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Orfana a un anno, il compleanno di Renée sulla tomba del babbo morto sul lavoro

Primo Maggio: le storie di chi non può festeggiare. Livorno, il papà è morto a 30 anni travolto da un camion. La foto che strappa il cuore la conserva sul telefono mamma Ilda

LIVORNO. La piccola Renée ha festeggiato il suo primo compleanno dove una bambina della sua età non dovrebbe: al cimitero di Livorno. Alla ricerca di una felicità perduta per sempre. Abbracciando e baciando, tra coccarde, castelli e fiori colorati, la lapide di suo padre, Romario Spaneshi: operaio morto di lavoro il 5 maggio dello scorso anno. La foto che strappa il cuore la conserva sul telefono mamma Ilda, vedova ragazzina, arrabbiata col mondo, insieme con quella che la famiglia ci ha chiesto di pubblicare. «Nostra figlia – dice – piange da un anno. Cerca suo padre nelle foto, nei lineamenti degli zii, negli occhi di sua nonna. E non so come dirle che non tornerà più». Mario come lo chiamavano amici e colleghi, aveva 30 anni e un passato da giramondo: partito da Kavajë, in Albania, per trovare un porto sicuro (e un’occupazione nella cooperativa “Il Carro”) in Italia. Quella mattina di un anno fa, la prima di lavoro dopo il lockdown, è stato travolto dal camion sul quale doveva salire, dentro un cestello elevatore, per poi tagliare le fronde di alcuni alberi nella zona di Montenero: ville e giardini che guardano il mare dalla collina santa.

«Con lui – prosegue la moglie, 25 anni – siamo morti anche noi. Ecco perché da quel giorno ci siamo inventati una storia, un modo per non pensare. O almeno provare a non farlo. Ci diciamo che Romario adesso lavora all’estero, lontano. E ogni mese manda i soldi a casa per permetterci di andare avanti. Delle sue foto abbiamo tappezzato la casa. E pensiamo che un giorno entrerà dalla porta per abbracciaci, come ha fatto quella mattina, prima di andare al lavoro. L’ultima volta che lo abbiamo visto».


Negli occhi di Ilda si leggono rancore, amarezza, voglia di giustizia. Fino alle lacrime. «È vero – ammette – sono arrabbiata perché voglio giustizia. Mio marito è stato ammazzato. Lo dico e non mi pento di farlo. Quel camion non doveva essere lì, parcheggiato lungo quella discesa maledetta. La strada doveva essere chiusa e il mezzo sistemato in un’altra posizione, non appoggiato al margine della carreggiata. In questo modo, nel momento in cui fosse scivolato giù, come ha poi fatto, Romario avrebbe avuto il tempo di scappare, di mettersi in salvo». Invece è rimasto schiacciato, prigioniero del camion da un lato e del muro di cinta di una bella casa dall’altro. «È per questo – prosegue – che per la nostra famiglia il primo maggio, festa dei lavoratori, non sarà un giorno da festeggiare, almeno fino a che non avremo giustizia».

La procura di Livorno nei giorni scorsi ha chiesto il rinvio a giudizio per tre persone, indagate con l’accusa di omicidio colposo in cooperazione per la morte dell’operaio: il rappresentante legale della cooperativa, la responsabile tecnica e l’addetto alla sicurezza della stessa società che non avrebbero «impartito all’operaio le indicazioni necessarie» .

Dalla ricostruzione del pubblico ministero emergono «negligenze, imperizie e imprudenze» per la violazione di una serie di leggi e regolamenti legate alla sicurezza. «Non so come andrà a finire il processo – conclude la moglie lasciando scivolare le lacrime – ma credo che se davvero vogliamo che qualcosa cambi. Che le persone siano più sicure mentre lavorano sarebbe l’ora di istituire il rato di omicidio sul lavoro, come per quello stradale, altrimenti non cambierà niente». E ci saranno altre Renée, figli e figlie, senza padre o madre, a festeggiare il compleanno abbracciate alla lapide di un cimitero cercando la felicità. —



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