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La "signora Giannini" e suoi sei gemelli. Il parto record, poi la celebrità: «Mi sentivo sempre giudicata»

Rosanna Cavigli con i figli in una foto di qualche anno fa. In alto la donna sulla copertina di Gente nel 1980

È rimasta nella memoria collettiva come la mamma d’Italia, da quando l’11 gennaio del 1980 mise al mondo sei figli: la nostra intervista

Rosanna Cavigli, per tutti la “signora Giannini”, è rimasta nella memoria collettiva come la mamma d’Italia, da quando l’11 gennaio del 1980 mise al mondo sei gemellini, due femmine e quattro maschi.

Allora fu un evento di portata mondiale perché, prima di lei, solo la sudafricana Susan Rosenkowitz aveva avuto un parto esagemellare, proprio nello stesso giorno di sei anni prima a Città del Capo. Nella giornata che celebra la mamma, Rosanna accetta di buon grado di raccontare la sua vita straordinaria, condivisa giorno dopo giorno con il marito Franco, colonna insostituibile nella difficile impresa di crescere sei figli, sani e di altrettanto sani principi, farli studiare e assicurare loro un futuro. Settant’anni lei, 74 lui, in pensione dopo una vita di lavoro come maestra Rosanna e come impiegato Franco, vivono una vita tranquilla nella loro casa di Soci, frazione del comune di Bibbiena in provincia di Arezzo, dove si sono trasferiti per ragioni di spazio e dove hanno cresciuto i figli.


Ma Rosanna, ci tiene a precisarlo subito, non si sente una supermamma, come è stata più volte definita, né un simbolo di maternità. E rifugge, nella sua schietta semplicità, ogni stereotipo che, suo malgrado le è stato appioppato. «Io e Franco abbiamo fatto quello che chiunque altro al nostro posto avrebbe fatto: rimboccarsi le maniche e affrontare il dono che ci è arrivato, senza piangersi addosso e chiedersi “ora come faremo?”. Perché un modo si trova sempre. E noi lo abbiamo trovato anche nei momenti più duri», dice.

Partiamo dall’inizio. Come è stato tornare a casa con sei neonati?

«Il momento veramente difficile è stato scoprire che avevo in grembo sei bimbi. Avevo fatto una cura per una amenorrea secondaria, ma che non faceva nessun effetto. Invece poi lo ha fatto, tutto insieme... Il resto è stato un percorso irto di ostacoli, ricoveri in ospedale, costanti controlli perché di solito queste gravidanze terminano intorno a sei mesi e io sono arrivata a otto. Peraltro rischiando la vita, ma allora non lo sapevo e nessuno me lo aveva detto. E anche lo avessi saputo, non sarebbe cambiato molto. La forza della vita vince su tutto e a tutto ci si abitua. Poi avevamo l’aiuto dei nostri genitori e della gente del paese. Certo tra pannoloni, pappine e biberon, sembrava di impazzire, ma ci eravamo organizzati».

Era pronta ad affrontare un tale stravolgimento?

«Non lo definirei uno stravolgimento. Un figlio cambia sempre la vita, nel nostro caso era moltiplicato per sei. Abbiamo preso le cose con leggiadria, con allegria, eravamo giovani. Intorno a noi è cresciuto un mondo, c’era sempre gente, tanti curiosi, ma anche tante persone che volevano sinceramente aiutarci. C’era molta solidarietà, nel nostro quartiere, i vicini si offrivano di tenere i bimbi. A volte mi chiedevo se i miei figli non sbagliassero mamma, con tutta quella gente intorno. La nostra porta era sempre aperta, eravamo come hippy che vivono in una comune».

Poi è arrivata la notorietà, la tv, i giornali.

