Scandalo concerie, favori e scorciatoie: le nove domande ancora senza risposta

Ancora al loro posto e in silenzio politici e imprenditori accusati di aver inquinato mezza Toscana: ma ci sono aspetti della maxi inchiesta che attendono chiarimenti urgenti

C’è un articolo – è il numero 21 – della Carta di “Avviso pubblico” (nata come Carta di Pisa”) che alla sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda è sfuggito. Anche se la sindaca, quando era consigliera comunale di Santa Croce, ha votato questa “carta” che è un codice “etico” su come si deve comportare un buon amministratore pubblico. Questo articolo sembra che sia sfuggito a molti politici e amministratori coinvolti nell’inchiesta sull’inquinamento della Toscana coi rifiuti di conceria. L’articolo 21 parla dei rapporti fra amministratori e Autorità giudiziaria. Un passaggio recita: “…In presenza di indagini relative alla sua attività politica o amministrativa, l’amministratore deve – pur nel rispetto del proprio diritto alla difesa – farsi carico di chiarire pubblicamente la sua posizione nei confronti delle ipotesi accusatorie”.

Questo articolo, cita anche una serie di reati per i quali sarebbero obbligatorie le dimissioni o la remissione del mandato già in caso di rinvio a giudizio (la sindaca di Santa Croce è solo indagata): fra questi ci sono proprio il traffico illecito di rifiuti, gravi reati ambientali. E la corruzione, contestata, ad esempio, al consigliere regionale Andrea Pieroni, oltre che a Ledo Gori, l’ex capo di gabinetto del presidente della Regione, Eugenio Giani (non indagato). Ora è vero che la Regione Toscana non ha mai adottato la ex Carta di Pisa, ma è anche vero che l’etica non può essere come una gomma da masticare: quello che vale in un Comune dovrebbe vale anche negli altri enti. Qual è infatti – secondo la procura e la Direzione distrettuale anti-mafia di Firenze – l’ipotesi accusatoria? Secondo gli investigatori, a Santa Croce negli anni (almeno dal 2012) sarebbe stato studiato un “sistema” di smaltimento dei rifiuti di conceria per aggirare vincoli, autorizzazioni, leggi nazionali e comunitarie, in modo da consentire agli imprenditori importanti risparmi sui costi di smaltimento dei rifiuti.



Secondo l’accusa il sistema sarebbe stato così strutturato: il Consorzio Aquarno (controllato dall’Associazione Conciatori di Santa Croce) è il gestore degli impianti di smaltimento dei rifiuti di conceria. Gli impianti sono un depuratore, un inceneritore dei fanghi, un impianto di trattamento del cromo. Da ogni impianto doveva uscire un tipo di rifiuto con specifiche caratteristiche e specifiche destinazioni: ad esempio, le ceneri dei fanghi dovevano andare in un impianto per essere mischiate con macerie edilizie, per diventare rifiuto inerte, materiale non inquinante adatto a ripianare i terreni o realizzare le massicciate delle strade. Invece, le ceneri dei fanghi – secondo la Procura – sarebbero usciti ancora inquinati da cromo, arsenico e altri materiali dall’inceneritore del Consorzio (nella foto), sarebbero finiti nel piazzale gestito da un imprenditore vicino alla ’ndrangheta che gratuitamente li avrebbe ceduti ancora inquinati (o avrebbe anche pagato pur di sbarazzarsene). La filiera “non virtuale” dello smaltimento sarebbe stata possibile grazie a proroghe di autorizzazioni ambientali, ad adeguamenti di impianti non sollecitate e anche alla modifica a una legge regionale sull’ambiente, ottenuta con un emendamento “infilato” di soppiatto in consiglio regionale da Andrea Pieroni. Le firme sull’emendamento, però, sono quattro: ci sono anche quelle di Antonio Mazzeo, attuale presidente del consiglio regionale, Alessandra Nardini, assessora regionale all’Istruzione, Enrico Sostegni, consigliere regionale. Indagato solo Pieroni, però, perché sarebbe l’unico che, in cambio della presentazione dell’emendamento (a maggio 2020) avrebbe avuto come promessa un contributo elettorale dai conciatori di 2.500 euro.

Alla luce di questa vicenda, di un codice etico che richiama all’ordine gli amministratori e i politici, e anche le imprese che hanno rapporti con gli enti pubblici, ci sono domande alle quali non è consentito evitare di rispondere. Non fosse altro perché i rischi dell’inquinamento ambientale hanno stravolto la vita delle persone. C’è chi non beve più l’acqua dei pozzi (nell’Empolese); un contadino non vende più la sua verdura perché considerata avvelenata come nella Terra dei fuochi. Ci sono lottizzazioni bloccate da tre anni. Eccole:

1) In base a quale norma del Codice della privacy la sindaca Deidda si rifiuta di spiegare se e come abbia avvantaggiato lo smaltimento illecito dei rifiuti conciari?

2) Perché il consigliere regionale Pieroni sostiene (in una telefonata) di poter garantire ai conciatori di far passare l’emendamento salva-concerie, senza problemi?

3) Perché il presidente Giani, citato da Pieroni nelle intercettazioni – «Io non presento l’emendamento, buttalo lì te, vai liscio» – non ha smentito questa versione dei fatti? È vera?

4) Se non è vera, perché Giani non ha denunciato Pieroni?

5) E perché Giani ha revocato l’incarico al capo di gabinetto Ledo Gori, indagato per corruzione, insieme con Pieroni, senza sollevare la questione politica per il consigliere regionale?

6) Perché gli ex consiglieri regionali Mazzeo, Nardini, Sostegni hanno firmato l’emendamento salva-concerie di Pieroni?

7) Perché nessun dirigente del Consorzio Aquarno né dell’Associazione conciatori si è dimesso? Sono ancora tutti al loro posto a gestire lo smaltimento dei rifiuti, per il quale sono indagati?

8) Oggi gli impianti del Consorzio Aquarno hanno tutte le autorizzazioni previste dalle norme nazionali? E i valori dei rifiuti di conceria sono rientrati nelle tabelle di legge?

9)  Il lassismo verso i fanghi delle concerie ha provocato danni agli imprenditori dei terreni a rischio contaminazione e messo in pericolo l'operatività dell'eroporto di Pisa. I politici che hanno approvato l’emendamento non provano imbarazzo? —

 



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