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Una vita in fabbrica, poi sei anni fa è diventato esubero: «Sono in un limbo, senza alcuna certezza»

Primo Maggio: le storie di chi non può festeggiare. Piombino, Roberto faceva il capoturno alle Acciaierie: difficile andare avanti 

PIOMBINO. È entrato in fabbrica il 30 giugno 1986. Se lo ricorda bene Roberto Allori, operaio dello stabilimento siderurgico ex Lucchini di Piombino, da qualche anno passato nelle mani degli indiani di Jsw Steel. Ma Roberto si ricorda molto bene anche l’ultima giornata tra gli impianti di quel gigante di ferro: 30 giugno 2015. Ventinove anni esatti, trascorsi nel reparto “finimento” del treno medio piccolo. Prima da operaio semplice, poi da capoturno per almeno dieci anni. La crisi dell’acciaio, i tagli, però, hanno cambiato le cose in fretta. Di due reparti, ne è rimasto uno. E di undici capireparto, ne sono rimasti cinque. Così, sei anni fa Allori è diventato di troppo. Un esubero. E da allora vive in cassa integrazione, senza aver più messo piede nello stabilimento di Piombino. «Non ho capito bene come siano state fatte le scelte – racconta l’operaio piombinese – ma forse ho pagato per il fatto di essere uno dei più vecchi lì dentro. Costavo di più».

Roberto Allori compirà 56 anni a dicembre. È sposato con Loredana e ha due figlie: Martina di 18 anni e Sofia di 10 anni. «Mia moglie lavora part-time alla Coop, prende quanto me. Portiamo a casa poco più di 900 euro a testa. Arrivare alla fine del mese è difficile, perché abbiamo anche il mutuo della casa da pagare. L’ho acceso quando la fabbrica marciava. Meno male che fra tre anni avrò finito di pagare. Non immaginavo potesse accadere una cosa del genere».


Roberto è piombinese. Non è tipo da girare intorno alle parole. Per questo, quando gli si parla della fabbrica non nasconde i propri sentimenti: «Non ho sentito tanto la mancanza delle acciaierie, ti dico la verità – dice – Quello che mi è mancato di più è il rapporto con i miei compagni di lavoro. Ero capoturno, ma stavo bene con loro». La crisi senza fine delle acciaierie di Piombino non è stata una sorpresa per chi ha lavorato quasi trent’anni nello stabilimento. «L’impressione che avevo era quella – spiega – vedevo fare delle cose che presupponevano quello scenario lì. Si capiva che c’era qualcosa che non funzionava». Più complicato, per Roberto, è immaginare quale possa essere il futuro dello stabilimento Jsw, il suo destino e quello dei suoi compagni di lavoro. «In questo momento – dice – dopo tutti questi anni, non credo più tanto che la fabbrica possa ripartire per tutti. Non credo che ci sia il posto di lavoro per tutti, per quelli che sono dentro e per noi che siamo fuori da tempo. Terranno forse i treni di laminazione, non so li terranno tutti. Il forno elettrico non sono convinto che lo costruiscano».

L’operaio passa ogni giorno dal presidio che, da quasi due mesi, i sindacati hanno messo in piedi nella portineria dello stabilimento per richiamare l’attenzione del governo sulla vertenza di Piombino. Gilberto, il padre di Roberto, è stato per anni il presidente del Salivoli Calcio. Il figlio ha seguito le sue orme e oggi è segretario e vicepresidente dell’associazione calcistica. Lo sport è stato un bel modo per impiegare il tempo fuori dalla fabbrica. Un sollievo. Il resto del tempo l’operaio lo dedica ai genitori anziani. «Ho la fortuna di averli ancora con me, mi danno una mano – racconta Allori – così come io do una mano a loro facendo da badante. Mamma non sta bene e babbo non cammina più. Con le loro pensioni ci sono sempre, specialmente quando c’è da fare qualche regalo alle nipoti».

Il primo maggio è la festa dei lavoratori, ma per gli operai di Piombino c’è poco da festeggiare: «Come vivrò questo giorno? Lo vivrò come un lavoratore che non lavora più. Se una persona come me che sta a casa avesse le garanzie di stare qualche anno fuori per poter poi rientrare a lavorare in uno stabilimento cambiato andrebbe anche bene. E invece sono in un limbo, senza alcuna certezza. Non so quello che mi potrà accadere. E io sono anche fortunato perché ho pochi anni davanti a me per andare in pensione. Là dentro ci sono dei ragazzi che hanno davanti altri 15-20 anni di lavoro. Sono loro quelli più in pericolo». —



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