«Ecco, quello è stato un periodo davvero faticoso e alla fine deludente. Però avevamo bisogno economicamente, anche se c’era stata una vera e propria gara di solidarietà e avevamo il sostegno della Regione Toscana che ci ha pagato per tre anni le baby-sitter. La pubblicità per il detersivo e le foto erano un introito, perché le spese erano consistenti. Solo i pannoloni e le pappine rappresentavano una voce nel bilancio familiare. Per fortuna le farmacie ci mettevano da parte i campioni delle minestrine e qui vicino c’era un’azienda che produceva pannoloni. Andavo a prenderli con il furgoncino che nel frattempo avevamo dovuto comprare. Ma siccome erano quelli senza adesivo, ci fornivano rotoli di nastro che facevamo a pezzettini, io e Franco, per attaccarlo ai pannoloni. Insomma, un’impresa».

Che cosa l’ha delusa di quel periodo?

«Un certo modo di giudicare e curiosare nella nostra vita. Non certo la gente del paese, ma chi non ci conosceva. Nell’immaginario collettivo eravamo ritenuti quelli che avevano la strada spianata, i soldi e le facilitazioni. Io mi sentivo osservata e giudicata, sentivo il bisogno di giustificarmi anche quando avevo bisogno di comprare un vestito nuovo. Allora ne soffrivo, oggi provo solo rabbia, perché nessuno sapeva davvero cosa è crescere sei gemelli».

Racconti...

«Nessuno era con noi quando si ammalavano, quando li portavamo di corsa al pronto soccorso, quando piangevano, quando si svegliavano la notte e la mattina dopo c’era da andare al lavoro. Vede, sei figli tutti insieme non sono una cosa naturale. Ci vuole anche forza fisica per sostenerli e io ero, e sono, una donna minuta. Eppure non ho mollato mai. Anche quando si è ammalato Francesco e ha rischiato di morire per una malattia autoimmune che gli ha distrutto i reni. Allora io e Franco dovevamo sostenere lui e gli altri cinque figli distrutti dal dolore. Era il 1999 ed è stato in quel momento che abbiamo deciso di chiuderci nella nostra vita privata. Ho sentito che non avevo più niente da dimostrare e volevo riappropriarmi del mio spazio».

Per i gemelli deve essere difficile affrontare la malattia di uno di loro.

«I gemelli hanno una forza straordinaria che li unisce, sanno essere tutt’uno, ma soprattutto diventano protettivi quando capita qualcosa. È una caratteristica particolare, che li rende inclini a proteggere chi è più debole. Anche al di fuori dalla famiglia. Un gemello non può essere un bullo. Questa è una caratteristica meravigliosa. Abbiamo attraversato tutti insieme grandi lutti e grandi dolori».

Cosa fanno ora i suoi figli?

«Le due femmine, Linda e Letizia, si sono laureate in Lettere e lavorano come insegnanti, qui, in provincia di Arezzo. Sono le uniche che hanno figli, due maschietti, Vincenzo Giulio di 7 anni e Tommaso di 12. Giorgio abita a Milano e lavora nel ramo finanziario, Roberto lavorava in un ristorante a Torino e ora è fermo a causa del Covid, Fabrizio ha una laurea in lettere, vive a Empoli ed è in attesa di cattedra. Francesco, infine, sta ancora con noi a causa della sua malattia. Non abbiamo avuto facilitazioni, nello studio né nella ricerca del lavoro. Questa parte è stata la più difficile per noi e per loro».

Il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, ha detto nei giorni scorsi che le donne si realizzano pienamente con la maternità. Condivide questa affermazione?

«Guardi, è ora di dire basta a questa storia, scontata quanto quella del principe azzurro. La maternità è forza vitale che si può canalizzare in altre direzioni e una donna può ben realizzarsi pienamente senza essere madre».

Mi perdoni la domanda scontata. Rifarebbe quello che ha fatto?

«Non lo consiglio a nessuno, ma lo rifarei a occhi chiusi. La mia è stata una vita a colori». —

La copertina di Gente dedicata a Rosanna Cavigli


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