La seconda vita di Mario e Tiziana: "Così aiutiamo nostro figlio dopo l'incidente"

Mario Migliacci, la moglie Tiziana e il figlio Jonathan

Livorno, Jonathan cadde di motorino tornando dal lavoro: da allora i genitori si dedicano solo alla sua riabilitazione. Il padre: "Le prime settimane tutti erano vicini, poi la gente dimentica e torna ai propri problemi"

LIVORNO. La prima settimana dopo l’incidente: «Mai resterai solo». La seconda settimana: «Non ti dimenticheremo». La terza: «Sempre al tuo fianco». «Poi la vita è fatta così: prendi una botta e poi un’altra, ti restano addosso le ammaccature e alla fine la gente si rannicchia, si rattrappiscono le belle intenzioni. Anche gli amici pian piano se ne vanno, ciascuno a fare i conti con i propri guai». Mario Migliacci non ha ancora settant’anni e la vita ha dovuto caricarsela sulle spalle: la vita – tutta la sua vita – è il figlio. E quando dice che se l’è «caricato sulle spalle» non usa una metafora: Jonathan dieci anni fa ha avuto un incidente mentre tornava a casa dal lavoro. E finché non sono riusciti a traslocare in un appartamento più agevole in zona ex Fiat, lui e la moglie Tiziana «l’abbiamo portato su e giù dal secondo piano sulle spalle».

Portuale lui come portuale era stato il padre prima di lasciare le banchine e metter su una trattoria in mezzo all’anima popolaresca di Livorno. Una notte del maggio 2011 lo trovano in condizioni disperate sul lungomare: tornava a casa dopo un turno notturno alla Ltm, il terminal delle autostrade del mare. Due mesi di coma a 36 anni sono solo l’inizio dell’odissea: poi il via di ospedale in ospedale, a Volterra, a Torino, al confine fra Svizzera e Germania. «Mesi e mesi – dicono i due genitori – in cui devi pagare l’affitto di casa tua e quello dell’appartamento vicino a dov’è ricoverato tuo figlio: è una “industria del turismo” che campa sul dolore altrui, ci siamo ritrovati a pagare 1.300 euro al mese per un monolocale con brandine da mare mangiando un panino per non gravare sulle spese. Non potete capire quante volte l’abbiamo fatto: dov’è il dolore chiudi gli occhi, trattieni il respiro e ti arrangi».


Piccolissimi passi la riabilitazione: con una lunga fase di difficoltà motorie. «Non parlo molto bene e ho difficoltà a stare in equilibrio», dice Jonathan mettendocela tutta. Babbo Mario e mamma Tiziana hanno lasciato tutto per dedicarsi anima e corpo a quel figlio che in scooter ha inciampato nel destino una notte al ritorno dalle banchine della Darsena Toscana: nessuno sa di preciso cosa sia successo e Jonathan non ricorda più nulla di quei momenti.

È la storia di una famiglia come tante. Ma straordinaria come tante: fatta di quell’eroismo quotidiano della porta accanto. I Migliacci accettano di parlare perché «la nostra storia serva a far capire cosa succede in famiglie che all’improvviso si ritrovano a doversi inventare un’altra vita per far fronte a cose come queste, e a farlo praticamente da sole».

«Non è colpa di nessuno, – avverte Migliacci – però rimani solo assediato dal fatto che io e mia moglie dobbiamo aiutare Jonathan a ricominciare da zero a riprendersi la vita. Ma anche l’altro ieri è caduto».

La madre mette l’accento su un aspetto: «Noi ci facciamo in quattro, anzi in quarantaquattro. Ma avrebbe bisogno di qualcosa di diverso da noi».

Bisogna tener presente che per chi ha subito infortuni gravi – magari talmente gravi da ridurre fortemente i margini di autonomia – l’esistenza è sempre più complicata: forse perché la vita di chiunque corre veloce. Ogni passettino in avanti sembra sempre esposto al pericolo di uno scivolone all’indietro, ogni sorriso ha dietro di sé tanti momenti bui. «Per sé e per chi ti sta vicino: la famiglia spesso deve arrangiarsi come può, fin dove può», dice Mario. Tenendo anche conto del fatto che se a farsene carico sono i genitori c’è da ricordarsi che ovviamente si tratta di persone magari in gamba ma con i capelli bianchi. Del resto, in questi casi qual è l’incubo peggiore per mamma e babbo? Che qualche acciacco renda per loro troppo difficile occuparsi di chi finora li ha visto come indispensabile stampella, il braccio al quale aggrapparsi. L’esatto contrario di quel che accade di solito con i figli che man man diventano “genitori” dei propri genitori: nel senso che li accudiscono, ne accompagnano la vecchiaia. È il terrore del “dopo di noi”: «Cosa gli capiterà?».

«Aiuti? L’ha fatto la cantina del Venezia, l’hanno fatto la Compagnia portuale e il mondo del porto (Lorenzini, D’Alesio, Piccini, Barbera e altri ancora). Migliacci racconta che quando la Pubblica Assistenza tempo fa gli ha chiesto se avevano bisogno di trasportare Jonathan per le cure, «ho risposto che possiamo cavarcela: l’ambulanza è bene che la adoperino per chi, poverino, sta peggio». Aggiungendo poi: «Sono fatto così, sono un portuale vecchia stirpe e non lo rinnego».

Il vecchio cuore di ex portuale non rinnega nemmeno la propria battaglia in difesa degli spazi riservati ai disabili: non è un privilegio, è uno strumento di libertà per consentire qualche margine di autonomia a chi è in difficoltà. «Mi è capitato anche con i ragazzi che parcheggiano i motorini nella zona dei bagni Lido: vorrei che ci arrivassero per conto loro, se mi lasci lo spazio per passare consenti a mio figlio di poter vedere il mare. Per te si tratta di fare dieci metri in più, per lui di rinunciare a una cosa che può regalargli un sorriso in fondo a una giornata magari difficile».

© RIPRODUZIONE RISERVATA