di imprenditori vicini alla ’ndrangheta. È inaccettabile il silenzio, dice Rosy Bindi, e ancora di più la mancanza di iniziative, il garantismo di comodo della politica che, in questa inchiesta, risulta coinvolta: senza l’aiuto di politici e funzionari della Regione, stando alla Procura, lo smaltimento illecito e a bassi costi dei rifiuti di conceria non sarebbe stato possibile.

Parole inequivocabili, quelle che Rosy Bindi pronuncia venerdì pomeriggio nell’incontro web “Mafie in Toscana” organizzato da “Progressisti in cammino”: «Ora è impensabile che la politica taccia su questioni di tale gravità nelle quali ci va di mezzo l’economia, la salute dei cittadini, il denaro pubblico: sono cose serie. Non possono essere sottovalutare. Quando sento dire: “Non si può infangare…”. Il fango c’è già (l’inchiesta è incentrata sullo smaltimento dei fanghi di conceria, ndr). Semmai bisogna “sfangare”, nel senso che il fango va tolto. Invece c’è questa sorta di “rimozione” del problema che assomiglia molto al negazionismo. Passa il concetto di: “Aspettiamo”. No: sulla mafia non si aspetta. La società non può aspettare. In sede giudiziaria c’è bisogno di prove, a noi (politici) devono bastare gli indizi. Qui siamo ben oltre gli indizi. Siamo in una prima fase del percorso giudiziario che presenta elementi di grande serietà».



Sufficienti, insomma, per una presa di posizione. E anche per agire. Già nel 2017, infatti, Rosy Bindi organizzò una visita in Toscana della commissione anti-mafia perché i segnali di allarme c’erano tutti: la crisi del comparto dell’oro di Arezzo, il riciclaggio di denaro sporco nelle aree del turismo termale in crisi come Chianciano, la confisca dei beni riconducibili a uomini della criminalità organizzata, le mafie straniere (come quella cinese). Tuttavia – riprende la presidente Bindi – con l’ultima inchiesta della procura «credo che ci sia stato un salto di qualità e nel quale si vede lo schema classico dell’insediamento delle mafie». Uno schema che si sintetizza in pochi punti.

MAFIA E IMPRENDITORI

Il primo punto – elenca Rosy Bindi – è «l’imprenditoria mafiosa che stabilisce rapporti con l’imprenditoria che noi presupponiamo legale ma che nel momento in cui entra in contatto con l’imprenditore mafioso non lo è più». Ad esempio chi ha accettato di smaltire i fanghi inquinati forniti dall’imprenditore vicino alla ’ndrangheta.

IL BUSINESS RIFIUTI

Il secondo elemento dello schema classico dell’insediamento delle mafie – prosegue Rosy Bindi – è dato dai rifiuti «che da sempre sono considerati un affare». La frase tipica dei criminali era: «Si fanno più soldi con la monnezza che con la droga», anche perché prima non c’erano neppure i reati ambientali che oggi ci sono.

I RAPPORTI CON LA POLITICA

Il terzo punto dello schema è che “ci sono di mezzo funzionari della pubblica amministrazione. Per le imprese le figure di riferimento sono i commercialisti, ma quando il rapporto delle mafie inizia a essere anche con il settore pubblico, il pubblico funzionario è essenziale; spesso non scomoda neanche la politica. Ci sono inchieste che mostrano con chiarezza questo aspetto. Da noi, invece, con l’ultima inchiesta – evidenzia Rosy Bindi – c’è «stato bisogno anche dell’intermediazione politica: è evidente. Parliamo ovviamente dell’inchiesta a questo punto, ma conosco la serietà con cui agisce la Procura di Firenze. Per questo mi sembra che quello che sta accadendo sia inquietante. E dobbiamo prendere con serietà il fatto che in questa inchiesta ci sarebbe coinvolta una sindaca».

LA LEGGE SU MISURA

Poi – continua Rosy Bindi – c’è l’aspetto legislativo della vicenda: il consiglio regionale che approva (a scatola chiusa) un emendamento per cambiare una legge sull’ambiente per favorire i conciatori. «Questo è un caso a parte. Noi consideriamo sempre che ci sia una sorta di libertà del legislatore. No, non c’è una libertà del legislatore. C’è un eccesso di potere del legislatore che può sviare il corretto esercizio della funzione legislativa. Il tentativo è stato questo. Poi ci sono i funzionari della Regione, a vari livelli. Aspettiamo il giudizio ovviamente, ma di materiale ce n’è abbastanza per fare una riflessione seria».

SINISTRA BATTI UN COLPO

Riflessione e azione, però. Senza giri di parole la presidente Bindi critica l’immobilismo (oltre che il silenzio) del Pd di fronte all’inchiesta: «Una forza politica di fronte a un caso come questo, sicuramente tutela la propria gente, perché è giusto che lo faccia, ma al tempo stesso prende un’iniziativa. Ora l’unica iniziativa che abbiamo visto, è stata quella del presidente della Regione (che ha revocato l’incarico al proprio capo di gabinetto, Ledo Gori, indagato per corruzione e ha proposto di cancellare l’emendamento che concede i favori ai conciari, ndr)». Più che etica, però, la mossa viene letta come astuta. Rosy Bindi, infatti, dice che Giani «ha dimostrato qualche abilità nel senso che ha preso la palla al balzo anche per prendere decisioni che probabilmente non sono solo conseguenti a quello che sta avvenendo, ma che potrebbero essergli utili anche per altre strategie e altre sue intenzioni. Però ha preso delle decisioni». Senza dire una parola. —



© RIPRODUZIONE RISERVATA